PRESO ANTONIO PELLE

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Locri (Reggio Calabria), 07:27


'NDRANGHETA: PRESO ANTONIO PELLE, BOSS DI SAN LUCA


Antonio Pelle del 1962, inteso “’U Vancheddhu”, aveva un altro curioso nomignolo, con cui era conosciuto e riconosciuto all’interno della ‘ndrangheta. la «Mamma” si nascondeva in un bunker, dotato di ogni confort, televisione compresa, ricavato sotto un capannone metallico, alla periferia di Ardore Marina, paesino ad un tiro di schioppo da San Luca


"Io vorrei partire subito – dice Marmo – ora però devo vedere cosa mi dice la mia mamma…hai capito?". Le famigerate intercettazioni telefoniche…”Pronto, la “mamma” è lì?-No, perché? Cos’ è successo?”… Pelle era nascosto in un bunker ipertecnologico, nelle campagne di Ardore, nella Locride, Il latitante capo dell'omonima cosca di San Luca è stato arrestato dalla polizia, senza opporre resistenza, nel blitz scattato alle prime luci dell’alba, alle 5.15 del 16 ottobre 2008. Le forze di polizia lo cercavano dall'agosto 2007, (subito dopo la strage di Duisburg, in cui furono uccise sei persone) allorquando riuscì a sfuggire alla cattura, nell'operazione 'Fehida', predisposta dalla Dda reggina

Antonio Pelle del 1962, inteso “’U Vancheddhu”, aveva un altro curioso nomignolo, con cui era conosciuto e riconosciuto all’interno della ‘ndrangheta. la «Mamma” si nascondeva in un bunker, dotato di ogni confort, televisione compresa, ricavato sotto un capannone metallico, alla periferia di Ardore Marina, paesino ad un tiro di schioppo da San Luca, dal giorno di Santo Stefano 2006, successivo alla strage di Natale, in cui fu ammazzata a colpi di pistola, lupara e kalashnikov Maria Strangio, moglie del presunto capomafia Giovanni Luca Nirta, rimasto ferito ma vivo, (non partecipò nemmeno ai funerali della moglie per paura di essere ucciso); secondo altri, dall'agosto del 2007, quando sfuggì all'arresto dopo la strage di Duisburg.

Viveva tra comodità tecnologiche. La “Mamma” si nascondeva in contrada “Badessa”. Il nascondiglio di Pelle, sotterraneo, dotato di ogni confort era composto da due stanze, in una delle quali il capo della cosca di San Luca coltivava un centinaio di piantine di marijuana. Comunque, era già irreperibile per sottrarsi ad un’eventuale vendetta da parte della cosca avversaria.
Gli agenti inoltre hanno trovato diverse schede per telefoni cellulari. C’era anche una documentazione, che è stata sequestrata La stanno valutando, lo SCO e la Squadra Mobile di reggio calabria. Con lui è finito in manette Giuseppe Varacalli, 55 anni, di Ardore Marina, proprietario del capannone all’interno del quale c’era il bunker. L'accusa è di favoreggiamento personale. Nel 1998, aveva riportato in Corte d’Assise una condanna a 19 anni di carcere e tre anni di libertà vigilata. Successivamente venne assolto in Corte d’Appello

Domenico Salvatore

ARDORE (RC)- “Fermi, non sparate, sto uscendo. Sono Antonio Pelle classe 1962. Sto uscendo e sono disarmato Congratulazioni. Permettete che vi stringa la mano? Scusate, ma come avete fatto a trovarmi?”. Più o meno con queste battute è finita la latitanza d’oro del boss di San Luca, Antonio Pelle, cognato dei Vòttari, scovato ad Ardore Marina in contrada Badessa. Ed è stato ben felice di scoprire, che a picconare di sopra al suo bunker, (che ha azionato dopo mezz’ora con un telecomando), non fossero i nemici giurati del cartello avversario dei Nirta (“Versu”), Strangio (“Janchi”)e Giorgi. Ma la Polizia, che assieme ai Carabinieri ed alla Guardia di Finanza in sinergia, avevano circondato il comprensorio della Locride, ha dovuto sudare sette camicie prima d’individuare il posto in cui presumibilmente si nascondeva il latitante, che figurava nello speciale elenco dei cento più pericolosi d’Italia; giacente presso gli uffici del Ministero degl’Interni. E poi, per tenerlo costantemente sotto controllo.

Un bel regalo per il Capo della Polizia Antonio Manganelli, in Calabria per la commemorazione del vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, Francesco Fortugno, ucciso il 16 ottobre del 2005 nel Palazzo Nieddu del Rio, sulla Via Nazionale a Locri, durante le primarie dell’Unione. Ci sono anche i complimenti della politica Agazio Loiero, Governatore della Calabria, Roberto Maroni, ministro degl’interni, Angelino Alfano, ministro di Grazia & Giustizia, Renato Schifani, presidente del Senato, Luigi De Sena ex superprefetto di Reggio Calabria e Vicecapo della Polizia, oggi senatore del PD, Jole Santelli di Forza Italia, Alfredo Mantovano, sottosegretario degl’Interni, Marco Minniti, ministro-ombra degl’interni, Angela Napoli del Popolo della Libertà, Rosa Villecco Calipari vedova del Capo dei servizi segreti ammazzato in Iraq da “mano amica”, il 4 marzo del 2005, Dorina Bianchi, senatrice del PD. Gli stessi si erano complimentati coi Carabinieri che il 17 settembre 2008, avevano catturato in una clinica di Pavia, un altro Pelle, Francesco Pelle, inteso “Ciccia ‘U Pachistanu”. "Io vorrei partire subito – dice Marmo – ora però devo vedere cosa mi dice la mia mamma…hai capito?". Le famigerate intercettazioni telefoniche…”Pronto, la “mamma” è lì?-No, perché? Cos’ è successo?”… Pelle era nascosto in un bunker ipertecnologico, nelle campagne di Ardore, nella Locride, Il latitante capo dell'omonima cosca di San Luca è stato arrestato dalla polizia, senza opporre resistenza, nel blitz scattato alle prime luci dell’alba, alle 5.15 del 16 ottobre 2008. Le forze di polizia lo cercavano dall'agosto 2007, (subito dopo la strage di Duisburg, in cui furono uccise sei persone) allorquando riuscì a sfuggire alla cattura, nell'operazione 'Fehida', predisposta dalla Dda reggina.

Antonio Pelle del 1962, inteso “’U Vancheddhu”, aveva un altro curioso nomignolo, con cui era conosciuto e riconosciuto all’interno della ‘ndrangheta. la «Mamma” si nascondeva in un bunker ricavato sotto un capannone metallico, alla periferia di Ardore Marina, paesino ad un tiro di schioppo da San Luca, dal giorno di Santo Stefano 2006, successivo alla strage di Natale, in cui fu ammazzata a colpi di pistola, lupara e kalashnikov Maria Strangio, moglie del presunto capomafia Giovanni Luca Nirta, rimasto ferito ma vivo, (non partecipò nemmeno ai funerali della moglie per paura di essere ucciso). Per i magistrati della Dda fu proprio lui ad organizzarare la spedizione. Renato Cortese, arriva ad ipotizzare che sia stato tra quelli che spararono in quel famoso Natale. Ma agli agenti che lo cercavano disse di aver appreso la notizia dell’uccisione della donna dai telegiornali. Benché il collaboratore di giustizia, Rocco Mammoliti avesse spifferato ogni cosa sulle varie sparatorie; e per il quale, fu Antonio Vòttari ad uccidere nella strage di San Valentino del 1991, Domenico Nirta e Francesco Strangio ed a ferire Giovanni Luca Nirta e Sebastiano Nirta. che poi venne barbaramente ammazzato nelle campagne, il 25 luglio del 1992. Si favoleggia pure, di un patto stabilito fra i cartelli di mafia. Antonio Vòttari, avrebbe avuto salva la vita a condizioni, che fosse scomparisse per sempre da San Luca; ma lui rifiutò e venne crivellato come un colabrodo dal cartello dei Nirta-Strangio-Giorgi.

Secondo altri, Antonio Pelle si rese uccel di bosco, dall'agosto del 2007, quando sfuggì all'arresto dopo la strage di Duisburg. In cui furono trucidati, poco dopo mezzanorre davanti alla pizzeria “Da Bruno”, a colpi di kalashnikov e pistole: Marco e Francesco Pergola, Sebastiano Strangio, Francesco Giorgi, Marco Marmo e Tommaso venturi. Viveva tra comodità tecnologiche. La “Mamma” si nascondeva in un bunker ricavato sotto un capannone alla periferia di Ardore Marina, in contrada “Badessa”, paesino ad un tiro di schioppo dal suo regno San Luca. Il nascondiglio di Pelle, sotterraneo, dotato di ogni confort, televisione compresa, era composto da due stanze, in una delle quali il capo della cosca di San Luca coltivava un centinaio di piantine di marijuana. Comunque, era già irreperibile per sottrarsi ad un’eventuale vendetta da parte della cosca avversaria.

Gli agenti inoltre hanno trovato diverse schede per telefoni cellulari. C’era anche una documentazione, che è stata sequestrata La stanno valutando, lo SCO e la Squadra Mobile di Reggio Calabria.

Con lui è finito in manette Giuseppe Varacalli, 55 anni, di Ardore Marina, proprietario del capannone all’interno del quale c’era il bunker. L'accusa è di favoreggiamento personale. Nel 1998, aveva riportato in Corte d’Assise una condanna a 19 anni di carcere e tre anni di libertà vigilata. Successivamente venne assolto in Corte d’Appello. Ma i complimenti il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, li ha fatti anche al questore di Reggio Calabria, Santi Giuffrè ed al Capo della squadra Mobile, Renato Cortese. Eh sì è proprio lui, quel commissario, barba, occhiali e bassettoni, che l’11 aprile del 2006, fece tintinnare le manette, che scattarono intorno ai polsi del mammasantissima Bernardo Provenzano, inteso ‘U zu’ Binnu”, potente e spietato capo di Cosa Nostra. Anzi, il Capo della Cupola palermitana addirittura; in una masseria anonima, sotto la Montagna dei Cavalli, ad un tiro di schioppo da Corleone.

Domenico Salvatore