L’ospedale in mano alla ‘ndrangheta

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L'ospedale in mano alla 'ndrangheta

10/12/2007 (7:53) – LE COSCHE DIETRO LA MALASANITA'

Vibo, cento dipendenti
mafiosi e appalti truccati.

FRANCESCO GRIGNETTI

ROMA
Potrebbe essere una storia di ordinaria malasanità, quella di Vibo Valentia, dove è morta una ragazza di sedici anni, Eva Ruscio, per la degenerazione di una tonsillite. In gennaio nel medesimo ospedale era morta un’altra sedicenne, Federica Monteleone, mentre l’operavano per un’appendicite. Epperò quella di Vibo non è affatto una storia banale.

Non si spiegherebbe altrimenti perché il governatore della Calabria, Agazio Loiero, all’atto di firmare una convenzione con il ministero della Sanità, per la costruzione del nuovo ospedale, abbia chiesto pressantemente che entri in campo la Protezione civile. «La cabina di regia dev’essere a Roma», ha spiegato. E qualche sera fa – ospite di «Controcorrente» su Sky Tg24 – ha precisato: «L’ospedale lo deve costruire lo Stato. Non è un atto di resa, ma di consapevolezza».

Già, la consapevolezza. Il fatto è che sono tutto consapevoli, ai vertici della Giunta regionale come della Sanità, oppure al ministero dell’Interno, e anche alla commissione parlamentare Antimafia, che il bubbone di Vibo Valentia ha un nome preciso: ‘ndrangheta. Nelle stanze che contano, infatti, circola un rapporto riservato della Guardia di finanza dalle conclusioni agghiaccianti. Altro che infiltrazioni mafiose, la verità è che in quell’ospedale i clan controllano tutto.

Sempre le stesse ditte
Premessa indispensabile per capire il nodo del problema: la sanità, in Calabria, assorbe l’80 per cento della spesa pubblica. Ovvio che le ‘ndrine locali – che a Vibo si chiamano Mancuso, Lo Bianco e Fiarè – si siano buttate sull’affare. Ed ecco che cosa ha scoperto la Finanza: l’Asl negli anni scorsi aveva eluso tutte le leggi che obbligano a effettuare gare pubbliche. O per via di una serie di proroghe, o frazionando gli appalti per riportarli sotto la soglia comunitaria, o ancora presentandoli come lavori in economia anche quando non lo erano. Gli appalti sono stati affidati a trattativa privata. E a chi? A una ristretta serie di piccole ditte locali, sempre le stesse, che si spartivano ogni euro stanziato dall’Asl.

Sulla limpidezza di queste ditte ci sono molti sospetti. E anche quando entra in gioco una ditta del Nord, come la società milanese che cura i pasti, guarda caso si scopre che utilizza mafiosi locali per dipendenti. La Finanza definisce «evidente» l’influenza della cosca Fiaré, non foss’altro perché otto dipendenti sono nipoti del boss Rosario Fiaré e qualcun altro è comunque un affiliato.

Quando poi l’Asl deve scegliere una ditta per la climatizzazione degli ambienti, guarda caso, si finisce a una piccola azienda nella quale il direttore tecnico è genero del boss Carmelo Lo Bianco. Se invece c’è da installare uno scambiatore per la produzione di acqua calda, ecco prevalere una srl amministrata dai signori Domenico e Carmelo Lo Bianco. E così via.

Nulla sfugge
Il controllo della criminalità organizzata è ferreo. Nulla sfugge. Nemmeno il bar interno. Nemmeno le assunzioni. Oddio, ciò non vuol dire che tutti i duemila dipendenti dell’Asl provinciale di Vibo Valentia siano mafiosi. Ma qualcuno sì. Gli investigatori della Finanza hanno verificato che in organico c’è il figlio del boss Lo Piccolo, qualifica di operatore tecnico, arrestato da ultimo nel settembre 2006 per una lunga sfilza di reati. Oppure il tecnico di laboratorio che gestiva una discoteca di Tropea per conto del clan Mancuso. O ancora, l’infermiere che arrestarono nell’estate 2005 in quanto esattore della cosca Fiarè. Scandagliando tra i nomi, sono un centinaio quelli che in una maniera o nell’altra sono legati alle ‘ndrine.

Dirigenti sotto processo
Capitolo a parte, poi, meritano i dirigenti che hanno spadroneggiato fino al 2004. Tutti finiti sotto processo per reati contro la pubblica amministrazione o di stampo mafioso. E poi ci si meraviglia che il nosocomio di Vibo Valentia non funzioni. Ma forse, al contrario, ci si dovrebbe stupire perché l’ospedale continua a funzionare. E a ingoiare montagne di soldi pubblici. Nonostante da Roma, qualche mese fa, avessero addirittura proposto di montare un ospedale da campo. Sarebbe costato meno e l’efficacia sarebbe stata più garantita.