Mafia: due sale bingo nel mirino degli inquirenti

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Mafia: due sale bingo nel mirino degli inquirenti

di Umberto Lucentini

PALERMO – Da una parte c'è la confisca di una sala bingo che la cosca di Villabate utilizzava come bancomat per pagare le spese di viaggio e di cura a Marsiglia di Bernardo Provenzano. Dall'altro lato un sequestro da 30 milioni di euro al clan avversario, quello di Nino Rotolo: case, terreni e un'altra sala bingo servita, anche in questo caso, per riciclare soldi sporchi e fare fronte alle necessità di cassa della cosca. Sono due i provvedimenti giudiziari delle ultime ore che a Palermo colpiscono i patrimoni di Cosa nostra.

La sezione misure di prevenzione del tribunale ha sequestrato la sala bingo "Las Vegas", un imponente edificio lungo la circonvallazione che porta all'autostrada per Catania. Rotolo, uno dei boss della "triade" – la mini-cupola che voleva impadronirsi della guida di Cosa nostra dopo la cattura di Totò Riina e Bernardo Provenzano – avrebbe accumulato negli anni anche una ventina tra fabbricati e immobili, conti correnti e una gioielleria, la «Ra Gioielli» di corso Calatafimi (secondo l'accusa del pool "criminalità economica", guidato dal procuratore aggiunto Roberto Scarpinato, questo negozio sarebbe stato affidato ad un giovane incensurato diventato prestanome del boss).

Nel provvedimento di sequestro (firmato dalla sezione presieduta da Antonio Tricoli) si fa riferimento alle intercettazioni ambientali realizzate dalla polizia in un box in lamiera costruito accanto alla casa dove Rotolo viveva agli arresti domiciliari per motivi di salute. E' in quel covo di via Uditore a Palermo che Rotolo, finito in cella nel giugno 2006, aveva parlato per la prima volta di un suo interessamento alla sala bingo "Las Vegas (un edificio di 3500 metri quadrati intestati formalmente alla «Edilizia Pecora di Maurizio Pecora & C.»).

La confisca del "bancomat" del clan di Villabate arriva invece dalla sentenza del processo, col rito abbreviato, per la costruzione di un centro commerciale. Diventano dello Stato – se il verdetto sarà confermato in Cassazione- la società "Fabbro Ferraio" di Villabate, appartenuta ad Antonino Mandalà (la sua famiglia ha avuto in gestione la latitanza di Bernardo Provenzano fino a poco prima della sua cattura, avvenuta l'11 aprile 2006) e le quote della "Enterprise Service srl", società di comodo dei clan di cui ha parlato Francesco Campanella (ex presidente del consiglio comunale della cittadina alla periferia di Palermo e ora collaboratore di giustizia).

Il giudice per le indagini preliminari, Marco Mazzeo, ha accolto le richieste di condanna dei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Lia Sava. Giudicati colpevoli anche un dirigente della società romana Asset Development, Giuseppe Di Noto (3 anni e tre mesi), e Matteo D'Assaro che ha fatto transitare una tangente da 50 milioni su un conto estero di una società riferibile all'ex sindaco di Catania, Alfio Angelo Lo Presti (con altri quindici imputati è a giudizio, col rito ordinario, in Tribunale). Soldi utilizzati per "snellire" le pratiche per l'apertura del centro commerciale, bloccato poi dalle indagini.

«Questo è un processo emblematico» ha spiegato il pm Di Matteo nella sua requisitoria, «dell'agire mafioso degli ultimi anni. Cosa nostra non trascura le attività criminose tradizionali e si caratterizza più di prima per lo sforzo nel ripulire i proventi delittuosi investendo in attività apparentemente lecite».

Tra i condannati dal gip c'è Campanella (il "pentito" ha patteggiato una pena a 18 mesi, è ritenuto attendibile per il contributo alle indagini ed è teste dell'accusa anche nel processo alle "talpe" in Procura, in cui è imputato di favoreggiamento aggravato e rivelazione di segreto delle indagini il presidente della Regione, Totò Cuffaro).

Sette anni e sei mesi di carcere per Gioacchino Badagliacca: è lui che accompagnò a Marsiglia, nel 2003, il superlatitante Bernardo Provenzano. Il boss doveva farsi operare alla prostata. Riuscì a viaggiare indisturbato in auto, dalla Sicilia alla Francia, per finire sotto i ferri senza destare troppi sospetti. E tornare a casa per continuare a guidare Cosa nostra.