Lo Stato indifferente

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Lo Stato è indifferente

Una rabbia espressa in modi diversi che anima percorsi esistenziali diversi, quella dei familiari delle vittime di mafia, per i quali l’annuale appuntamento con la Giornata della memoria continua a rimanere un’occasione per rilanciare un impegno comune, ma in molti casi anche per chiedere di “non rimanere orfani dello Stato”.

Tiziana Palazzo e Concetta Minniti sono le vedove del direttore del carcere di Cosenza, Sergio Cosmai, e di Filippo Salzone, uno dei suoi più stretti collaboratori. Donne accomunate dal dramma di due agguati consumati a distanza di un anno l’uno dall’altro, ma anche dallo sconcerto per una situazione processuale in cui, spiegano entrambe, «si conoscono gli autori e i mandanti dei due assassini, ma nessuno ha pagato». Un dolore misto a incredulità, che se è possibile diventa anche beffardo nelle occasioni in cui le due signore si ritrovano per la cerimonia di intitolazione di qualche struttura, decisa da quello stesso Stato che non esitano a definire «distante e indifferente, perché si limita a chiamare i nostri mariti vittime del dovere e non della mafia». Lo stesso Stato che Tiziana e Concetta, che vivono la prima a Bisceglie e l’altra a Brancaleone, criticano con asprezze diverse ma univoche. «Io mi trovo qua – dice Concetta, che al contrario di Tiziana non si è sentita di salire sul palco – ma ancora a distanza di 20 anni sento tanta rabbia. Per me è come ritornare con la mente a quella tragedia. Lo Stato sta togliendo soldi dalla pensione di mio marito solo perché io lavoro e non riconosce e me e ai miei figli quei benefici che spettano ai familiari delle vittime di mafia». Che sia costellata anche dalla troppa burocrazia la via crucis di chi rimane per tutta la vita col dolore inferto dalla mafia, è la vedova di Cosmai a spiegarlo. «Cerimonie come questa sono importanti perché la gente si può rendere conto che esistiamo – ammette Tiziana – io personalmente non spero più in nulla. Si è trovato il mandante dell’omicidio ma non è cambiato niente sul piano processuale: lo Stato mi dice che devo presentare un’istanza in cui dichiaro come e per mano di chi è morto mio marito. Appena spenti i riflettori di oggi torneremo a rimanere soli col nostro dolore e la nostra insicurezza». Sentimenti indissolubili che, tra le poltroncine dell’auditorium colpite dalle raffiche di flash dei fotografi, diventano il motore di tante reazioni private e pubbliche diverse. Come quella della signora Fausta Lupini di Molochio, vittima assieme al figlio di un sequestro di persona nel 1983, che ha chiesto la parola e dal palco, trattenendo a stento l’emozione, ha fatto conoscere la sua storia. «Siamo considerate vittime di serie B – ha detto – perché per lo Stato è fondamentale che ci sia una sentenza di condanna nei confronti degli autori. È ingiusto che io e mio mio figlio, di fronte alla legge, contiamo molto di meno dei cosiddetti collaboratori di giustizia». Dei problemi dovuti alla mancata equiparazione tra la tutela delle vittime del terrorismo e della mafia, ha parlato Giusi che dal microfono ha annunciato la nascita, proprio nella Piana, della prima associazione dei familiari dei morti per mano della ‘ndrangheta. Rabbie gravide anche di consapevolezza della necessità di tenere viva la memoria. Come nel caso di Simona Ioculano di Gioia Tauro che, altre volte schiva nel raccontare il dolore per la morte di suo padre, questa volta ha voluto rivolgersi alla platea per offrire la testimonianza di una solitudine.
«Luigi Ioculano – ha detto trattenendo a stento l’emozione – ha speso tutta la sua vita per lottare l’illegalità e per far diventare questa Terra finalmente normale. Ha denunciato, ha fondato un’associazione culturale ed è stato ucciso per il suo impegno: oggi mi indigna la rassegnazione che mi circonda e il totale silenzio in cui è avvolta quella morte». Stati d’animo agitati e particolarissimi, come quello di Stefania Grasso, il cui padre venne ucciso a Locri proprio il 20 marzo del 1989. «E’ giusto ricordare ed è giusto impegnarsi – ha spiegato – Libera mi ha cercata nel ’96 e ho capito che parlare del mio dolore poteva sostenere questa associazione e aiutarla a portare avanti la sua battaglia».       

 


 Scritto da Agostino Pantano                                                                                            21 marzo 2007