” RAPPORTO CALABRIA ” del superprefetto De Sena

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RAPPORTO CALABRIA del Superprefetto Luigi De Sena

PREMESSA

Un anno di attività in Calabria permette oggi di impostare un documento di analisi caratterizzato, per certi versi, dalla “non-convenzionalità”.

Un documento che mira ad aggiungere valore, a fornire un contributo prospettico di pensiero ed azione ai più qualificati tra gli Organismi centrali dell’Amministrazione dello Stato ad integrazione delle condivisibili analisi che alcuni di Essi, per gli aspetti di competenza, periodicamente elaborano.

            Si tenderà così a fornire, con le pagine che seguono, uno spaccato obiettivo di vita, empiricamente ottenuto attraverso la prassi quotidiana del dialogo inter-istituzionale e territoriale, l’ascolto diuturno delle istanze collettive ed individuali, i passaggi attuativi del “Programma Calabria” in corso di esecuzione.

            Rappresenta un’assunzione di responsabilità, in certo qual modo, questo documento poiché delinea, forse con modalità irrituali, aspetti della vita ordinaria e delle dinamiche socio-economiche calabresi derivanti da un’incisiva prospezione della trama e dell’ordito di cui si compone il quadro territoriale della regione in riferimento.

            In questo, l’analisi di seguito esposta si affianca allo strumentario di tipo statistico-analitico che guida la costante azione di monitoraggio svolta dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza, attraverso le competenti emanazioni centrali e tecnico-operative territoriali, sulle fenomenologie criminose distorsive dei principi fondanti della convivenza democratica del nostro Paese.

            Per questo, vieppiù, il documento non intende testimoniare solamente l’esistenza di un fenomeno criminale aggressivo, arroccato nella struttura clanico-territoriale diffusasi in guisa di metastasi nelle province calabresi, ma anche tratteggiare aspetti ambientali, comportamentali, nel complesso – potremmo dire – culturali negativi e positivi che, in combinazioni talora casuali e conseguenti, contribuiscono a stratificare nell’immaginario collettivo dei calabresi per primi, del restante popolo italiano e del mondo intero le riserve mentali, i luoghi comuni, le secche della speranza che, assai più del crimine, incidono negativamente sulla prospettiva futura della popolazione.

            L’intento è dunque di evitare ogni sovrapposizione o reimpiego passivo dei valori espressi in linea di continuità e con valenza generale dagli Organi analitici centrali e, al contrario, di fornire ad Essi alcune matrici di decrittazione innovative per l’attualizzazione realistica e non ultra-dimensionata della “questione calabrese”.

PRIMA PARTE

1.         LA MINACCIA.

            Una valutazione della minaccia, con riferimento al contesto calabrese, evidenzia innanzitutto delle tipicità strutturali della stessa.

            Preliminarmente occorre affermare che essa è duplice e presenta una facies esterna, composta essenzialmente dal tasso di aggressività delle organizzazioni criminali, sommato all’efficacia percepita – sovente sovrastimata e presunta – della loro azione rovesciata di controllo del territorio ed agli impatti che tale azione ha sia sulle persone sia sui territori.

            L’altra facies della minaccia riferibile alla Calabria è interna, ovvero da intendersi come la risultante della sommatoria delle linee di frattura accentuatesi nell’impianto sociale calabrese attraverso il filo dell’individualismo egoista, della crescita di sacche di non-cultura civica, dell’attendismo passivo ed arrogante che caratterizza coloro che, pur non delinquendo, in fondo si celano dietro ad uno status quo percepito come immutabile.

            Da due fronti, dunque, pare provenire la minaccia e su due fronti essa deve essere combattuta.

            Addentrandosi ulteriormente nell’analisi si evidenzia che, nel complesso, la stessa presenta altresì caratteristiche di asimmetricità, atteso che non si configura uno scontro tra parti contrapposte ben definite (le Forze dello Stato e le organizzazioni criminali), ma emergono, anzi, nella flessibile quanto perversa capacità di mimesi dell’ “antistato”, antagonisti indiretti, collusioni, tacite interazioni o, talora, addirittura inconsapevoli comportamenti che recano profonde ferite al quadro istituzionale ed alla fiducia della popolazione nell’azione pubblica.

            Da questo discende l’ulteriore caratteristica di multipolarità della minaccia calabrese che, in ragione della diversificazione degli scenari di confronto (istituzionali, territoriali, sociali, economici, associativi, giovanili) deve essere affrontata con metodologie e processi differenziati, coordinati e contestuali sia nel tempo sia nello spazio.

            L’insieme degli aspetti tipizzanti elencati rende così la quali-quantificazione della minaccia alla convivenza pacifica e produttiva delle popolazioni calabresi quanto mai complessa.

           

            L’analisi della medesima deve pertanto fondarsi su di un’architettura di matrici di prioritizzazione che permettano di incrociare i dati e le informazioni strutturate rese disponibili dall’attività di raccolta ed analisi operata dagli Organi centrali e decentrati competenti, ma anche sugli elementi di analisi empirica e non-convenzionale che, letti in forma aggregata, facciano giungere ad una definizione il più possibile realistica del rischio territoriale calabrese.

            La trappola della massimizzazione del rischio, infatti, è sempre pronta a chiudere la concatenazione dei fatti e delle percezioni in una morsa che troppo spesso si presta a manipolazioni disinformative tutt’altro che rappresentative della realtà – anche positiva dove c’è – della regione.

            Sulla base di tale metodologia si ritiene di attestare ad oggi la minaccia – come descritta – ad un livello ALTO  tenendo in debito conto la situazione esistente; le linee di tendenza mantenute dal consesso socio-economico nella sua generalità; le azioni intraprese dall’Amministrazione pubblica ed il relativo grado di risposta  da parte dei territori; il modello a tendere in termini di interazione sociale, assumendo che il processo avviato possa produrre effetti positivi di breve, medio e lungo periodo.

2.         LA QUESTIONE CALABRESE.

            Esiste una questione Calabrese, eccome. Esiste storicamente incastonata nel contesto della più ampia questione Meridionale, ma con caratteristiche precipue, svincolate dai canoni descrittivi elaborati dalla dottrina storico-sociale, nei quali lo stesso calabrese intellettualmente libero, forse, poco si riconosce.

            Esistono, di converso, aspetti comuni che legano la Calabria alle più vaste problematiche di atavica arretratezza delle regioni meridionali, ma su di essi ben più qualificate Istanze si sono diffusamente espresse.

            Ciò che ai presenti fini rileva, innanzitutto, è la congerie degli atteggiamenti sociali, l’intreccio micidiale tra una strisciante quanto ellenistica rassegnazione al “Fato” ed una crescente, inquietante “arroganza dell’attesa”.

            Un’arroganza individuale e collettiva che fa chiedere continuamente tutto ed in ogni settore ma che, una volta ottenuto quanto richiesto, non è poi in grado di trasformare l’acquisizione in un’opportunità: questo è il fardello sociale principale.

            A fronte dell’impegno di una parte, alligna ieratica l’impassibilità di molti che, spesso, tende a raffigurare un’immagine di para-impegno, pseudo-attivismo, finta indignazione in presenza di avvenimenti eclatanti.

            Questo è un limite intrinseco del contesto sociale calabrese, un limite superabile ma, allo stato, un limite vero che frena lo slancio di coloro che invece realmente e concretamente mettono in discussione se stessi con l’obiettivo del fare, molto prima del parlare.

            E’ notorio che la delibazione meramente contemplativa di qualsiasi problema non è in grado di risolverne l’origine, gli effetti e neppure di contenerne la portata.

L’interesse particolare è al centro.

            La prima acquisizione analitica appare allora individuare in tale forma di “rispettabile e formidabile apatia” il terreno di coltura, il laboratorio virtuale nel quale prosperano i germi della distorsione sociale, del virus criminale latente come di quello concentrato, le logiche centripete del “familismo amorale”, come descritto dal politologo Edward Banfield nei suoi studi sulla realtà meridionale.

            La massimizzazione dell’interesse individuale, rivolto solo all’interno del nucleo familiare è, infatti, uno degli ostacoli principali alla costruzione di una coscienza dell’agire collettivo, dell’agire per obiettivi generalisti, di una solidarietà sociale viva e disinteressata.

            Un ostacolo che si rinviene nell’operatività delle Amministrazioni locali, nella resa dei servizi alle comunità: dalla sanità alle pratiche autorizzative; dal trasporto allo smaltimento dei rifiuti; dalla mobilità alla gestione sicura dell’ambiente e delle aree urbane.

            Tale fenomenologia sociale, inoltre, favorisce la dialettica rovesciata ed efficientista che vede da un lato i bisogni individuali e, dall’altro, la risposta criminale organizzata ad essi. Risulta infatti facile, in un modello familista chiuso, proporsi come solutori alternativi ed efficaci delle problematiche e degli affanni quotidiani derivanti da ciò che, in termini giuridici, si può chiamare interesse legittimo, libertà da condizionamenti, diritto di fruizione.

            Fintanto che la cesura comunicativa tra Amministrazione pubblica e cittadino, storicamente instauratasi, ma modernamente alimentata dalle filiere criminali richiamate, permane, la questione calabrese è lungi dall’essere anche all’inizio di quell’auspicabile punto di fuga  verso un affrancamento ed un’emancipazione reali dalla condizione dell’oppressione.

            Con riguardo a questo, un asse di intervento sviluppatosi gradualmente nell’anno trascorso, è rappresentato sia dal ricorso ponderato alla procedura di accesso agli Enti Locali, sia a quella di scioglimento degli stessi che presentino elementi significativi di rischio d’infiltrazione criminale, piuttosto che patologie gestionali macroscopiche e rilevanti ai fini del principio di buon andamento della Pubblica Amministrazione.

            Nel merito specifico si articolerà il ragionamento di seguito, ma ai fini della presente parte analitica giova evidenziare che gli strumenti citati, vissuti nella vulgata mediatica come strumento traumatico di ingresso nella vita amministrativa locale, permettono, oltre che di accedere agli obiettivi istituzionali prefissati, anche di riorientare correttamente l’atteggiamento della popolazione con riguardo ai servizi ricevuti ed ai risultati raggiunti dall’Amministrazione stessa.

            Sono infatti frequenti i casi nei quali, alla cessazione delle attività svolte dai Commissari incaricati, le Prefetture calabresi ricevono segnalazioni positive – talora entusiastiche – sull’efficacia ed efficienza raggiunte dai Funzionari designati nella supplenza alle responsabilità amministrative locali.

            L’evidenza insegna, allora, che la possibilità di rompere l’accerchiamento e la cultura centripeta sopradescritte esiste, è praticabile per mezzo di un dosaggio adeguato degli strumenti amministrativi ed ispettivi concessi dall’Ordinamento e, soprattutto, è efficace nella stesura degli elementi ricostitutivi di base di una sana dialettica con la popolazione residente in una data porzione territoriale.

            In questa direzione deve muoversi l’azione di sostegno alle autonomie locali, in un continuo processo di composizione dialettica delle criticità che serva a raggiungere forme anche innovative di verifica e riscontro amministrativo.

            Al riguardo, sulla base dell’esperienza maturata, si ritiene utile l’avvio di un ripensamento in chiave evolutiva dello strumento dell’accesso agli Enti Locali, affinché ne vengano attenuati gli aspetti di emergenziale tragicità e rafforzati, invece, i contenuti di graduale quanto pregnante modalità di supporto all’esercizio – non facile in genere ed in Calabria difficilissimo – delle funzioni spettanti agli Amministratori locali.

            Si è inoltre maturato il convincimento, per evoluzione empirica e de iure condendo, dell’inutilità del frequente ripetersi di provvedimenti di scioglimento all’indirizzo delle stesse entità amministrative che, pur azzerate nei vertici, permangono pressoché immutate nei quadri e, ciò che è peggio, nelle logiche ingiuste e settarie di governo della Cosa pubblica.

La dialettica intersoggettiva è distorta.

            La seconda evidenza analitica di rilievo essenziale è rappresentata dalla proliferazione delle manifestazioni violente, sia come effetto indotto dall’operatività e dal “marketing” mediatico indiretto connesso all’azione delle organizzazioni di stampo mafioso, sia – e questo inquieta di più – come risultato della diffusione di “antivalori” che negano il rispetto della vita umana e privilegiano la prevaricazione, morale o fisica, come strumento di affermazione delle proprie ragioni.

            E’ un vero e proprio processo emulativo, quello che si rileva, posto in essere dalle tipologie individuali più varie e non collegato, in molti casi, a condizioni di disagio sociale o di indigenza apparente.

            La commissione di atti di danneggiamento, il cui dato statistico assoluto presenta rilevanti dimensioni deve, pertanto, essere diversamente interpretata.

            Si deve, in sintesi, partire dal posizionamento di un discrimine analitico ineccepibile che permetta la distinzione tra atti intimidatori di origine criminale ed atti che, al contrario, non sono affatto “regolativi” degli interessi criminali di tipo mafioso ma sono invece espressioni dialettiche violente “usuali”, una sorta di linguaggio aggressivo a distanza, mirato e lesivo della sfera patrimoniale – quando non dell’incolumità – del malcapitato destinatario.

            L’adozione di tale discrimine, ottenuto attraverso l’approfondita disamina di ogni singolo episodio di intimidazione, permette di abbattere il dato complessivo in ragione di questa perniciosa, quanto illegale modalità di “composizione dei privati dissidi” che si caratterizza, in modo del tutto peculiare,  anche per  l’enorme flusso di anonimi che pervengono quotidianamente a questa Sede.

            Con ciò ottenendo anche il ridimensionamento sostanziale della portata del fenomeno intimidatorio criminale.

            Su questa constatazione si deve allora articolare il ragionamento: l’emulazione del comportamento di stampo mafioso, eziologicamente diverso, significa l’accettazione di una regola rovesciata alla base della convivenza civile, significa che, nella percezione di coloro che lo commettono, non esiste la coscienza del disvalore comportamentale creato e neppure la presenza di un’alternativa efficace al “fai-da-te”.

            L’intervento, dunque, deve essere radicale e a tutto campo, innanzitutto sul piano della comunicazione mediatica, affinché gli effetti indotti di questa fitta, quanto disorganica casistica di eventi intimidatori, non rechi gratuitamente vantaggio all’immagine di “lucida, onnisciente ed ubiqua” efficienza delle organizzazioni criminali.

            Comunicare dunque, ma non solo. A quest’azione di riallineamento dei contenuti effettivi della minaccia alla convivenza civile deve essere affiancata una capillare, diuturna, mirata, forse anche puntigliosa azione di formazione delle coscienze delle nuove generazioni.

            Ai giovani si deve invece guardare, senza pilotarne e/o condizionarne le effervescenze e le aspirazioni, con un’azione sistematica che ponga a fattor comune le competenze dei migliori modelli e delle migliori prassi educativo-scolastiche che si possano reperire sul territorio nazionale.

            Avviando programmi di acculturamento al senso civico, prima che alla chimera di una legalità che, se non condivisa dal territorio e dai suoi abitanti, raggiunge il mero scopo del virtuosismo idealistico privo di conseguenze, pur se corredato di innumerevoli quanto ammiccanti convegni e simposi.

            Serve la concretezza di un piano armonico e coordinato per la formazione di coscienze libere, prima che di culture, che permetta alle istituzioni scolastiche ed accademiche di ogni ordine di interagire più attivamente con il mondo della “vita vissuta” e dei centri di aggregazione socio-culturale di ogni estrazione.

Le strategie di prevenzione dell’abbandono scolastico, fenomeno ancora presente nelle contrade calabresi, potranno così trovare una rete osmotica di supporto che permetta la crescita di una consapevolezza collettiva, prima che individuale, della rilevanza dei percorsi formativi ai fini della “costruzione” dei cittadini calabresi del futuro.

            Ed è di cittadini calabresi che si deve parlare, poiché troppi ancora sono i calabresi di “origine” che, nell’intento di concretizzare il proprio futuro, si vedono costretti a trapiantare le proprie intelligenze, passioni,  aspirazioni al di fuori della regione e, in  numerosi casi, addirittura al di fuori dei confini nazionali.

            La crescita della consapevolezza e dell’identità culturale deve, inoltre, poter avvenire in campo aperto, ben al di fuori dei pur esistenti ed elitari circoli di cultura e socializzazione che si rinvengono in Calabria.

            I diplomi, le lauree, le specializzazioni dovranno così divenire un punto di partenza per l’esercizio di un ruolo individuale della dimensione societaria calabrese e non rimanere – come in generale pare essere oggi – un punto di arrivo, uno status formale privo di esercizio funzionale.

            Quando poi si parla di alta formazione, riferendosi al mondo universitario, l’appello si fa vibrante: siano gli Atenei le sedi aperte e qualificate del confronto culturale con il territorio; costruiscano i loro programmi nella piena libertà dell’insegnamento, ma dotati di agganci con il mondo reale, fatto di professioni – anche nuove – e di competenze mancanti.

            I corsi di laurea potranno così fungere da veri catalizzatori territoriali dell’ingegno che distingue la popolazione calabrese, al fine di dirigerne la forza creativa verso la produzione – si passi la metafora – di vero valore aggiunto sociale.

            Sentirsi corpi estranei, autoreferenti – seppure di eccellenza – non giova alle università della Calabria – non giova a coloro che vi si avvicinano portando nell’animo una speranza di riscatto e di promozione sociale. Torni l’Accademia ad essere il lievito della pasta socio-economica costituita dalle nuove generazioni calabresi che, davvero, nulla hanno da invidiare ai propri corrispondenti nazionali ed europei.

            L’apertura concreta delle porte della Calabria all’Europa rappresenta la chiave di volta per l’attivazione di una serie di opportunità formative, interpretative della realtà moderna e di confronto con i valori ed i problemi degli altri.

La prossima programmazione dei fondi strutturali 2007-2013, forse l’ultima per le regioni meridionali italiane, costituisce una formidabile occasione per una rinascita globale di questo territorio sempre che gli interventi si declinino in azioni che attingano in profondità alla sete di cultura della convivenza delle giovani generazioni.

3. IL RUOLO E LE RESPONSABILITÀ DELLA PUBBLICA  AMMINISTRAZIONE.

            L’individuazione delle prime due “faglie di frattura” del contesto sociale calabrese ci porta, per principio di concatenazione logica, al nodo irrisolto delle corresponsabilità storiche della Pubblica Amministrazione, nel più ampio senso intesa.

L’azione amministrativa, nel complesso, è parcellizzata in interventi dai tratti schizofrenici, sovente espressivi di interessi e finalità a loro volta prodotti da una sottocultura politica, attiva essenzialmente in chiave elettoralistica ed invece assai più discontinua in fase di amministrazione e di assunzione di responsabilità.

            L’assenza cronica di una visione “di sistema”, di tavoli realmente in grado di svolgere funzioni di alta amministrazione strategica e di “cabine di regia” operative alimentano – e questo è ovvio – la mancanza di fiducia nella risposta che i cittadini ricevono, poco e male, dalle Amministrazioni stesse.

            Il più generale problema dell’incapacità di “fare sistema” assume in Calabria un valore negativo esponenziale.

            Per quanto si è potuto osservare nell’anno trascorso, l’assunzione di un ruolo guida, pur parziale e ben definito entro i limiti fissati dal Programma Calabria, da parte dei Prefetti nell’esercizio della funzione di amministrazione generalista, può costituire un’inversione di tendenza.

            Si percepisce, seppur ancora a fasi alterne, un graduale risveglio dal torpore atavico e chiuso in sé di ogni amministrazione che, a vario titolo, è stata invitata a fornire il proprio contributo ad un tavolo strutturato innanzitutto per obiettivi strategici e solo in seconda battuta per competenze.

            Infatti, sull’accennato tavolo sono venuti in evidenza, e questa è una vera scoperta, qualificate competenze, capacità di esercizio, propositività, inneschi positivi che ciascun protagonista amministrativo ha, per convinzione o per induzione ambientale, reso disponibile.

            La scoperta, dunque, della propositività d’insieme, dell’azione sinergica orientata per obiettivi concreti di breve, medio e lungo periodo, come strumento di riaffermazione del ruolo amministrativo central-territoriale e locale, ma anche come trampolino per il superamento della barriera di incomprensione tra cittadino ed Amministrazione.

            Lo spunto analitico è, pertanto, favorevole e rende non pessimisti in termini di riaffermazione della efficacia e dell’efficienza dell’azione amministrativa, ma il quadro presenta anche  altre ombre significative.

            Se, infatti, a fronte di un cammino di transizione avviato dall’Amministrazione pubblica nel suo insieme da una posizione di autorità verso una più confacente posizione di autorevolezza, permangono le “zone grigie” della compromissione e del “vantaggio ingiusto”, dell’assenteismo, della corruttela e dell’aggiramento della norma, ciò rende l’intelaiatura istituzionale incredibilmente debole oltre ad alimentare la sfiducia del cittadino.

            E’ un fattore critico che porta, poi, altri poteri dello Stato, il giurisdizionale tra tutti, a sopperire alla carenza di legalità, al deficit, all’immoralità amministrativa, con un’azione di supplenza che finisce con appesantire il sistema giudiziario regionale, già quasi al di sotto della soglia minima di sostentamento, come si è avuto modo di leggere      nell’ analisi redatta dalla Direzione Nazionale Antimafia.

            E’ chiaro: la sanzione severa, applicata giustamente, è un caposaldo della democrazia e della trasparenza di un Paese moderno ed ispirato a Valori fondanti alti, ma nella sanzione non può concludersi l’arco virtuoso dell’azione pubblica che, proprio attraverso la già richiamata propositività, deve farsi continuamente parte attiva nel processo di ricostruzione delle linee interrotte e nel superamento delle fasi critiche.

            In questo processo appare di essenziale evidenza la richiamata funzione generalista dei prefetti, non solo espressione diretta dell’Amministrazione centrale sul territorio ma sempre più riferimenti super-partes dai quali attingere linee di indirizzo, proposte, criteri e soluzioni sistemiche.

            La sperimentazione della vita quotidiana attraverso il filtro della funzione generalista prefettizia viene così a rappresentare il momento di sintesi delle esigenze e degli interessi, la definizione dei ruoli e la condivisione degli obiettivi, il recepimento delle istanze ed il conseguente instradamento a soluzione delle tematiche territoriali, ma non nel senso autoritativo od invasivo delle prerogative amministrative regionali o locali.

            Su questo verte, per empirico riscontro sul territorio calabrese, il ruolo della funzione prefettizia che, a livello condiviso provinciale e regionale, tende ad esprimere contenuti progettuali attraverso il linguaggio della continuità e della stabilità istituzionale, privo cioè di elementi emergenziali e di transitoria provvisorietà.

            In un territorio come il calabrese – e questa è un’ulteriore evidenza analitica esperienziale – l’intreccio delle problematiche è così diffuso e compenetrato con l’ambito regionale intero che non paiono esservi alternative ad un’azione complessiva, contestuale e concertata, sulle cinque province ed in ogni singolo comune.

            Un’azione la cui complessità connaturata richiede tavoli concertativi, ma soprattutto propositivi e decisionali del genere indicato, affinché l’azione non si traduca in breve in mille rivoli, privi ciascuno per sé di forza effettiva.

            Tale assunto, in base all’analisi operata, pare applicarsi anche alla fenomenologia criminale organizzata nel senso più stretto: mentre, infatti, nel territorio campano l’azione delle organizzazioni camorristiche è chiaramente concentrata in porzioni precise del tessuto metropolitano e dell’hinterland, in Calabria si registra una pervasività territoriale omogenea del fenomeno di stampo mafioso “’ndrangheta”.

            Se, dunque, la pervasività del male è tale, l’approccio diagnostico non può che essere olistico, coordinato e predisposto ad agire su più fronti contemporaneamente, senza la lentezza del metodo sequenziale, retaggio storico di buona parte dell’azione pubblica.

            Completare prima la repressione ed il contrastro dei fenomeni di picco, per poi passare ad una fase di aggiornamento amministrativo e, quindi, a ricostruire il rapporto pubblico-privato sulle fondamenta della credibilità è anacronistico ed inutile: si deve procedere sinergicamente, Forze di Polizia e Magistratura, Amministrazioni ed Enti, Associazioni e categorie socio-economiche, facendo affidamento su un unitario – ma non per questo assolutista – punto di riferimento territoriale. E qui specialmente le organizzazioni sindacali dovranno esercitare un ruolo più coerente con le esigenze evidenziate.

            Un fallimento del processo di riacquisto di efficacia ed efficienza dell’azione amministrativa, del resto, non può che – paradossalmente – incementare il successo della filiera criminale che, pur se non per “meriti” diretti, risulterebbe agli occhi della popolazione, specie dei più giovani, come il vero, unico modello “vincente”.

            Un “mix” devastante tra inefficienza della Pubblica Amministrazione ed efficienza delle organizzazioni criminali.

Il riavvio e la “messa a regime” del motore imballato della Pubblica Amministrazione rappresenta, quindi, la primaria e più impellente necessità sistemica della Calabria.

            La “gestualità” quotidiana della Pubblica amministrazione deve atteggiarsi a modalità esemplari che, scevre di ogni formalismo esteriore inutile o addirittura oltraggioso, conducano il pubblico verso il graduale convincimento della serietà e concretezza delle iniziative avviate.

            La sola efficienza amministrativa, infatti, pur se valida in termini di accrescimento della qualità e quantità dei servizi resi al pubblico non può, in sé, bastare a “conquistare le menti ed i cuori” di una comunità tanto disincantata e scettica da non sentirsi neppure tale.

            Ecco allora la valenza simbolica dell’esempio, ispirato a contenuti di sobrietà, di serenità e di spirito di servizio: del fare per il benessere collettivo piuttosto che per il risultato individuale.

            La Pubblica amministrazione, e quindi anche la Prefettura , come un’entità aperta: “polis” e non “fortezza”.

Tale apertura, a prescindere dalle circoscritte opportunità di socializzazione ed interazione collettiva, deve ispirare l’azione di tutti i responsabili amministrativi e, con ciò, integrare la straordinarietà di un movimento di riaffermazione che verte, tuttavia, su strumenti ordinari, strutture ordinarie e risorse ordinarie.

            Ed è proprio quello che si propone il Programma Calabria, di cui si parlerà nella seconda parte del documento, per il quale si potrebbe  coniare l’espressione “un progetto di straordinaria ordinarietà”, proprio a significare l’innovatività da un lato, ma il ricorso alla strumentazione organizzativa, amministrativa e gestionale esistente dall’altro.

            In tal senso, appare opportuno aprire il processo analitico con riguardo al rapporto con l’Amministrazione regionale, eccellente sul piano dei rapporti interpersonali ed amministrativi, ma certamente meritevole di approfondimento sotto quello delle sinergie programmatiche e delle iniziative future.

            La quasi coincidenza di questo scorcio d’anno con l’imminente apertura del Quadro Comunitario di Sostegno 2007- 2013, in particolare, è ciò che rileva ai fini della presente analisi.

            Il tavolo partenariale tra Stato e Regioni, in sede di programmazione preliminare degli interventi sulle regioni “convergenza” ha già prodotto una significativa condivisione su una sequenza sistemica di interventi a sostegno dello sviluppo socio-economico delle aree meridionali, tra i quali è certamemte compresa la sicurezza.

            Appare determinante che i principi di coerenza tra la programmazione nazionale e la programmazione regionale calabrese trovino concreta attuazione, affinché gli interventi da realizzarsi siano funzionali, nel complesso, ad un’unica, condivisa strategia.

            Su questo si ritiene essenziale che sia in sede di Conferenza regionale delle Autorità di Pubblica Sicurezza sia nel contesto di ciascuna Conferenza provinciale permanente, debbano trovare sintesi e catalizzazione propositiva le istanze provenienti dai territori, da far salire in un quadro programmatico condiviso e coerente verso i “contenitori” della programmazione dei fondi strutturali prossimi venturi.

            Un’assenza di coordinamento in tal senso determinerebbe, con certo effetto negativo, una distonia quali-quantitativa destinata a deprimere le volontà di coloro che aspirano al progresso ed al cambiamento così come a rincuorare i sostenitori palesi ed occulti dello status quo e del contro-principio dell’illegalità diffusa.

            Al riguardo, desunta dal piano tecnico-gestionale che ha caratterizzato l’ultimo anno del Quadro Comunitario di Sostegno ancora in vigore, si rileva, allo stato attuale, una criticità sulla tempistica della spesa postulata dai Regolamenti comunitari, specie ove raffrontata con le norme regolative generali comunitarie e nazionali che disciplinano le procedure per l’aggiudicazione delle opere.

            Questo è un fattore di rischio che, analiticamente, potremmo definire di tipo “istituzionale”, ovvero derivante dalla mancata finalizzazione di risorse finanziarie che, pur assegnate a capitoli di bilancio attivi, non trovano impiego attraverso le previste procedure di evidenza pubblica.

            E’ tema di fondo, per certo, che investe il nostro sistema-Paese nel suo complesso, ma è tema che in territori a forte grado di infiltrazione criminale ed a basso grado di efficienza dell’azione amministrativa deve trovare un doveroso quanto risolutivo contemperamento.

            Da quest’ultimo aspetto promana, altresì, il problema delle opere pubbliche incompiute o inutilizzate ovvero dei grandi interventi industriali proposti come risolutori ma falliti clamorosamente, monumenti impliciti al successo dell’“antistato”. Il paradosso di tale situazione, infatti, è che per il cittadino calabrese si inneschi un doppio danno: il primo derivante dalla privazione di un miglioramento delle condizioni di vita ed il secondo dai costi diretti ed indiretti scaturenti da un’opera avviata e mai conclusa.

            Nell’analisi differenziale costo-efficacia, allora, deve intervenire anche l’elemento del “rischio dell’investimento improduttivo” che, in una logica di tutela dell’interesse pubblico è sostanzialmente inaccettabile e, sul lungo periodo, torna a minare alle fondamenta la credibilità dell’Amministrazione nel suo complesso.

            A fianco dell’efficace azione di monitoraggio degli appalti per la realizzazione delle opere pubbliche deve trovare pari dignità la strategia di completamento e finalizzazione delle stesse, senza la quale si sarà comunque permesso l’effetto perverso della stasi e dell’immutabilità.

           

4. L’ATTIVITÀ DI PREVENZIONE E DI REPRESSIONE.

            Nella doverosa premessa che l’azione di contrasto o repressiva posta in essere dalla Polizia di Stato, dall’Arma dei Carabinieri, dalla Guardia di Finanza e dalla D.I.A., coordinata dalla Magistratura, continua a dispiegare in maniera ineccepibile e davvero straordinaria i propri effetti sotto ogni profilo, appare opportuno individuare una strategia complessiva ed operativa, specialmente in termini di flessibilità, delle forze presenti sul territorio, affinché la riaffermazione dello Stato di diritto si fondi in eguale misura anche sulla prevenzione.

            Una prevenzione generalizzata, prima che generale, ovvero non solo costituita dall’incremento di presenze in divisa sul territorio calabrese, ma che promani dal contributo di qualsiasi attore territoriale che, nello svolgimento delle proprie competenze, eserciti nel contempo anche un ruolo di respiro strategico-programmatico più ampio.

            In questo senso anche Forze di Polizia a competenza specialistica come il Corpo Forestale dello Stato e la Polizia Penitenziaria possono, nei rispettivi ambiti, ben supportare una strategia complessiva di presidio in chiave preventiva.

            La presenza attiva dei rappresentanti regionali di tali Forze in sede di Conferenza regionale delle Autorità di P.S. ha già permesso di individuare settori come quello ambientale e quello carcerario e para-carcerario che, gestiti secondo criteri strategici di efficienza possono accrescere il peso specifico dell’azione dello Stato nel suo complesso.

            Nella regione un detenuto su tre svolge mansioni lavorative, le carceri sono strutture che, per quanto necessitanti di interventi infrastrutturali sostanziali, sono tenute in condizione di dignitosa efficienza e, in alcuni casi, addirittura costituiscono poli di attrazione di eventi e di iniziative.

            Come non sostenere l’impegno di questa Amministrazione, specie se inserito in un quadro più ampio di supporto al principio della giusta pena, ma anche dell’opportunità di recupero e reinserimento dei detenuti?

            In tal senso, la programmazione da realizzarsi nell’ambito del Quadro Comunitario di Sostegno 2007-2013 dovrebbe tenere conto anche dell’attivismo coordinato dell’Amministrazione penitenziaria e del Corpo Forestale dello Stato, al fine di garantirne respiro ampio e continuità nel tempo.

            L’adozione, infatti, di una politica di risposta “punto-su-punto” in chiave squisitamente preventiva, deve ispirare il circolo virtuoso nel quale coinvolgere ogni protagonista competente ed intenzionato a contribuire al disegno d’insieme.

            Del pari si dica delle risorse di Polizia locale, ove presenti e tecnicamente in grado di operare, che debbono divenire elemento costante – seppure in modalità sussidiaria come previsto dalla normativa vigente – del processo di prevenzione in atto su di un determinato territorio.

            Sarà così che fenomeni di illiceità manifesta connessi alla circolazione ed all’abusivismo edilizio, così come di vendita ambulante abusiva e di gestione del ciclo dei rifiuti potranno trovare puntuale e costante attenzione da parte di risorse, mediamente ad oggi sotto-impiegate, quali quelle della Polizia locale.

            Nella strategia di coinvolgimento graduale ma complessivo che si prefigura con quest’analisi, stanno i germi positivi per restituire affidabilità al sistema della Pubblica Amministrazione, con il semplice quanto efficace ricorso a risorse già presenti, a strumenti giuridici ed ordinamentali già esistenti.

            Il vero sforzo, in un’azione del genere, è innanzitutto culturale poiché implica che ciascuna Amministrazione, Forza di Polizia o meno, riununci alla logica “del Corpo”, della primazia e della rilevanza agli occhi del Pubblico e delle Istituzioni per partecipare ad un progetto condiviso e lungimirante.

            In secondo luogo, sussiste senza dubbio la difficoltà di assicurare un governo continuativo e rendicontabile del processo di coinvolgimento che, per essere efficace, non può certo spegnersi al venir meno dell’una o dell’altra risorsa umana, bensì raggiungere un sufficiente grado di auto-sostentamento ottenibile per co-optazione e condivisione di tutti gli interpreti chiamati a cooperare.

            Ad un processo del genere possono risultare certamente utili una metodologia ben impostata nonché tecnologie di collegamento, interconnessione ed interoperabilità, ma il vero salto di qualità è assicurabile solo dal convincimento e dalla motivazione del fattore umano.

            Un fattore umano da motivare non solo all’interno dell’Amministrazione pubblica operante in Calabria, ma anche all’esterno, specie laddove ormai da lungo tempo la tematica dell’insicurezza come freno allo sviluppo, l’assenza di condizioni ambientali come ostacolo all’insediamento produttivo rappresentano dei “mantra” vuoti ed autoreferenti.

            Emerge anche qui come, in effetti, il più significativo investimento debba essere operato verso la conquista delle menti e dei cuori delle persone, poiché qualsiasi strategia di riaffermazione dei principi e della cultura civica non può prescindere dall’elemento volontaristico individuale, pure a fronte di un’offerta credibile perché autorevole e sostenibile.

5. LA COMUNICAZIONE.

            In prosecuzione dell’iter analitico avviato, si ritiene opportuna l’evidenziazione di un ulteriore aspetto della complessità socio-territoriale calabrese.

            Infatti, si è avuto modo di recepire ed analizzare una casistica cospicua di interventi, eventi e comunicazioni generati da calabresi o da esterni al mondo calabrese che, nell’intento di soddisfare una fame diffusa di sensazionalismo – connaturata al tempo mediatico che andiamo vivendo, peraltro – hanno aggravato irrealisticamente il bilancio negativo sostanziale della regione nel suo complesso.

            L’individuare, dietro qualsiasi tipo ed entità di evento illecito, la presenza costante della mano organizzata del crimine di stampo mafioso, se da un lato accende innumeri riflettori sulla regione e sulla sua vita, dall’altro la irradia intrinsecamente ed inesorabilmente di una luce malata monocromatica, priva di sfumature e sempre meno in grado di fornire al pubblico generale l’immagine corretta della Calabria e della “calabresità”.

            I titoli “strillati”  senza dubbio rappresentano una storica forma di marketing del prodotto mediatico e di informazione, ma un richiamo ad una composta asciuttezza nella rappresentazione – possibilmente non auto-lesionista – della realtà quotidiana si impone necessario alla luce dell’anno trascorso in Calabria.

            Asciuttezza nell’informazione, più che nella comunicazione, non significa – si badi – imbrigliamento di un diritto/dovere, bensì garanzia di quest’ultimo attraverso forme eticamente corrette, specie con riguardo alle vittime della prevaricazione di stampo mafioso o violento in generale, oltre che alla popolazione calabrese.

            Sobrietà e professionalità nell’informazione sulla Calabria significano anche, da parte del mondo dei media, contribuire indirettamente al Programma Calabria nel suo complesso, ovvero non tributare gratuiti riconoscimenti e patenti di cinica quanto efficace funzionalità a coloro che, specie se criminali, preferiscono che la Calabria rimanga com’è e, se possibile, peggiori a loro esclusivo vantaggio.

            In qualche modo è l’appello al mondo dell’informazione che si integra in queste parole, ma anche l’invito convinto a tutti i protagonisti del territorio – pubblici e privati – ad effettuare un approfondito autoesame in ordine ai modi ed ai contenuti usuali della comunicazione rivolta al mondo dei media di massa.

            Quest’ultimo, del resto, come si vede in Calabria, per missione e per mestiere tende a raccogliere ciò che trova disponibile dalle fonti accessibili, a relazionarlo ad un contesto ed a renderlo fruibile al pubblico generale.

            Ecco perché dichiarazioni improvvide, emotive, condizionate sovente da una scarsa se non addirittura nulla conoscenza degli avvenimenti non dovrebbero essere veicolate verso i media, non solo per un doveroso rispetto della verità ma anche per il valore emblematico degli effetti nefasti diretti ed indiretti, nazionali ed internazionali, di breve e lungo periodo che possano prodursi.

            Del resto, dal punto di osservazione empirica dal quale quest’analisi non-convenzionale promana, vedere nel giugno scorso la Calabria citata sul settimanale inglese “Economist” come la “terra senza legge”, ovvero la terra dalla quale l’imprenditoria deve fuggire ed ai confini della quale dovrebbe essere apposto il cartello “chiuso per mafia”, non ha certamente reso un servizio al diritto ad essere informati degli investitori o dei turisti anglosassoni né, men che meno, ha reso giustizia alla vasta azione di risanamento in corso.

            Le criticità calabresi non diventino, allora, accessibile alibi per coloro che gridando al soccorso ed invocando il cambiamento, in realtà pongono in essere condotte che, nei fatti, lasciano la situazione statica ed immutabile.

            Per motivare tal genere di cambiamento, tuttavia, è necessaria anche in questo caso una vasta azione di sensibilizzazione e formazione delle coscienze, affinché il circolo informativo-comunicativo trovi esatta interpretazione e corrispondenza da parte di tutti i soggetti interessati.

            Citare Corrado Alvaro con “il calabrese vuole essere parlato”, non significa invocare un “purché se ne parli”, ma permettere alla popolazione calabrese di comprendere i processi di cambiamento per avvicinarcisi dapprima e parteciparvi poi.

            In questo processo, naturalmente, rientra appieno la materia della sicurezza che, per natura intrinsecamente evocativa ed eclatante, fornisce molta linfa all’informazione ed alla comunicazione in senso più ampio.

            Il coinvolgimento credibile e continuativo di fasce sempre più ampie di popolazione nel processo di riaffermazione dei valori civici e di convivenza, allora, deve riguardare anche la comunicazione relativa alla sicurezza, alle operazioni di polizia effettuate, agli esiti giudiziari conclusi, alle iniziative positive e di infrastrutturazione avviate.

            Questo affinché la sicurezza, oggi definita partecipata, possa in prospettiva caratterizzarsi per una crescente dimensione partecipante, ovvero faccia sentire le future generazioni pienamente coinvolte nel processo di nuova ingegneria sociale calabrese, da impostare prima sul “fare” e solo in un secondo momento sul “parlare”.

            Lo stesso svolgimento di eventi “parlati” sulla tematica della sicurezza, della diffusione della legalità, dell’efficienza dell’amministrazione si tramuterà in mere “sfilate” più o meno qualificate sotto il profilo istituzionale, se non suffragate da atti e fatti concreti, quotidiani ed esemplari.

6. DALLA SICUREZZA “PER” LO SVILUPPO ALLA SICUREZZA “DELLO” SVILUPPO.

            Si è visto come, nel corso dell’ultimo decennio, l’assunto “sicurezza per lo sviluppo” abbia prodotto meno di quanto auspicato, specie con riferimento alla Calabria. Tra i tanti, il caso del Porto di Gioia Tauro è il più emblematico, con uno sviluppo che, sino alla fine degli anni ‘novanta, sembrava essere ostacolato – nelle sue possibilità di espansione ed affermazione a livello mondiale – dall’assenza di idonee condizioni di sicurezza.

            Gli interventi per la messa in sicurezza sono stati progettati e realizzati, ma le problematiche di freno allo sviluppo rimangono.

            Probabilmente, sulla scorta di un’esperienza decennale nazionale nella gestione di risorse a co-finanziamento comunitario per la sicurezza, il tempo è maturo affinché da una formula di “sicurezza per lo sviluppo” si passi ad una ben più ampia, interdisciplinare, sinergica ed efficiente formula di “sicurezza dello sviluppo”.

            Con ciò si intende affermare il principio che la sicurezza è componente dello sviluppo sociale ed economico di qualsiasi porzione territoriale, ma che la realizzazione a priori di condizioni di sicurezza nello stesso territorio non è in grado, da sola, di generare attrattività, intraprendenza, impresa.

            Per ogni intervento finanziato in sicurezza si deve, quindi,  avere una corrispondente attivazione in termini di esercizio imprenditoriale, sia esso di produzione o di servizio.

            Per questo la sicurezza “dello” sviluppo deve, innanzitutto, iniziare ad essere intesa non come tipico “centro di costo”, ma come “asse di investimento”, poiché destinata a generare ritorni economici indiretti, sotto la forma delle migliori condizioni operative delle aziende e dell’integrazione di una filiera produttiva e commerciale.

            L’attendismo passivo di chi pretende dallo Stato e dalle Amministrazioni locali il “prodotto sicurezza” in via gratuita, esclusiva e continuativa, deve gradualmente cedere il passo a logiche di sinergia pubblico-privato che, de iure condito, sono già ad oggi possibili. Una sinergia da tempo “parlata”, ma ben poco praticata.

            In questo modo sarebbe più semplice organizzare una risposta di qualità da parte dello Stato, all’insegna del “dove, come e quando serve”, incidendo sui costi di gestione di una macchina della sicurezza pubblica ai limiti della saturazione.

            Anche qui l’autorevolezza della Pubblica Amministrazione può svolgere il suo ruolo, condividendo e sostenendo quelle iniziative imprenditoriali strategiche coerenti con l’esigenza primaria, ormai ineludibile, di un concreto sviluppo economico.

            L’esperienza di altri Paesi dell’Unione Europea è già attiva e disponibile, ma senza voler trapiantare modelli avulsi dal contesto nazionale, vi è fondato motivo di ritenere che sussistano le condizioni generali per l’avvio di un’azione innovativa nel senso testè descritto, agendo in primis proprio sui territori maggiormente afflitti dalla pressione di problematiche di sicurezza e di inefficienza complessiva della macchina pubblica, come la Calabria.

            In questo processo di conversione intellettuale, probabilmente, consiste la sfida maggiore da parte delle Amministrazioni che, come ampiamente detto in precedenza, dovranno riuscire a corrispondere – in termini qualitativi e quantitativi – alle attese degli operatori economici e dei cittadini.

            Inoltre, senza alcun bisogno di forzature o di temerarietà amministrative, è contestualmente necessario – come rilevato nel territorio calabrese – lo sviluppo rapido ed efficace di una capacità di “ascolto attivo” da parte dell’Amministrazione pubblica nel suo complesso.

            Un ascolto da intendersi in chiave bi-direzionale ed al quale pervenga il contributo di stimolo e sollecitazione da parte pubblica, affinché chi vuole parlare lo possa fare ai tavoli propositivi aperti e, sino a non molto tempo fa, lasciati privi di idee e proposte. In ciò deve consistere l’attività dell’ascolto, così come sperimentato lungo l’anno appena trascorso in Calabria.

            L’ascolto attivo, in particolare, ha permesso di entrare nei territori e far entrare i territori al tavolo dell’Ufficio Territoriale, ha stimolato propositività, ha consentito l’identificazione e la prioritizzazione dei problemi, ha supportato la strategia di intervento contemplata dal Programma Calabria.

            La scelta della Conferenza Regionale delle Autorità di Pubblica Sicurezza di aprire un “tavolo operativo permanente” sul tema della sicurezza degli Amministratori locali con l’ANCI Calabria e l’Associazione dei Piccoli Comuni calabresi, è un’ulteriore conferma della volontà del sistema sicurezza di affrontare anche questi problemi certamente gravi ma non irrisolvibili.

            E’ necessario proseguire nell’azione di affiancamento avviata, e dotare le forze sane e reagenti al contesto di una mappa ragionata, costituita da tempi ed obiettivi, in modo da sostenerne con efficacia le aspirazioni e le iniziative.

Ma l’esperienza vissuta attraverso l’Ufficio Territoriale del Governo in termini di vita sperimentata quotidiana permette di affermare che una prospettiva esiste – in forma latente – ma esiste ed è una prospettiva che origina proprio dal riavvio di quel “motore” amministrativo territoriale imballato descritto in precedenza.

Lo iato composto di scarsa vitalità amministrativa decentrata e la pochezza di continuità amministrativa locale complicano lo scenario sino al limite dell’indecifrabilità se visti dall’esterno o, meglio, se interpretati con modelli trapiantati, impropriamente efficientisti ed alieni alle tipicità regionali.

Ciò genera, per una sorta di perversa induzione, contenzioso e conflittualità tra le amministrazioni stesse che diventano, ciascuna per l’altra, occasione di scandalo, diatriba e dispendio improduttivo di energie senza che al cittadino calabrese, all’azienda, alla realtà socio-economica territoriale torni un vantaggio giusto in termini di efficienza, resa di servizi, assistenza nel metodo e nel merito.

Ebbene, nonostante tutto, il punto di fuga dalla prospettiva richiamata c’è. Esso deve essere traguardato da un punto di vista collettivo e collegiale della società calabrese, un punto di vista che deve essere attrezzato con cultura civica e strumenti di monitoraggio e riscontro.

            L’esperienza maturata nell’anno, inoltre, dimostra che gli Amministratori locali, riorganizzati in Comitati a livello provinciale e chiamati in forma collettiva attorno al tavolo ascoltano, rispondono e, solo dopo, chiedono. Ma non chiedono e basta: individuano priorità di intervento nei settori più vari, fanno stato delle opere in esecuzione, inseriscono le esigenze particolari in un contesto strategico più ampio, ben oltre i limiti confinari comunali.

            Le capacità non mancano, viene da dire, la conoscenza delle specificità neppure. Questo è il punto di fuga dall’attuale situazione di stallo, ma affinché rimanga aperto e privo di ostacoli e condizionamenti è necessaria un’azione di ampio e strategico respiro.

            Affiancamento, accompagnamento, condivisione del carico di responsabilità e strumenti correttivi, dove serve, ma nel complesso ciò che la funzione generalista dei Prefetti può e deve assicurare è un incedere sincrono con le Amministrazioni locali.

Il rilievo positivo dell’effervescenza dimostrata dall’imprenditoria calabrese, poi, riscontra l’esistenza di un patrimonio di intelligenze e professionalità di eccellenza che hanno, però, solo in parte contribuito ad un impiego ottimale dei rilevanti incentivi di cui hanno beneficiato le imprese in questi anni.

Nelle tre aree in cui è suddivisa la provincia di Reggio Calabria (ionica, tirrenica e dello Stretto), ad esempio, sono comprese vocazioni turistiche, commerciali ed industriali che, pur nella diversità delle condizioni ambientali e delle difficoltà incontrate, dimostrano vitalità e desiderio di fare.

Analogamente i successi ottenuti negli esercizi di attivazione di nuova imprenditoria – specie da parte dei giovani, a finanziamento derivato dai Patti Integrati Territoriali – sono ben al di sopra della media, rispetto ad altre regioni italiane, in termini di produzione e di livelli occupazionali raggiunti.

Del pari nell’area agricola: esistono esperienze di assoluta eccellenza, in settori a forte connotazione territoriale tipica (quale l’olivicoltura), che incontrano il consenso unanime dei mercati e degli Organismi nazionali ed esteri.

L’imprenditoria femminile è anche attiva, con iniziative che fanno stato di una consapevolezza e di una determinazione tutte calabresi.

Senza enumerare le storie di successo concretizzate da calabresi fuori dalla Calabria, nel settore pubblico come nel settore privato.

Questo insieme di fermenti positivi, oltre ad essere accompagnato nel processo di radicamento ed espansione, deve anche essere comunicato, reso noto con precisione e professionalità all’opinione pubblica nazionale ed internazionale, affinché – come ampiamente detto in precedenza – non giungano solo gli echi nefasti di questa parte importante dell’Italia.

Lungo questa strada è necessario procedere, ponendo le energie – tutte – delle Amministrazioni al servizio del progetto unitario di progresso della terra e del popolo calabrese.

Il vero, quasi genetico, problema è assicurare continuità al processo, governarne le criticità, allargare “la macchia d’olio” del coinvolgimento partecipativo e responsabile.

In quest’ambito deve operare, inoltre, con maggiore disponibilità il settore del credito spesso accusato di applicare in questa regione tassi assolutamente superiori a quelli praticati in altre parti del paese.

Non è questa la sede competente per trattare il merito dell’ormai consolidato contenzioso tra istituti di credito e imprenditoria generale calabrese, ma si ritiene necessaria una riflessione congiunta in tavoli qualificati sulle condivisibili argomentazioni delle due parti, specialmente per il continuo allarme usura proveniente dalle associazioni di categoria comprese quelle antiracket ed antiusura.

Un appello anche alle Organizzazioni Sindacali per un verso ed agli Ordini Professionali competenti per un altro, affinchè contribuiscano ad una corretta dialettica nel settore dell’occupazione partecipando attivamente all’accennata strategia globale di progresso. Invero, in questo territorio, il “posto di lavoro” è concepito come una sistemazione statica e percettiva di un reddito fisso che consente di accampare solo diritti ed è lontana da quella concezione moderna di funzionalità e competitività, produttrici di aggiornamenti culturali e quindi di evoluzione del contesto mentre l’accennato assenteismo nella Pubblica Amministrazione trova esatta corrispondenza anche nel settore privato, con rilevanti danni al sistema produttivo.

In questo consiste il ciclo virtuoso della prevenzione innescato in forma evolutiva dal Programma Calabria che, se permetterà il guadagno di una sola posizione nelle statistiche sulla qualità del vivere locale e la “retrocessione” al secondo posto nelle corrispondenti statistiche della negatività nazionale, avrà conseguito un primo – pur parziale – obiettivo di portata formidabile.

           

7. LE OPPORTUNITA’.

Parlare di opportunità con riferimento alla Calabria potrebbe apparire anacronistico, dopo che negli ultimi cinquant’anni lo sviluppo economico e sociale della Regione ha costantemente occupato un posto centrale nell’agenda operativa e politica di tutti i Governi, nazionali e regionali, che si sono susseguiti.

Della diga del Menta – una delle cd. “grandi opere” – si parla dal 1965 quando si svolsero i primi sopralluoghi. Il Porto di Gioia Tauro è una delle “opportunità” per il futuro della Regione almeno dalla metà degli Anni Settanta. Chi percorre la A 3 o la SS 106 – cioè due degli assi stradali sui quali dovrebbero “transitare” le speranze e le opportunità di sviluppo della Regione – sa bene, almeno da una decina d’anni, di partire senza conoscere che tempi di percorrenza dovrà affrontare.

Una difficoltà di “fare” in questa Regione, nonostante la Calabria sia stata il punto di arrivo di un flusso di denaro pubblico che non ha paragoni, che trova conferma negli indicatori economici: un tasso di disoccupazione praticamente immutato negli ultimi due anni e superiore sia alla media del Mezzogiorno che a quella nazionale; un PIL pro capite che resta inferiore sia alla media Paese che a quella delle altre Regioni meridionali, pur registrando un tasso di crescita annuale  – nel 2005 – di assoluto interesse nel panorama italiano.

 Ma anche qui l’esperienza vissuta permette di affermare che una prospettiva esiste.

Parte dalla consapevolezza che non c’è più nulla da sperimentare o da studiare, e che c’è solo “da fare”, avendone le capacità.

“Da fare” bene, quindi, perché quello della qualità degli interventi resta un tema dolente, che puntualmente si ripropone e che viene confermato, come già detto, dalle tante opere pubbliche incompiute e inutilizzate, testimoni imperituri di un’operosità amministrativa dedicata più all’intermediazione delle risorse che al loro uso per investimenti, più attenta a  gestire il presente che a progettare il futuro.

Il Porto di Gioia Tauro e le necessarie infrastrutture.

Dalla metà degli Anni Settanta, quando ha avuto inizio la costruzione del Porto di Gioia Tauro nell’ambito del progetto di realizzazione del V° Centro Siderurgico Italiano, questa area è stata l’ancoraggio di molte speranze.

Alcune già in parte deluse prima ancora di avviarne l’operatività nel 1994, altre che rischiano lentamente di svanire a fronte dell’unica attività di respiro internazionale, quella del transhipment, che, però, fino ad oggi, non è riuscita a diventare il volano per lo sviluppo dell’area nell’ambito dell’auspicata integrazione tra le attività portuali ed i progetti di industrializzazione della Piana di Gioia Tauro.

Con esiti, a volte, paradossali: soluzioni avveniristiche e di assoluta primazia a livello mondiale come la “Port Security” – investimento di 9 Meuro con fine lavori prevista per l’estate 2007 – si concretizzano a fianco allo svolgersi di storie pluriennali come quella relativa al  recente completamento del raccordo ferroviario tra              l’adiacente A.S.I. e la dorsale rotabile nord-sud, che ha aperto, finalmente, una “porta logistica” di indubbio interesse.

Difficoltà analoghe stanno vivendo altri progetti dei quali si discute da tempo – il rigassificatore, l’interporto, la cd. “zona franca”, la grossa scommessa finanziata dal CIPE per la realizzazione della cd. “piastra del freddo” dell’ASI – senza che emergano passi in avanti fatti con una velocità adeguata ai tempi dettati dai mercati globali, caratterizzati soprattutto dalla compressione del rapporto spazio-tempo nel trasferimento di persone, merci e, soprattutto, esperienza.

Il rischio è, ovviamente, quello di ripiombare nel “deserto” economico e sociale al quale sembravano essere stati strappati questi 1.350 ettari di aree industriali dove sono già stati investiti ingenti risorse, con l’accentuazione della marginalizzazione economica e geostrategica che vive la Regione e con il pericolo che l’unico risultato da ricordare diventi quello delle tante truffe alle diverse leggi di finanziamento – la 488 più delle altre – che sono state continuamente accertate e perseguite negli ultimi anni.

Paradossi e difficoltà che, spesso, trovano facili alibi nella asserita carenza di sicurezza, a fronte dei notevoli investimenti realizzati negli ultimi 20 anni e degli straordinari risultati conseguiti in numerose operazioni di polizia coordinate dalla magistratura.

Quella del “Porto di Gioia Tauro” è una opportunità che va solo colta, mentre si profila all’orizzonte uno dei più significativi progetti complessivi di sviluppo e di crescita che il Meridione abbia mai conosciuto nella sua storia recente, con la nuova programmazione della spesa strutturale 2007 – 2013, i numerosi progetti a “Sportello Bruxelles”, la realizzazione della rete materiale e immateriale di infrastrutture previste dalla rete europea dei “corridoi”, la realizzazione dell’area di libero scambio Euromed nel 2010, la progressiva affermazione della Lisbon strategy per un’autentica e competitiva società della conoscenza in una Calabria afflitta da un digital divide impressionante con il resto del Paese.

Ma, al fine di affrancare la struttura portuale da un’attività di mero transhipment, è necessario realizzare gli accennati interventi e quelle infrastrutture indispensabili a sviluppare la grande potenzialità dell’area in una logica di distretto, tale da favorire, nelle stesse aree portuali e nel comprensorio, uno sviluppo sostenibile e portatore di significative ricadute occupazionali.

La dotazione di infrastrutture si pone, quindi, quale elemento prioritario e strategico per lo sviluppo della Calabria, per evitare che il progressivo accentuarsi dell’accennata situazione di perifericità diminuisca ulteriormente l’appeal verso nuovi investitori e le possibilità di valorizzare le attività economiche già esistenti sul territorio.

Infrastrutture che sono strategiche non solo con riferimento all’opportunità costituita dall’area portuale di Gioia Tauro, ma, anche in funzione dello sviluppo di quel turismo che dovrebbe essere la principale risorsa della Regione e che nell’ambito dei quadri comunitari di sostegno viene indicato come il punto di forza del mezzogiorno.

La conclusione dei lavori di adeguamento della A3 “Salerno-Reggio Calabria” e della strada statale 106, esigenze infrastrutturali di primaria importanza per l’intera regione, nonché la realizzazione, con capitale privato, della centrale elettrica-turbogas a Rizziconi, unitamente all’adeguamento del raccordo ferroviario, costituiranno senza dubbio momenti significativi  per l’esaltazione industriale di tutta l’area, soprattutto perché il timing realizzativo coincide esattamente con la programmazione dei piani operativi triennali dell’Autorità Portuale diretti ad accrescere le potenzialità del porto finora inespresse.

Una qualificata governance di tutti questi progetti, in una prospettiva complessiva che investa l’intera area di Gioia Tauro, potrebbe, quindi, rivelarsi la scelta ottimale per porre le basi di uno sviluppo sempre sperato, ma mai realizzato.

Una governance che il “sistema di sicurezza” sosterrà ed accompagnerà, muovendosi in sincronia con le esigenze di impresa per contrastare e prevenire i tentativi di infiltrazione mafiosa e di illecita percezione di finanziamenti pubblici.

Infrastrutturare, quindi, muovendosi secondo una strategia complessiva che punti a porre, attraverso l’individuazione di un adeguato “sistema di capacità”, le premesse per il recupero del gap che vive la Calabria , sia in termini di perifericità industriale e commerciale, che di “qualità della vita”.

Un “sistema di sicurezza”, come emergerà dalla seconda parte relativa al Programma Calabria,  che è già orientato e pronto a muoversi in sincronia con le esigenze d’impresa. O, meglio, con le esigenze di quelle imprese che intendono dare il loro contributo alla riaffermazione della forza della legge, di fronte alla legge del più forte o del più furbo.

Una partita analoga si riaprirà, tra breve, con la ripresa dei lavori che renderanno finalmente utilizzabile la diga, già esistente, sul torrente Menta, assicurando, così, l’acqua potabile alla città di Reggio Calabria, le cui falde di acqua dolce sono sovrastate da quelle marine.

Se ne parla dal 1965, l’approvazione del progetto è del 1980, doveva costare 53 miliardi di lire, ne sono stati spesi per completarla nel 2003 quasi dieci volte di più, circa  230 Meuro ed è inserita nel gruppo delle “Grandi Opere”!.

Un’altra “grande opera”, che attende da tempo, quindi, la sua conclusione, e che, una volta operativa, inciderebbe profondamente su una situazione del settore idrico caratterizzata da rilevanti carenze strutturali e gestionali.

Un’altra opera che da decenni attende la conclusione, che sarebbe particolarmente significativa per tutto il settore agricolo dell’area della Piana di Gioia Tauro, è la diga sul Metramo!

L’offerta di dotazioni e servizi di base a livelli più accettabili per la collettività e le imprese, l’attrazione  di nuovi investimenti esterni e la valorizzazione delle attività economiche già esistenti sul territorio nella attuale prospettiva globale dei mercati e degli scambi, sono certamente elementi importanti che, però, appartengono alla fase successiva della conclusione degli interventi.

Prima si gioca una partita altrettanto importante: quella sulla credibilità istituzionale e, cioè, sulla effettiva conclusione nei tempi previsti, senza costi ulteriori, secondo gli standard progettuali stabiliti, di queste cd. “grandi opere”.

 Questa è la vera opportunità, una grande opportunità di “buon governo” del quale la Pubblica Amministrazione deve essere protagonista, attraverso quei tavoli permanenti – attivati per “assistere” l’opera in corso di realizzazione – che funzionano, come detto, solo se vi è una visione strategica e interistituzionale di totale sinergia.

SECONDA PARTE

IL PERCORSO: IL PROGRAMMA CALABRIA

PREMESSA

Il Programma Calabria, sorto in sede centrale dall’esigenza di una rimodulazione complessiva della strategia di contrasto alle organizzazioni criminali calabresi, si è caratterizzato nel tempo per una configurazione dinamico-evolutiva molto forte.

            In particolare, le acquisizioni di base funzionali all’avvio del Programma hanno trovato, nel corso dell’attività svolta lungo l’anno trascorso, costante integrazione, approfondimento ed ampliamento traendo spunto dall’esperienza sul territorio e dal confronto con le realtà amministrative, prime tra esse le Forze di Polizia.

            Per questo motivo si ritiene che il Programma rappresenti oggi un corpo “vivo”, aperto e sistematizzato che permette, anche in prospettiva futura, l’accrescimento delle intrinseche capacità prestazionali.

            E’ una sorta di “motore di ricerca” applicato alla realtà calabrese, sia con riguardo alla strategia di prevenzione prima che di contrasto della criminalità organizzata, sia con diretto riferimento all’incremento di efficienza della Pubblica Amministrazione – decentrata e locale – nell’espletamento delle attribuzioni ad essa demandate.

            Inoltre, il confronto aperto con le realtà giudiziarie della regione, avvenuto nel pieno rispetto delle prerogative costituzionali e normative in generale, ha permesso di evidenziare con rapidità i nodi critici e di reinstradare correttamente l’attività strategica complessiva valorizzando al massimo le norme vigenti, da un lato, e le risorse disponibili sotto il profilo umano e finanziario, dall’altro.

            Un confronto che ha aperto spazi di operatività ed efficienza pressoché inediti in precedenza.

           

            La disamina che segue intende ulteriormente verificare tale assunto, basandosi – prima che sui classici “risultati conseguiti” – sulle azioni avviate, sui riscontri maturati e sulle garanzie di continuità ad esse assicurate.

            Pertanto il Programma Calabria è stato strutturato su tre macro-aree: della prevenzione generale; dell’azione di contrasto; della missione generalista dei  Prefetti.

Tre ambiti che non debbono essere considerati come sequenziali e disgiunti, ma espressione contestuale e multipolare di una medesima strategia di riaffermazione civica dei valori di convivenza, prosperità e benessere cui l’Amministrazione pubblica, tutta intesa, deve tendere in una logica di sistema.

L’innesco di un processo di “retro-azione” e verifica costante deve infatti far sì che dalle iniziative di contrasto e repressione traggano spunto ed indirizzo le contestuali, immediate e continuative iniziative di prevenzione e viceversa.

Infatti si ritiene che i confini tra contrasto e prevenzione debbano essere concettualmente abbattuti sulla base di una moderna metodologia che consenta rifrazioni reciproche e continue attraverso flussi di informazioni a beneficio dei due settori.

La condivisione di questo principio deve condurre necessariamente ad una intesa interistituzionale tra apparati dello Stato per una globale strategia di intervento.

Ciò è sovente postulato in termini teorici, ma è nella prassi che il metodo individuato trova concreta applicazione: una carenza strutturale di un Ufficio giudiziario, se non sopperibile dall’Amministrazione di competenza, deve trovare risposta in loco, attraverso l’assunzione di responsabilità e l’apertura “di credito” istituzionale da parte di altra Entità amministrativa che, nel momento dato e per competenze, possa costituire soluzione al problema esistente.

E’ quanto si è fatto per consentire alla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro di concludere in tempi rapidi – attraverso l’informatizzazione del fascicolo processuale con l’acquisizione automatica di documenti cartacei e la gestione della relativa stampa anche in centinaia di migliaia di pagine – una rilevante attività investigativa grazie alla quale sono stati recentemente ristretti in carcere decine di affiliati alla ‘ndrangheta.

            In questo esempio di collegialità sinergica trova consistenza ed efficacia il metodo varato dal Programma Calabria.

            Sulla stessa linea sono state intraprese iniziative di carattere sistemico che, trasversalmente alle Amministrazioni interessate e agli Enti locali coinvolti, potessero permettere il superamento della situazione emergenziale e stabilizzare il contesto di riferimento.

            La Conferenza regionale delle Autorità di Pubblica Sicurezza e le Conferenze Provinciali Permanenti si sono rivelate in tal senso uno strumento di orientamento e di guida strategica insostituibile. Il “cuore del motore di ricerca” a livello territoriale, per rimanere nella metafora.

            La collegialità, l’espandibilità e la velocità decisionale hanno permesso di portare il Programma Calabria allo stadio di evoluzione nel quale si trova oggi assicurando quella continuità che rappresenta la prima delle priorità affinché il lavoro intrapreso possa radicare nelle coscienze delle risorse amministrative e, non di meno, essere percepito dalla popolazione come il vero segno del cambiamento.

            E’ evidente, per quanto detto nella prima parte, che alle azioni applicative del Programma Calabria, alcune delle quali squisitamente riferibili al circuito virtuoso “contrasto-prevenzione-normalizzazione” ed altre, invece, individuabili in un flusso ideale “efficienza-resa effettiva-ritorno di fiducia”, è trasversale l’azione di recupero del consenso della macchina amministrativa decentrata e locale nel suo insieme.

           

LA MACRO-AREA DELLA PREVENZIONE GENERALE.

La prevenzione generale ed il controllo del territorio appaiono ben impostati sul piano della gestione e distribuzione territoriale delle risorse umane di presidio a livello interforze.

La conoscenza delle specificità territoriali è buona e ben orientate sono le attività quotidiane di pattugliamento e controllo degli spostamenti di persone, mezzi e beni.

            L’attività di controllo del territorio è stata intensificata, con particolare riguardo ai quadranti territoriali ed orari di maggiore valenza: dalle zone della Locride, a Siderno sino a Lamezia Terme, dove la presenza delle uniformi delle Forze di Polizia è puntuale, esercita un continuo scrutinio delle direttrici viarie, delle aree urbane e delle contrade.

Sul piano dei risultati operativi – in un confronto, su scala regionale, tra i primi 10 mesi del 2006 e l’analogo periodo dell’anno precedente – giova segnalare, pur con la prudenza connaturata all’analisi di breve periodo che, a fronte di un controllo del territorio cresciuto per qualità e quantità del 25% (da 182mila a 245mila controlli effettuati; da 305mila a 387mila soggetti controllati):

    gli omicidi consumati sono diminuiti del 20% (da 66 a 52), mentre quelli “scoperti” sono cresciuti di quasi il 30% (da 14 a 18);

    gli omicidi riconducibili ad una matrice mafiosa sono scesi da 20 a 15  e, di questi, gli “scoperti” sono passati da 0 a 4;

    sono in discesa anche i tentati omicidi (con variazione pari a circa il 10%), le rapine per circa un 20% (da 590 a 474),  i furti, per un 5% circa (pur se il numero complessivo rimane alto, oltre 24mila ).

La domanda di presenza e di controllo del territorio rimane comunque alta ed evidenzia che l’impegno dovrà mantenere le caratteristiche di intensità ed efficienza raggiunte.

A fronte di tale “domanda” di sicurezza permane l’insignificanza – per non dire inconsistenza – del rapporto di fiducia tra popolazione e sistema di sicurezza, che si traduce nell’esiguità del numero di casi di estorsione e usura denunciati e di danneggiamento scoperti, fattispecie nelle quali, come noto, è determinante la collaborazione della vittima.

Qui la questione è nettamente culturale e, come spiegato altrove nell’analisi, affermare una reale inversione di tendenza richiederà ben più di una generazione.

            Una domanda di sicurezza che va, quindi,  attentamente analizzata e interpretata, anche perché, ad esempio, esistono ancora aree di insediamento scarsamente attrezzate sotto il profilo delle infrastrutture preventive di base, prima tra tutte l’illuminazione viaria pubblica, strumento primario di presidio e prevenzione, oltre che presupposto essenziale per un’attività di pattugliamento fisico e/o tecnologico da parte delle Forze di Polizia.

            La sinergia con gli Enti locali è indirizzata anche ad affrontare tali carenze e, ove necessario, ad iniziare a porvi rimedio, secondo una tabella di priorità elaborata di concerto tra le Autorità di Pubblica Sicurezza e le Istituzioni territoriali stesse.

            Il Programma Calabria, infatti, rivolto non solo alle Amministrazioni decentrate, ma anche agli Enti locali, permette di porre a fattor comune interventi di urbanizzazione primaria – quale è l’illuminazione di un quartiere o di una contrada – nella più ampia strategia preventiva di presidio.

            Con tale impostazione, inoltre, si ottiene il risultato di affermare fattualmente l’intervento della Pubblica Amministrazione sul territorio, senza eccedere dal punto di vista della sua militarizzazione, ma permettendo nel contempo a dispositivi tecnologici di videosorveglianza – distribuiti in sinergia con i punti-luce – di raggiungere meglio i propri scopi di prevenzione e monitoraggio delle devianze.

           

Al riguardo, gli interventi in corso di realizzazione, che potranno trovare un loro punto di sintesi e di ulteriore arricchimento nelle prossime edizioni della Conferenza Regionale delle Autorità di P.S., sono:

    la progettazione, completata già a maggio scorso, degli interventi di videosorveglianza unitamente alle relative specifiche tecniche, con riferimento ai cinque capoluoghi di provincia, a sei aree infraprovinciali significative ed alla Strada a Grande Comunicazione “Ionio-Tirreno” individuate in sede di Conferenza regionale delle Autorità di P.S.. L’intera documentazione è stata trasmessa al competente Responsabile della Misura del PON Sicurezza sulla quale gli interventi troveranno capienza finanziaria per 15,9 Meuro ed è stata bandita la relativa gara per cui si prevede una operatività dei sistemi entro il 2007.
E’ stata già condivisa, nella stessa sede, l’opportunità di elaborare un quadro sistematico ed onnicomprensivo, in stretto raccordo con l’Amministrazione regionale, ai fini dell’inserimento di nuove iniziative di tale tipo finanziabili dal PON Sicurezza nella prossima edizione del quadro comunitario di sotegno 2007-2013;

    la proposta di estensione del “piano coordinato di controllo del territorio” anche al di fuori del capoluogo.
Un Gruppo di lavoro sta procedendo a delineare per la provincia di Reggio Calabria – che presenta una distribuzione omogenea dei Commissariati della Polizia di Stato e delle Compagnie dei Carabinieri – un progetto-pilota che sarà sottoposto alle valutazioni dell’Ufficio Coordinamento e Pianificazione delle Forze di Polizia del Dipartimento della Pubblica Sicurezza;

   un più ampio coinvolgimento delle risorse di Polizia locale nel quadro della pianificazione del controllo preventivo del territorio.
Le modalità ed i contenuti di tale coinvolgimento scaturiranno dal confronto con le Autorità competenti e, ovviamente, nel pieno rispetto della normativa vigente.  Il coordinamento tecnico-operativo di tali attività potrà essere svolto tramite le completamente rinnovate sale e centrali operative delle Forze di Polizia a competenza generale, dove già esistono strumenti previsionali e di orientamento delle decisioni tattico-dispositive.
A sostegno di tale, fattivo ed auspicabile raccordo con le Forze di Polizia locale è stato avviato un progetto per l’istituzione di una Scuola regionale per le polizie locali della Calabria.
Potrà questa essere la sede d’elezione per l’apprendimento ed affinamento delle prassi operative da un lato e per la diffusione capillare delle logiche dell’agire sistemico tra sicurezza primaria e sicurezza sussidiaria delle quali lo stesso Programma Calabria è fautore, dall’altro.

    l’azione di monitoraggio, nell’area strategica della Piana di Gioia Tauro e nei cantieri delle “grandi opere” diretta a mantenere  il sistema di sicurezza costantemente aderente all’evoluzione delle attività imprenditoriali. La metodologia di lavoro collegiale, unita allo strettissimo raccordo con le emanazioni centrali delle Amministrazioni competenti e con i soggetti aziendali di diritto pubblico e privato interessati alle opere, permette una coerente azione di presidio da infiltrazioni della criminalità organizzata. Infatti:

 il sistema di sicurezza, con l’applicazione di apparati di videosorveglianza e la vigilanza fisica, nell’arco delle 24 ore, con mezzi speciali, acquisiti con risorse finanziarie dedicate di 30 Meuro deliberate dal CIPE nel 2004, di tutti i cantieri aperti sulla A3 ha consentito la conclusione di numerose operazioni e l’abbattimento degli episodi intimidatori.
L’esigenza di tutela dei cantieri ha indotto il sistema di sicurezza a suddividere fra le tre Forze di Polizia le competenze territoriali ed a canalizzare le denunce di eventuali episodi intimidatori verso due soli uffici di polizia per il successivo inoltro alla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria al fine di ottenere un quadro completo ed aggiornato delle attività illecite e delle relative investigazioni;

 un’analoga strategia di contrasto e prevenzione verrà applicata all’apertura dei cantieri sull’altra grande opera costituita dalla strada statale 106 ionica nonché, attraverso un protocollo d’intesa, ai cantieri in corso di apertura della società Rizziconi energia per la realizzazione della centrale elettrica-turbogas.

    nell’area portuale di Gioia Tauro, sulla base di una concertazione gestita da questa Prefettura tra quell’Autorità, la Capitaneria di Porto e le Forze di Polizia, è stato varato un progetto che consentirà la esatta gestione degli apparati previsti nel progetto  Port Security” ed una puntuale attività di prevenzione generale e di contrasto attraverso i competenti organismi territoriali esistenti fuori da quell’area;

    l’instaurato modello di interazione tra le imprese appaltate, l’Anas e il gruppo di lavoro interforze coordinato da questa Prefettura consente una fluidità procedurale, anche in tema di certificazioni antimafia, coincidente con le indicazioni emanate dal Comitato di Alta Sorveglianza costituito presso il Gabinetto del Ministro dell’Interno.

    Il sistema di prevenzione e contrasto delle infiltrazioni mafiose è stato rimodulato per valorizzare lo strumento dell’informazione prefettizia di cui all’art. 10 D.Lgs. 252/1998 grazie anche al contributo specialistico della Direzione Investigativa Antimafia. In particolare:

 è stata realizzata la circolarità – su scala regionale – delle informazioni interdittive ex art. 10 D.Lgs 252 / 1998, emesse dai Prefetti a carico di quelle società che, impegnate nel settore dei lavori pubblici, presentano il fondato pericolo di subire l’infiltrazione o il condizionamento delle organizzazioni criminali;

 è in corso la verifica della posizione di 12 “società interdette” negli ultimi anni che risulterebbero aver continuato a mantenere la loro presenza all’interno del settore dei lavori pubblici;

    sono stati avviati a carico delle persone giuridiche e fisiche interdette dai Prefetti della Regione, ai sensi dell’art. 10 D.Lgs. 252 / 1998,  gli accertamenti propedeutici alla irrogazione di misure di prevenzione personale e patrimoniali che, come noto, impediscono di ottenere  il certificato della Camera di Commercio necessario per  contrarre con la Pubblica Amministrazione negli appalti sottoposti al regime dell’art. 10 prima citato.

    parallelamente, prosegue la ricerca di ulteriori soluzioni che consentano di preservare il libero fluire dell’economia di mercato nel settore degli appalti pubblici. In tale prospettiva si inquadra la prossima introduzione, per il momento nella sola provincia di Crotone, della stazione appaltante unica per gli appalti pubblici a base d’asta superiore ai 150 mila euro.

    Il pieno raccordo con le linee strategiche anticrimine di livello interforze nazionale, tracciate dalle competenti Direzioni Centrali Interforze del Dipartimento della Pubblica Sicurezza – Direzione Centrale della Polizia Criminale, Direzione Investigativa Antimafia, Direzione Centrale per i Servizi Antidroga – ha permesso di:

    raggiungere, in tema di misure di prevenzione patrimoniali, lo storico accordo, condiviso anche dalla D.N.A., per l’assegnazione dei carichi di lavoro tra le Forze di Polizia e la D.I .A. con la relativa redistribuzione delle informazioni in possesso dei singoli organismi. L’avvio di questa formidabile ed organizzata attività specialistica di individuazione dei patrimoni illeciti ha già consentito alla competente Autorità Giudiziaria di emettere i primi sequestri a carico di potenti famiglie mafiose: basti pensare che nel decorso mese di ottobre un provvedimento ablativo ha colpito la cosca De Stefano-Tegano operante in Reggio Calabria interessando anche beni immobili ubicati nel centro storico della città e che per oltre trent’anni hanno testimoniato la potenza della cosca stessa. Inoltre negli ultimi nove mesi il valore dei beni sequestrati è quadruplicato mentre quello dei beni confiscati è triplicato. E qui cade opportuna una considerazione di carattere strategico, come già accennato in precedenza: trattandosi di vere e proprie investigazioni specialistiche è auspicabile la ricollocazione degli addetti alle misure di prevenzione personali e patrimoniali nell’ambito degli organismi di investigazione e di contrasto;

   sviluppare, prioritariamente per la Regione , il progetto “MACRO” (mappa della criminalità organizzata), elaborato e gestito dalla competente Direzione Centrale della Polizia Criminale e finalizzato all’adozione di uno strumento aggiornato di analisi della mappa del crimine (organizzazioni, famiglie e soggetti) a livello regionale, che ha raggiunto la fase di “start-up” con l’individuazione di ben 133 famiglie mafiose operanti sul territorio regionale;

    condividere con la Direzione Centrale dei Servizi Antidroga, che ha prodotto un primo elenco già all’attenzione delle Forze di Polizia, l’analisi delle posizioni economiche e finanziarie dei soggetti direttamente o indirettamente coinvolti in indagini, nazionali ed internazionali, sui traffici di stupefacenti controllati dalla ‘ndrangheta al fine della proposizione di misure di prevenzione patrimoniali;

    avviare con i Servizi di Informazione la collaborazione informativa in materia di contrasto all’infiltrazione mafiosa nelle grandi opere pubbliche:  il richiesto progetto è in corso di definizione in sede centrale e territoriale, mentre gli esiti, specie in termini di raccolta e disseminazione informativa, andranno a beneficio degli Organismi info-investigativi e di monitoraggio presenti sul territorio.

            L’applicazione sistemica da parte della competente Autorità Giudiziaria di Reggio Calabria su proposta di un gruppo di lavoro creato presso il Centro D.I.A. di questo capoluogo, della misura di sicurezza obbligatoria  ex artt. 12 quinquies e sexies della Legge 356/92, finalizzata al sequestro preventivo ed alla confisca dei patrimoni e dei beni di soggetti condannati per reati di grave allarme sociale. Le attività sono state particolarmente significative in quanto hanno permesso di:

–     operare sia sulle disponibilità dirette dei soggetti condannati, sia su quelle indirette, anche se localizzate all’estero trattandosi di applicazione di una sentenza, a conferma della flessibilità e della incisività della misura nelle mani dell’Autorità Giudiziaria per sottrarre sostentamento economico significativo a soggetti che, colpiti da condanne, tipicamente per fattispecie riconducibili a contesti di criminalità organizzata, mantengono comunque un prestigio ed una capacità di condizionamento dell’ambiente sociale ed economico di riferimento, grazie ai mezzi di cui dispongono;

–    “trattare” 106 deleghe, verificando le posizioni bancarie e quelle reddituali di circa 800 persone fisiche e giuridiche, con migliaia di accertamenti condotti presso gli uffici pubblici (ACI, INPS, Catasto, Anagrafe, ENAC, Capitaneria di Porto, Edilizia Privata, Camera di Commercio, Servizio di pubblicità immobiliare, Uffici Giudiziari ) e le Banche Dati disponibili;

    acquisire elementi positivi a carico di 60 posizioni in relazione alle quali:

1. sono state segnalate all’A.G., che ha già esercitato l’azione penale, 10 persone fisiche per il delitto di interposizione fittizia nel possesso di beni;

2. è stato proposto il sequestro di 81 appartamenti, 21 fabbricati, 52 terreni, 21 aziende, 16 quote societarie, 6 licenze o concessioni, 26 automezzi, 45 rapporti bancari e postali, 31 polizze assicurative, per un valore stimato di oltre 100 milioni di euro;

3. è stato già accolto ed eseguito  il sequestro di beni per un valore di circa 8 milioni di euro, alcuni a carico di pericolosi latitanti inseriti nell’ “elenco dei 30” .

LA MACRO-AREA DELL ’AZIONE DI CONTRASTO

             

La capacità di investigazione raggiunta dalle Forze di Polizia e dalla D.I.A., con il coordinamento delle competenti Autorità Giudiziarie, permane su livelli di assoluta straordinarietà ed è stata premiata da significativi successi investigativi, sia in relazione alla disarticolazione di organizzazioni criminali di stampo mafioso, sia con riguardo alla cattura di latitanti inseriti nei noti elenchi redatti dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza.

Sul piano complessivo delle indagini all’indirizzo di soggetti ed organizzazioni criminali di tipo clanico-residenziale il metodo adottato ha, poi, permesso – come anticipato in premessa – l’allineamento fattivo degli Organismi di prevenzione e contrasto, in particolare sotto il profilo info-investigativo, in azioni a tutto campo, articolate per obiettivi misurabili ed a forte incisività sui territori.

           

La scelta strategica di puntare solo su operazioni di elevato contenuto ed a rigorosa tenuta giurisdizionale, sta contribuendo a limitare i nocivi “effetti-annuncio” che, acclamati in logica di breve periodo, sono destinati invece nel medio-lungo ad incontrare la barriera della norma procedurale e del rispetto delle garanzie.

I mezzi strumentali a supporto delle investigazioni sono sufficienti, così come le risorse investigative specializzate. Ad esse potranno utilmente aggiungersi i contributi di carattere informativo, analitico e tecnico-funzionale a supporto delle investigazioni che promaneranno dagli Uffici centrali e territoriali dei Servizi di informazione e sicurezza.

Di sicuro rilievo sul piano della sicurezza e sul piano dell’efficacia simbolica, pure perseguita dal Programma, appaiono:

    l’arresto dei sospettati di essere gli esecutori materiali nonché dei mandanti dell’omicidio del Vice Presidente del Consiglio Regionale, On.le Francesco Fortugno. L’azione investigativa, costruita su basi di acquisizione probatoria ineccepibile, è stata validata anche dal Tribunale del Riesame e, più recentemente, dalla Corte di Cassazione che ha respinto ogni istanza degli indagati. L’impianto investigativo connesso al grave fatto è tuttora attivo  al fine di identificare eventuali, ulteriori responsabili;

    i ventidue omicidi scoperti, come già accennato nella macro-area della prevenzione;

    la cattura, negli ultimi due anni, di 31 pericolosi latitanti, 1 dei quali inserito nel “programma speciale dei 30” e due nell’“opuscolo dei 500” ;

    le centinaia di soggetti sui quali le Forze di Polizia hanno raccolto, negli ultimi mesi, rilevanti indizi di colpevolezza per i reati di associazione di stampo mafioso e di traffico di sostanze stupefacenti. Alcune di queste informative di reato, poste all’attenzione dell’Autorità Giudiziaria,  sembrano oramai  prossime a concretizzarsi dopo il vaglio del Giudice per le Indagini Preliminari. Permane, comunque, a livello regionale, una certa asimmetria tra la “produzione” delle Forze di Polizia e le possibilità operative della Magistratura a causa delle gravi e note carenze che affliggono gli Uffici Giudiziari in termini di risorse umane, tecnologiche e logistiche, come più volte lamentato dai Procuratori Generali della Regione;

    il monitoraggio, da parte degli organismi specialistici della Guardia di Finanza, delle iniziative imprenditoriali concernente l’appropriazione di finanziamenti pubblici – soprattutto con riferimento a quelli di cui alla legge 488 del 1992 – da parte di soggetti “prestanome” collegati ad organizzazioni criminali, che ha evidenziato dall’avvio del “Programma Calabria”:

–      indebite assegnazioni di fondi per un valore pari a 256 Milioni di Euro, 104 dei quali bloccati prima della materiale percezione da parte dei soggetti destinatari;

–       frodi pubbliche per un valore complessivo ammontante a 465 Milioni di Euro, articolate in 630 operazioni differenti, 178 dei quali bloccati prima della formale erogazione.

LA MACRO-AREA DELLA MISSIONE GENERALISTA DEI PREFETTI

La prospettiva della repressione dei gravi delitti è certamente importante, ma lo è altrettanto quella volta all’affermazione del primato della legalità, come costume di vita e come regola di comportamento, nella consapevolezza che tale primato, in quanto presupposto della sicurezza, rappresenta una condizione imprescindibile per lo sviluppo e per il progresso sociale.

Purtroppo, l’azione preventiva, capillare, di diffusione e consolidamento della coscienza civica e dell’interesse comune, svolta sul territorio dai Prefetti, spesso rischia di rimanere vittima di un problema del dimensionamento dell’azione stessa: il “macroscopico emergenziale” fa perdere di vista il “microscopico ordinario”, che è, però, ciò che incide sulla quotidianità della gente, sul senso di fiducia verso le Istituzioni, sulla consapevolezza dell’appartenenza alla comunità.

Una situazione aggravata da quella “legalità debole” che incide profondamente sia sulla percezione di sicurezza sia sulla coesione sociale.

La scelta operativa è stata quella di esaltare la “funzione generalista” assegnata ai Prefetti per recuperare credibilità all’agire pubblico e per arrestare la progressiva erosione della capacità dello Stato di affermare i valori su cui si deve fondare la vita democratica, nella convinzione che solo rinforzando le Istituzioni pubbliche sia possibile incidere su un deterioramento progressivo del contesto ambientale nel quale se l’immoralità non è avvertita come tale, rischia di diventare amoralità.

Una serie di azioni, quindi, finalizzata – nella logica dell’esempio – a consolidare quella “cultura della legalità” che è al centro del “Programma Calabria”, per sottrarre alla ‘ndrangheta quello spazio nel quale, in una sorta di attività di mediazione, si propone come veicolo di soluzione di problemi sociali immediati, urgenti, per i quali lo Stato non riesce a dare risposte coerenti.

La necessità di creare nuove occasioni per “occupare” questi spazi rivelatisi, a volte, particolarmente ampi in una Regione già fortemente segmentata sotto il profilo orografico, sta portando alla realizzazione di un “Portale dei servizi al cittadino e dei servizi interni alle Amministrazioni”, con l’intento di “mettere in rete” le competenze, diffondere la conoscenza, corroborare la coscienza della partecipazione e rendere un servizio qualitativamente e quantitativamente superiore a beneficio delle comunità calabresi. Il Portale, che sarà operativo entro il 2007, si muoverà su due livelli di comunicazione di servizio:

    uno esterno, a beneficio della popolazione ed a sostegno del circuito “efficienza-efficacia-prevenzione”, attraverso la messa a disposizione di informazioni, percorsi, procedure, documenti, fonti normative, soggetti ed interrelazioni utili;

    uno interno, inteso a supportare le risorse umane delle Amministrazioni poste in rete, attraverso un tipico processo di gestione e condivisione consapevole delle conoscenze, ad oggi pure presenti, ma in forma parcellizzata e non inter-comunicante.

Un’impostazione sistemica del genere, oltre ad essere funzionale all’accrescimento delle capacità operative dell’Ufficio Territoriale del Governo, persegue anche l’obiettivo di rendere stabile e sicuro lo scambio di esperienze, attività, informazioni tra i protagonisti pubblici del territorio, approfittando del buon livello di informatizzazione individuale già esistente in questa regione.

Una iniziativa che si riverbererà positivamente sia sull’avviato processo di rivitalizzazione della Conferenza Provinciale Permanente, strumento indispensabile per monitorare in modo puntuale ed autocritico la qualità della risposta istituzionale, sia sul sempre più efficace coinvolgimento degli Enti Locali e di tutti gli attori del territorio attraverso la valorizzazione dello strumento dei Comitati di indirizzo.

Un’attenzione al “cliente” interno ed esterno della Pubblica Amministrazione che ha informato anche la scelta di delocalizzare gli uffici aperti al pubblico della Prefettura di Reggio Calabria, con l’obiettivo di puntare ad un recupero di efficienza attraverso la restituzione di una migliore dignità funzionale agli operatori per assicurare un livello di servizio ottimale al cittadino.

A fianco a questa scelta, focalizzata sulla messa in efficienza della risposta pubblica quale presupposto del perseguito recupero di credibilità istituzionale, la Conferenza Regionale delle Autorità di P.S. proprio valorizzando quel “motore di ricerca” che costituisce il cuore del Programma Calabria, è intervenuta su alcune aree che hanno manifestato – nel corso di quest’anno – una particolare criticità:

1.   con la rivitalizzazione del ridottissimo numero di associazioni e di fondazioni anti-racket ed anti-usura nelle quali  è impercettibile la presenza di vittime che abbiano presentato una qualche denuncia, non senza evidenziare che la gravità della situazione viene confermata, come già detto, dalla sostanziale stabilità del numero dei reati;

2.   con la progettazione di una serie articolata di interventi a favore dei giovani della Locride, appunto denominati “Progetto Giovani”, compatibili e coerenti con il PON “Sicurezza”, a titolarità del Ministero dell’Interno. Già nel corso del mese di Agosto, grazie ad una anticipazione nella erogazione dei fondi è stato possibile effettuare un evento di aggregazione giovanile ad elevata valenza simbolica e partecipativa,  il cd. “Locride Summer Village 2006” . E’ auspicabile che il movimento, veramente significativo, dei ragazzi di Locri si trasformi nel più generale movimento dei giovani della Calabria;

3.   con un primo progetto presentato al CIPE che ha già ottenuto i finanziamenti richiesti, pari 30 Meuro dedicati al settore sicurezza intesa nel senso più ampio del termine, a seguito del quale è già stato sottoscritto l’Atto integrativo all’APQ “Antonino Scopelliti” e che attualmente è già nella fase di esecuzione.

Il progetto in argomento comprende interventi strutturali e tecnologici per le Forze di Polizia, per gli istituti scolastici di alcuni comuni nonchè per  le Autorità Giudiziarie della regione.

Sotto quest’ultimo aspetto, riprendendo quanto già affermato nella prima parte del documento, in base ad una proficua concertazione interistituzionale si è ritenuto opportuno sostenere la magistratura calabrese che nel settore tecnologico presenta notevoli carenze. Per quanto riguarda le esigenze più volte rappresentate di risorse umane amministrative negli uffici giudiziari si procederà nell’ambito dello stipulando patto di sicurezza;

4.   con la predisposizione di un secondo progetto che possa consentire il finanziamento di interventi a favore delle Amministrazioni locali attraverso una selezione prima operata attraverso i Comitati di indirizzo e poi concertata con il Ministero competente, basata sui seguenti criteri: priorità, credibilità, fattibilità, coerenza finanziaria e sostenibilità.

Nello stesso progetto saranno inserite le istanze delle Pubbliche Amministrazioni decentrate al fine di consentire il raggiungimento di quel livello ottimale di soddisfacimento delle esigenze del territorio.

5.   con una costante attività di osservazione e di sostegno alle Amministrazioni locali i cui sindaci potranno richiedere l’intervento delle Prefetture per un supporto all’azione amministrativa indipendentemente dagli accessi previsti dalla legislazione vigente.

In quest’ottica e sulla base dell’esperienza vissuta su questo territorio, appare ineludibile, per i motivi accennati nella prima parte del documento, un aggiornamento della normativa relativa agi accessi ed agli scioglimenti degli Enti Locali per tentativi di infiltrazione mafiosa.

E’ il caso del Comune di Melito Porto Salvo per il quale si dovrebbe procedere per la terza volta allo scioglimento.

Si è ritenuto, invece, opportuno attuare un monitoraggio puntuale dell’Ente per tre mesi prima di applicare eventualmente il provvedimento di rigore;

6.   con lo scioglimento per infiltrazione mafiosa dell’ASL 9 di Locri che merita una particolare attenzione in quanto la Commissione straordinaria deve essere messa in condizioni di risanare l’organizzazione e il settore finanziario dell’azienda.

A tal fine, nell’ambito dello stipulando patto di sicurezza tra Ministero dell’Interno, Regione Calabria e Amministrazioni Provinciali di Catanzaro e Reggio Calabria, dovrà essere prevista la dotazione delle risorse finanziarie sufficienti per restituire all’area ionica un’azienda che possa effettivamente soddisfare le esigenze assistenziali di quella popolazione.

7.   con l’attivazione di quattro gruppi di studio incaricati di analizzare e proporre soluzioni più aderenti agli obiettivi prefissati, anche attraverso modifiche normative, nei seguenti settori particolarmente sensibili su questo territorio:

     beni confiscati: per una velocizzazione delle procedure, per una fruizione concreta attraverso finanziamenti dedicati e per il recupero dell’immagine dello Stato di diritto;

      appalti pubblici e certificazioni antimafia: per meglio garantire le opere pubbliche da infiltrazioni mafiose da un lato e il completamento delle stesse dall’altro;

      accessi e scioglimenti delle amministrazioni locali: per mettere in condizioni le commissioni straordinarie di incidere concretamente sulla vita amministrativa dell’ente senza rappresentare soltanto una parentesi di efficienza;

      associazioni antiracket ed usura: per un migliore sostegno delle vittime e per una sollecitazione alle denunzie, anche collettive, in parallelo con una acquisita credibilità del sistema sicurezza. In questo contesto è stata sollecitata una riflessione sui testimoni di giustizia che rischiano di diventare vittime due volte: una per mano della criminalità organizzata l’altra per la successiva disattenzione dell’apparato statale;

8.   con l’interconnessione tra il Programma Calabria e lo stipulando patto di sicurezza per questa regione, al fine di coniugare le varie azioni in un contesto omogeneo e concretamente operativo;

9.   con la partecipazione del Presidente della Conferenza Regionale delle Autorità di Pubblica Sicurezza al tavolo permanente, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, al fine di elaborare con l’approvazione delle Autorità di Governo le strategie generali di progresso di questo territorio.

Si è condotta sin qui un’analisi empirica, volutamente “altra” rispetto alla tipologia alla quale, specie nel settore della Pubblica Sicurezza, si è abituati.

La prospettiva seguita appare coerente e, quasi, necessitata dalla innovatività che anima il Programma Calabria che porta anche con sé elementi di continuità ed infrastrutturazione che, nel corso del tempo, dovranno essere trasferiti e radicarsi nell’agire quotidiano dell’intera galassia amministrativa – decentrata e locale – della regione.

Da questa consapevolezza scaturisce il tentativo in corso di  replicare e di migliorare una iniziativa che il settimanale “Economy” di Panorama ha già realizzato in un’altra Regione che sta attraversando problemi certamente non facili sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica, la Campania.

Alcune decine di pagine, raccolte in un inserto dedicato, per comunicare correttamente, sulla base di quanto affermato nella prima parte del documento, come, anche in Calabria, vi sia  un impegno comune e condiviso per:

            garantire migliori condizioni di sicurezza a cittadini ed imprese, contribuendo alla riqualificazione dei contesti caratterizzati da maggiore pervasività e rilevanza dei fenomeni criminali e ad incrementare l’osservanza delle norme per accrescere la fiducia degli operatori economici e dei cittadini;

            incoraggiare ed esaltare quegli esempi imprenditoriali che hanno fornito eccezionali performances;

    attirare investimenti riproponendo in positivo le opportunità di questo territorio nelle sue varie vocazioni assicurando un adeguato livello di vivibilità;

    fare veramente sistema per meglio fronteggiare le complesse problematiche territoriali.

Un’ ulteriore iniziativa, quindi, nel solco della scelta fatta dal Programma Calabria: quella della prevalenza del metodo sul merito, cosicché all’evolvere degli scenari territoriali di riferimento e della stessa minaccia possano costantemente corrispondere risposte puntuali ed efficaci, sia nella realtà sia nella percezione dei cittadini-utenti.