Processo Congiusta La Corte acquisisce la sentenza di condanna dei Costa

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 Siderno. Nel processo Congiusta gli investigatori spiegano perché in pochi pagavano il pizzo 

La Corte acquisisce la sentenza di condanna dei Costa  

di PINO LOMBARDO per il Quotidiano 

LOCRI – Nuove novità emerse ieri in Corte d’Assise a Locri, presieduta dal giudice Bruno Muscolo con a latere il togato Frabotta, nell’ambito del procedimento per l’omicidio di Gianluca Congiusta che vede alla sbarra Tommaso Costa, accusato dell’uccisione del giovane e di aver promosso e diretto l’omonima associazione mafiosa, e Giuseppe Curciarello, accusato solo di associazione mafiosa.

La prima novità è che la Corte ha acquisito, su richiesta del sostituto procuratore della direzione distrettuale di Reggio Calabria, Antonio De Bernardo, e con le opposizioni dei legali degli imputati, Maria Candida Tripodi e Leone Fonte, la sentenza emessa il 24 giugno dal Gup di Reggio Calabria, Daniele Cappuccio, nei confronti di 11 persone ritenute a vario titolo e con diverse responsabilità appartenenti al clan dei Costa.  

La seconda novità di rilievo: né il Pm, né le parti civili si opporranno a che la Corte possa accogliere la richiesta effettuata, attraverso una missiva inviata alla Corte da Tommaso Costa (ieri il boss ha ribadito tale richiesta intervenendo dall’Aquila dove si trova ristretto, per non “far perdere tempo” indicando i periodi di detenzione cui faceva riferimento – dal 1990 al 2005, intervallati dai periodi non trascorsi in carcere- in cui non era in carcere salvo i periodi di scarcerazione) e finalizzata a far acquisire l’intera documentazione epistolare prodotta o ricevuta poiché “quella esibita dal Pm, è parziale”. La condizione posta è che la corrispondenza venga esibita. “Anche per questo la riserva esternata dalla Corte continua a rimanere – ha affermato Muscolo – all’esito dell’esibizione della corrispondenza indicata”. 

Accanto a queste novità vi sono poi quelle emerse dall’esame e contro esame dell’ispet – tore capo della polizia del commissariato di Siderno Nicolò Sortino e Vincenzo Curtale. 

Il primo, rispondendo alle domande poste dal Pm De Bernardo, dal presidente Muscolo, e dai difensori degli imputati, proprio per sottolineare l’imput investigativo che derivò dalla scoperta delle missive che Tommaso Costa inviava dalle carceri ai suoi “uomini”ed anche ad “uomini che fino a quel momento erano ritenuti nemici mortali come il gruppo guidato da “Sasà” Salerno, ha descritto il panorama‘ndranghetistico di Siderno uscito dalla guerra di mafia combattuta, tra i contrapposti gruppi dei Commisso e dei Costa, tra la fine degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta.  Da quella che fu “una vera e propria mattanza, interrotta soltanto perché scattò l’operazione Siderno Group che consentì l’arresto di quasi tutti i componenti le due cosche – ha affermato l’ispettore – ad uscirne vincitore fu il clan dei Commisso”.

I Costa vennero annientati sia dal punto di vista “economico, in quanto nessuno spazio veniva lasciato loro nelle attività criminali, sia dal punto di vista personale con la tattica della terra bruciata ed “imponendo l’isolamento totale visto che i Commisso consideravano propri nemici tutte le persone che non si schieravano dalla loro parte”. Quella strategia consentì che i Commisso affermarono “sull’intera popolazione del territorio sidernese il riconoscimento della forza e della potenza del gruppo, mostratosi pronto a punire con la vita chiunque non riconoscesse la sua autorità esplicando in tal modo, quella forza di intimidazione volta ad ottenere l’assoggettamento totale della popolazione”. E non a caso l’ispettore sottolineava che a Siderno, dopo quella guerra, l’estorsione non era motivo di preoccupazione dal momento che la maggior parte delle attività economiche produttive erano e sono nelle mani dei Commisso.  

 “In questo contesto ‘ndranghetistico – illustrava Sortino – divennero di grande interesse investigativo le lettere che Costa inviava e riceveva in carcere  ad iniziare da quella “estorsiva” indirizzata all’imprenditore sidernese Antonio Scarfò.

 Quella richiesta estorsiva venne interpretata la prima iniziativa di un certo interesse che il ricostituente clan dei Costa aveva messo in essere nella riconquista, all’interno del panorama ‘ndrangheti – stico sidernese, del posto che aveva perduto.Ma anche le lettere che ebbero come destinatario o mittente “Sasà” Salerno, esecutore degli ordini dei Commisso, vennero considerate importanti. Esse stavano ad evidenziare che un personaggio di spicco, a capo di un gruppo di uomini di peso come i fratelli Filippone e Zimbalatti, storici nemici dei Costa, di costruirsi una propria ‘ndrina alleandosi proprio con i Costa.  

Con l’interrogatorio dell’ispettore Curtale, invece ritornano, e questo attraverso le domande dei difensori degli imputati, a riaffacciarsi le ipotesi di altre piste alternative, ad iniziare da quella “sentimentale” intorno alla morte di Congiusta.

L’avvocato Tripodi non solo faceva rispuntare di nuovo la famosa “signora bionda e pericolosa” riconducibile al clan locrese dei Cordì di cui si sarebbe invaghito il giovane imprenditore nonostante i suoi amici lo consigliassero di stare alla larga perchè “pericolosa”.Ma faceva anche emergere che nessuna investigazione sarebbe stata effettuata per individuare la “signora bionda” né gli amici di Gianluca che lo informavano del rischio che correva.  

L’udienza è stata poi aggiornata al 7 luglio.