Al processo Congiusta le dichiarazioni di Costa

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Locri. Nominati i periti. In aula presente anche una scolaresca

«Ho avuto contatti con Riina»

Al processo Congiusta le dichiarazioni di Costa

Tommaso Costa

di PINO LOMBARDO 

LOCRI – Due le novità emerse ieri a Locri, in Corte d’Assise, nel corso dell’udienza intorno all’assassinio di Gianluca Congiusta, che vede imputati Tommaso Costa, accusato di associazione mafiosa e di essere stato, insieme a persone “non identificate”, ideatore ed esecutore dell’omicidio, e Giuseppe Curciarello che deve rispondere del solo reato di associazione mafiosa. 

 

 

 

La prima, che rafforza l’idea accusatoria che questo sia il primo processo che ha come base “atti scritti” dai medesimi imputati che indicano le nuove alleanze tra i clan mafiosi del territorio ed ipotizzano gli affari, nasceva dalla richiesta del Pm di acquisire al fascicolo alcune lettere e cartoline della corrispondenza di Costa tra le quali vi è una significativa lettera che è stata inviata da Giuseppe Cataldo, ucciso a Locri il 15 febbraio 2005.
 
La seconda novità era che le ipotetiche piste “alternative”, che volevano collocare l’assassinio del giovane nell’ambito dei filoni dell’usura o del riciclaggio di danaro sporco, venivano abbandonate perché rivelatesi inconsistenti.
Ma andiamo con ordine.
 
A causa della carenza di personale giudiziario l’avvio dell’udienza ha subito dei rinvii.Infatti il presidente della Corte, Bruno Muscolo, avendo verificato (per la terza volta) l’assenza dell’ufficiale giudiziario, sospendeva l’av – vio dell’udienza. Una volta “ricomposta” l’aula il presidente annunciava alle parti che all’udienza avrebbe assistito un uditorio d’eccezione.

Infatti il presidente del Tribunale, Domenico Ielasi, e lo stesso presidente Muscolo, avevano autorizzato la terza B della scuola media “Maresca”, guidata dalla docente Annamaria Colabraro, ad assistere all’udienza “a scopo istruttivo nell’ambito di un progetto di Educazione alla Legalità”.

Poi mentre la Corte si accingeva ad affidare l’incarico di trascrizione della articolata corrispondenza Che Costa ebbe durante la sua detenzione, ecco che l’imputato chiede di rilasciare una dichiarazione spontanea.Tommaso Costa, quasi prevedendo la richiesta di acquisizione di nuove epistole che da li a poco avrebbe fatto il Pm Di Bernardo, dichiarava che la corrispondenza da lui tenuta in carcere era un fatto normale.

“In carcere ho conosciutosciuto tanti detenuti, partendo dalla Sicilia fino alla cosiddetta mafia del Brenta. Ho avuto rapporti col figlio di Totò Riina e con l’ex capo delle Br Sensani. In carcere un modo di vivere e quello di intrattenere rapporti con gli altri”.A tal proposito Costa afferma che il “Nino” di cui ha parlato il vicequestore Rocco Romeo durante l’udienza precedente “non è Nino Pesce”, bensì “Nino Cossa un ex brigatista col quale sono stato in carcere a Trani”.

Poi il sostituto Di Bernardo chiedeva l’acquisizione del “pacchetto” di corrispondenza contenente la lettera di Cataldo alla quale siopponevano sia il legale di Costa, Maria Teresa Tripodi, che quello di Giuseppe Curciarello,Leone Fonti. La Corte accoglieva la richiesta del P m e quella successiva dell’avvocato Tripodi sull’acquisizione di tre intercettazioni telefoniche sul cellulare di una certa signora Giuliana.

Poi il presidente Muscolo affidava l’incarico di trascrizione del- le missive al perito, il maresciallo dei carabinieri Gianluca Minetola, e quelle inerenti le intercettazioni ambientali dei colloqui che Costa ebbe in carcere e delle intercettazioni telefoniche ai due marescialli della Guardia di Finanza Vincenzo Mancuso e Alejandro De Pace.
 
Quindi la Corte ha sentito, seppure “a metà”dal momento che la sua audizione veniva aggiornata al 13 giugno date le non buone condizioni di salute in cuisi trovava, il vice dirigente del Commissariato di Siderno Francesco Giordano. Il funzionario di Polizia nel rispondere intorno alle indagini da lui effettuate sulle attività economiche bancarie di Congiusta, affermava che non era emerso nulla di rilevante che potesse riguardare l’assassinio del giovane sidernese.Gli assegni postdatati che Congiusta possedeva erano per la gran parte riconducibili alle sue attività imprenditoriali e in minima parte facevano emergere un certo modus vivendi grazie al quale aiutava amici e familiari che si trovavano in momentanee difficoltà economiche.

Per quanto riguardava le dichiarazioni che Gianluca Di Gennaro effettuava con alcune lettere inviate dalle carceri di San Vittore ai familiari di Congiusta e al sostituto procuratore Creazzo, si dimostrarono immediatamente inconsistenti.

Le sue dichiarazioni – sottolineava Giordano parlando di un presunto conto bancario che Di Gennaro dichiarava di aver acceso unitamente a Congiusta in una non identificata banca Svizzera – alla verifica risultarono fondamentalmente non veritiere e contraddittorie.

Tra l’altro il presunto banchiere, un certo Marco Mosca, che Di Gennaro indicava come il tramite grazie al quale era stato aperto quel conto cointestato a lui medesimo e a Congiusta, risultava invece essere un falegname detenuto.

Gli alunni con Mario Congiusta, il papà di Gianluca