Un giorno di Primavera-trentamila no alla mafia

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Un giorno di Primavera

 

 

 


Trentamila no alla mafia

 

Di Enrico Fierro

Ci sono le vedove, i figli senza padri, i fratelli. Ci sono i parenti delle vittime conosciute, quelle il cui nome richiama subito un'emozione forte. E ci sono i parenti delle vittime il cui nome dice poco o nulla. Un poliziotto delle scorte, un carabiniere, un bambino falciato da una raffica di mitra, un piccolo commerciante ucciso perché non voleva pagare il pizzo.

Ci sono tutti a Polistena con Luigi Ciotti e «Libera». Sono loro, le vittime della lunga guerra che mafia, camorra e 'ndrangheta hanno dichiarato all'Italia e agli italiani i protagonisti della «Giornata della memoria e dell'impegno». Settecento nomi. 1863, Notarbartolo Emanuele, Sicilia, è il primo. 2005, Congiusta Gianluca, Siderno, Calabria, l'ultimo. Tutti sono scritti sulle bandiere di «Libera» che almeno 30mila persone, ragazzi e ragazze, soprattutto, sventolano qui a Polistena. Urlano il loro no alla mafia e si stringono attorno ai loro preti, ai magistrati come Piero Grasso, Giancarlo Caselli, Libero Mancuso, applaudono tanto quei politici che sanno usare le parole giuste, e, civilmente, non fischiano quelli che di parole giuste non ne hanno più. I volti delle mamme, ancora in nero anche se sono passati anni dalla perdita di un figlio, sono duri. Facce scavate dal dolore, come quella di Mario Congiusta, il padre di Gianluca, «il gladiatore», lo chiama, che si era opposto al pizzo. Facce innocenti di una bambina che ha una foto appuntata sul petto. «Chi è?». «Mio zio, Nino Agostino», dice nella sua parlata siciliana. Nino era un poliziotto siciliano, lo uccisero il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini insieme alla moglie Ida incinta di cinque mesi. «Un giorno la mafia arriverà ad avere un peso maggiore nella politica», scriveva in un suo diario. I ragazzi delle scuole hanno fatto delle targhe, su ognuna c'è il nome di una vittima di mafia, e le hanno appiccicate agli angoli delle strade di Polistena. Falcone Borsellino, Chinnici, Dalla Chiesa, Ammaturo, Paola, Pio La Torre, Rosario Di Salvo… e tanti bambini innocenti. Marcella Tassone aveva 11 anni quando un killer le sparò i mezzo agli occhi a pallettoni, vittima, si disse, della faida di Laureana di Borrello, 40 morti in quattro anni. Mariangela Ansalone, di anni ne aveva 8 quando la uccisero a Oppido Mamertino. E poi Simonetta Lamberti, i gemelli Astra dilaniati dal tritolo a Trapani insieme alla madre, i fratelli Facchineri, fatti inginocchiare a Cittanova e fucilati… Morti come in una guerra feroce. Settecento nomi, letti in chiesa dai ragazzi. E poi scanditi dagli altoparlanti mentre il corteo attraversa le strade strette di Polistena. Franco Giordano, il segretario di Rifondazione comunista, legge il suo elenco di nomi e poi passa il microfono a Michela Buscemi. Tano Grasso, che ha inventato l'antiracket in Italia, cede il microfono a Nando Dalla Chiesa, Rosario Crocetta, il sindaco pluriminacciato di Gela, raccoglie il testimone da Alessandro Antiochia, fratello di Roberto, ucciso a Palermo insieme al «suo» commissario Ninni Cassarà. E poi i discorsi dei rappresentanti delle istituzioni. Parla il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero. Accoglienza calda per Marco Minniti, il viceministro dell'Interno, e Piero Grasso, il procuratore nazionale antimafia, caldissima con Francesco Forgione, il Presidente dell'Antimafia. Sommerge di affetto Luigi Ciotti. Grasso parla alla politica, quando dice il suo «basta con la corruzione, i favoritismi, i compromessi, le collusioni. Perché i morti che oggi ricordiamo non erano degli illusi, ma uomini e donne che hanno pagato con la vita il sogno di un paese migliore». Marco Minniti punta sulla concretezza dell'azione di governo: «Vogliamo vedere i boss mafiosi in galera, ma non basta. Li dobbiamo impoverire. Nel 2006 sono stati sequestrati beni per 450 milioni di euro, una cifra enorme, dobbiamo fare di più e quei beni devono ritornare alla gente». Francesco Forgione commuove la piazza e i familiari delle vittime si alzano in piedi quando dice che «non esistono vittime di serie A e vittime di serie B. Bisogna modificare la legge, ne va della credibilità delle istituzioni». Passa alla politica, e tocca tasti dolenti in una regione devastata dalle inchieste, dove un consigliere regionale della Margherita è stato sostituito perché condannato a sette anni, e almeno altri quattro sono indagati per fatti di mafia. Poi parla il ministro Giovanna Melandri, dopo aver ascoltato le parole forti di Stefania Grasso. «Cresciuta senza padre. Me lo uccisero perché rifiutava di pagare il pizzo». Infine Luigi Ciotti, il prete. Non ha voce, è sfinito e continua a tormentarsi con una domanda. «Di chi è la responsabilità di tutto questo sangue innocente? Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare per impedire la Calabria sia ostaggio di 133 famiglie? Io dico basta». La folla di ragazzi e ragazze applaude. I papà e le mamme senza figli, le vedove, gli orfani, si asciugano gli occhi. È finita un'altra giornata di primavera senza sole. Ma con la mafia.da l'Unità