Prodi ai tedeschi: “I Siciliani combattono la mafia, i Calabresi no”

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 Prodi ai tedeschi: "I Siciliani combattono la mafia, i Calabresi no"

L'Italia ha registrato ''enormi successi nella lotta a Cosa Nostra in Sicilia'', per combattere la 'ndrangheta anche i cittadini della Calabria devono ''ribellarsi'', come hanno cominciato a fare gli abitanti della Sicilia nei confronti di Cosa Nostra.

Lo ha detto il presidente del Consiglio Romano Prodi, in un'intervista rilasciata il 15 novembre al quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung (Sz), che verra' pubblicata domani in occasione del vertice italo-tedesco in Germania. Rispondendo a una domanda del corrispondente della Sz sui problemi della criminalita' organizzata e della mafia in Italia, Prodi ha detto: ''Abbiamo enormi successi nella lotta a Cosa Nostra in Sicilia. Con gli arresti l'abbiamo decapitata piu' volte''. Lo Stato, ha aggiunto, ''combatte anche la 'ndrangheta. Il problema e' comunque che essa e' composta da famiglie chiuse, in cui lo Stato difficilmente riesce a penetrare''. Prodi ha quindi ricordato gli omicidi dello scorso agosto a Duisburg, in Germania, sottolineando che ''mostrano quanto si sia espansa la 'ndrangheta''. La 'ndrangheta ''ha radici in Calabria, ma i suoi rami raggiungono molti Paesi – ha sottolineato – Speriamo che i cittadini della Calabria si ribellino nello stesso modo contro la criminalita' organizzata come hanno iniziato a farlo i siciliani. Lo Stato, infatti, vince se reagisce anche la societa'. La mafia si rinnova sempre se non ne viene estinta la cultura''.(ANSA).

La Risposta di ucceo goretti
Così parlò Zarathustra!

Ma cos’altro devono fare i Calabresi in una regione
abbandonata dallo stato,in un territorio competamente in
mano alla‘ndrangheta?
Quella ’ndrangheta che nessun
governo ha mai deciso veramente di combattere?

Ci vuole spiegare, Presidente Prodi, cosa intende quando
afferma:
“Speriamo che i cittadini della Calabria si ribellino nello
stesso modo contro la criminalita' organizzata come hanno
iniziato a farlo i siciliani.”
?

Noi ci ribelliamo ogni giorno allo strapotere
‘ndranghetistico pagando spesso un prezzo molto ma molto
alto.

E voi cosa fate?

Perché rimanete sordi ai nostri appelli di nuove norme che
prevedano pene certe?

Perché non inviate in questa Calabria,”figlia prediletta”,meglio dire sventurata,
uomini e mezzi, non esclusi i reparti speciali dell’esercito,
in quantità idonea a contrastare  l’ atavico bubbone ?

Forse noi possiamo fare di più e lo faremo se Lei ci farà
sentire sicuri.

Vogliamo che lo stato sia accanto a noi in questa impari
lotta.

Da soli possiamo al massimo vincere qualche battaglia ma
non la guerra.

La guerra si può vincere tutti insieme.

Noi ci siamo e Voi?

Non ci dimentichiamo come iniziò la lotta alla mafia
siciliana,facciamo un
po’ di storia:

Operazione Vespri siciliani (Sicilia, dal 25 luglio 1992 al 8 luglio 1998)Ben sei anni…..

Paracadutisti sorvegliano l'aeroporto di Punta Raisi.

L'operazione "Vespri Siciliani" rappresenta il primo intervento in

grande stile, per ragioni di ordine pubblico, effettuato dalle Forz

e Armate nel dopoguerra.Vi era stato, in precedenza, l'invio in Sardegna di circa 4.000
soldati per l'esercitazione
"Forza Paris", avvenuta nelle fasi
conclusive (luglio 1992) del sequestro del piccolo Farouk Kassam,
ma in quel caso si era trattato di un'attività addestrativa
"allargata" (pattugliamenti e rastrellamenti) che, guarda caso,
era stata condotta nei possibili luoghi di rifugio dei banditi.

C'è da rilevare che l'operazione "Forza Paris" aveva avuto una
larga eco nelle sedi politiche e sulla stampa nazionale per le
polemiche sulla possibile e temuta "militarizzazione" dell'Isola.

Una serie di tragici eventi in Sicilia avrebbe di lì a poco spazzato
via questi timori, riproponendo come essenziale la presenza
dell'Esercito anche nelle operazioni di appoggio al mantenimento
dell'ordine pubblico, peculiare compito delle Forze di Polizia.

Il fatto decisivo è avvenuto il 19 luglio 1992, data ormai entrata
nella storia contemporanea italiana, con l'assassinio del giudice
Paolo BORSELLINO e della sua scorta.

Un fatto gravissimo, tanto più che due mesi prima, il 23 maggio
1992
, un altro splendido magistrato, il giudice Giovanni
FALCONE
, era stato ucciso, anche lui insieme alla scorta, nella
deflagrazione causata da un quintale di esplosivo sistemato in un
sottopasso dell'autostrada che collega l'aeroporto di Punta Raisi
(ribattezzato recentemente FALCONE – BORSELLINO) alla città di
Palermo.
Il livello di qualità degli attentati, sia per la posizione ricoperta
dalle vittime che per la peculiarità dell'esecuzione, avrebbe
dovuto confermare, nel disegno dell'organizzazione criminosa, la
forza della sua classe dirigente a dissuadere chi ancora indagava
cercando di avvicinarsi al cuore dell'organizzazione stessa,
contando anche sullo stato di difficoltà del Parlamento di allora
che attraversava un momento critico per le note vicende
connesse alle inchieste di "tangentopoli".

L'esplosione della Fiat 126 in Via Mariano D'Amelio a Palermo ha
avuto invece l'effetto di risvegliare la coscienza nazionale e di
avviare una provvida e pronta reazione dello Stato che, valutando
opportuno e necessario dare un segnale forte del suo rinnovato
impegno di presenza in Sicilia, decise di riprendere il controllo
"fisico" del territorio.

Il governo prendeva così la decisione di utilizzare in modo massiccio l'Esercito, assegnandogli il compito di "concorrere, con azioni sostitutive ed integrative, all'attività di controllo del territorio e alla vigilanza di "obiettivi" di particolare interesse normalmente devoluti alle Forze dell'Ordine, secondo direttive impartite dai Prefetti ai comandanti militari".

Ed ecco che nelle ore successive alla strage di via D'Amelio nella capitale venivano rapidamente superati gli ostacoli per l'ingresso in campo di una variabile che senz'altro non era stata presa in considerazione dall'organizzazione criminale: l'Esercito.

Migliaia di militari avrebbero pacificamente "invaso" di lì a poco l'Isola, presidiando posizioni preziose e riaffermando visivamente la presenza e l'autorità dello Stato anche solo con la dimostrazione di disciplina ed efficienza data dai reparti in armi.

Migliaia di Ufficiali, Sottufficiali e Soldati con il loro intervento avrebbero liberato altrettante forze destinate alla vera e propria caccia ai mafiosi.

Gli effetti si sarebbero visti nei mesi seguenti con la cattura di alcuni latitanti "eccellenti", fra i quali lo stesso Totò Riina che circolava tranquillamente per Palermo, fino ad arrivare al numero due della Cupola, Leoluca Bagarella, il quale sfrontatamente aveva posto il suo domicilio a pochi metri dall'abitazione del procuratore Guido Lo Forte.

Due alpini controllano dall'alto la zona circostante il Palazzo di Giustizia di Palermo.

L'invio dell'Esercito venne deciso il 24 luglio 1992 in una riunione convocata a Palazzo Chigi dal Presidente del Consiglio Giuliano Amato. Nell'incontro vennero superate alcune perplessità sull'impiego dell'Esercito in operazioni di ordine pubblico: in particolare venne risolta la questione preliminare posta dal Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale Goffredo Canino, circa la veste ufficiale da attribuire ai militari impiegati.

Una precedente esperienza in tal senso era stata effettuata durante la Guerra del Golfo per incrementare il servizio di vigilanza antiterroristico; allora era stata messa in rilievo la farraginosità del sistema di affiancare ad ogni pattuglia di militari un carabiniere o un agente di pubblica sicurezza, gli unici che nella loro veste di ufficiali di polizia giudiziaria potevano effettuare controlli sui cittadini.

La delicata questione venne risolta grazie anche all'incondizionato appoggio del prefetto Parisi, attribuendo ai militari le funzioni di agenti di pubblica sicurezza, anche se con determinate limitazioni: così sarebbe stato per loro possibile procedere all'identificazione e alla perquisizione sul posto di persone e mezzi di trasporto, ma subito dopo, nel caso di eventuali ulteriori accertamenti, l'attività sarebbe passata agli uomini della Polizia di Stato e dell'Arma dei Carabinieri.

Anche il timore di una "militarizzazione" della Sicilia venne prontamente escluso da una catena di comando e controllo che trovava un momento decisionale nelle sedute dei Comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza pubblica, tenuti sotto la guida dei prefetti e ai quali avrebbe partecipato un ufficiale dell'Esercito. Questi avrebbero recepito la necessità di impiego delle truppe riportandole poi ai comandi delle zone di intervento nelle quali per l'occasione sarebbe stata suddivisa la Sicilia. I militari impegnati venivano posti sotto il coordinamento del Comandante della Regione Militare Sicilia, che avrebbe mantenuto uno stretto contatto con le superprefetture di Palermo e Catania incaricate di coordinare le attività delle forze dell'ordine rispettivamente nella Sicilia Occidentale e Orientale.

La presenza di militari in armi – in questo caso bersaglieri – e altamente disciplinati ha avuto un benefico influsso in termini di ordine e sicurezza anche sulla quotidianità delle grandi città siciliane.

In Calabria quando iniziamo?

Ucceo goretti 

P.S.

Mi scusi Presidente per  questo amaro sfogo.

Anzi non mi scusi affatto, perchè è forse Lei a doversi

scusare con i Calabresi.