Mafia: per boss silenzio è d’oro, ma in cella si soffre

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  Mafia: per boss silenzio è d'oro, ma in cella si soffre
Pubblichiamo un pezzo di Lirio Abbate, il cronista dell'agenzia Ansa di Palemo minacciato dalla mafia per le sue inchieste e per il suo libro «I complici – Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento», scritto con Peter Gomez.

di Lirio Abbate
PALERMO (8 ottobre) – La strategia dell'invisibilità e del «silenzio» portata avanti da Cosa nostra, sta mostrando un limite. All'interno dell'organizzazione non tutti la condividono: va bene per chi è in libertà e continua a fare affari, ma non per chi ha un ergastolo definitivo da scontare.

La linea della «sommersione», voluta da Bernardo Provenzano, non attenua infatti i rigori del 41 bis. Per questo adesso nelle carceri c'è fermento.

I Padrini detenuti, fino ad ora, hanno sempre mantenuto la consegna di non parlare davanti ai giudici. E quando vengono interrogati si avvalgono della facoltà di non rispondere. È raro, dunque, che un capomafia possa prendere la parola in aula; se lo fa è il frutto di una precisa strategia. E secondo le risultanze delle più recenti inchieste giudiziarie ci sarebbe una spaccatura fra i boss in cella e i latitanti rimasti sul territorio. Quest'ultimi non si occuperebbero più delle famiglie dei carcerati e degli interessi dei capimafia condannati all'ergastolo.

L'uscita pubblica dei giorni scorsi di Leoluca Bagarella, per smentire lo scambio di anelli in carcere con il capomafia catanese Nitto Santapaola, svela nuovi scenari. La notizia, confermata all'ANSA da fonti qualificate, ha provocato una dura reazione del cognato di Riina, che da anni assisteva ai suoi processi chiuso in un ostinato mutismo. L'ultimo suo intervento «pubblico» risale al luglio del 2002, quando davanti ai giudici trapanesi pronuncio un «proclama di Cosa nostra» contro il 41 bis. Se Bagarella torna a parlare è segno che la tensione interna a Cosa nostra sta salendo e che la strategia dell'organizzazione punta a condizionare in qualche modo l'informazione. Non è una novità: dalle intercettazioni ambientali nel salotto di un capomafia è emerso che le cosche volevano orchestrare una campagna di stampa contro il 41 bis e l'ergastolo, influenzando l'opinione pubblica attraverso giornali e televisione.

Nel mirino di Cosa Nostra, dunque, ci sarebbero nuovamente i giornalisti. Del resto non bisogna dimenticare che in Sicilia sono ben otto i cronisti «scomodi», uccisi dalla mafia per avere svelato i collegamenti fra la mafia e il blocco di potere politico-economico. Lo ha spiegato bene Leonardo Sciascia. È l'effetto del dito puntato. Se il giornalista colpisce come un sasso lo stagno, il punto da cui partono i cerchi concentrici è l'obiettivo: basta puntare il dito.

Intanto, grazie anche all'informazione, qualcosa in Sicilia sta cambiando: lo dimostra il numero crescente di imprenditori che ha deciso di ribellarsi al racket, sia a Catania che a Palermo. Una «rivolta» che sta cominciando a preoccupare i boss, anche perchè ha fatto accendere nuovamente i riflettori dei media nazionali sul fenomeno del pizzo. Gli inquirenti inquadrano in questo contesto l'uccisione di Angelo Santapaola, nipote del boss Nitto, assassinato nei giorni scorsi insieme al suo guardaspalle. Secondo gli investigatori il giovane Santapaola potrebbe essere il mandante della raffica di attentati incendiari contro il leader dei costruttori catanesi, Andrea Vecchio, che aveva denunciato pubblicamente di non volersi piegare alle imposizioni del racket. Gli attentati avrebbero però causato anche la reazione dei capi delle cosche catanesi, irritati nei confronti del nipote di Don Nitto per il clamore suscitato dalla vicenda. Il «silenzio», insomma, continua ad essere di gran lunga la strategia preferita dai boss in libertà.

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