Sorella mafia e fratello borghese

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       Sorella mafia e fratello borghese 

 

 

   

IL MAGISTRATO NICOLA GRATTERI

    L’OPINIONE di Giuseppe  Racco

 

L’intervista rilasciata dal magistrato antimafia Nicola Gratteri sul quotidiano

Calabria Ora è una delle poche occasioni in cui i cittadini, il mondo del lavoro,

 i politici, avrebbero l’opportunità di recitare un mea culpa certosino.

 

 

Le dichiarazioni del magistrato rappresentano uno spiragliodi onestà intellettuale a cui

 Varrebbe la pena guardare con profondo affetto e corrispondenza perché si significanoda sole, senza bisogno di particolari commenti, vere e dirette come sono nell’analizzare l’argomento;silenziose, allo stesso tempo, riguardo a notizie o accuse che appaiono quanto meno acquose.

Si percepisce nei tanti interventi del dott. Gratteri un’euforia accusatoria che ha come bersaglio principale la società calabrese e le sue infinite contraddizioni,prima ancora della guerra che quest’uomo combatte ogni giorno contro la mafia, rischiando lapropria pelle e quella della sua famiglia. Nel libro scritto con la collaborazione di Antonio Nicaso, dal titolo “Fratelli di Sangue”, il sostituto procuratore racconta la storia della ‘ndrangheta, dove quel titolo, così forte, sembra superare la fratellanza delle cosche, per coinvolgere una larga fetta della comunità.
Gratteri calca la mano da pubblico accusatore non tanto su ciò che questa comunità può mettere in attoper combattere la criminalità organizzata, quanto su quello che essa non è disposta a fare per evitare ilfattore moltiplicativo di un cancro così devastante; il cuore del problema.
Egli afferma che a Locri “ è mancata nei decenni passati la classe piccola-borghese, la classe dotta” e che “il territorio è stato governato da gente rozza e incolta” e aggiunge:
in quegli anni la classe
intellettuale è rimasta a guardare, chiusa nei salotti senza impegnarsi nel sociale”.
 Come dargli torto.
La Confraternita dei rozzi e degli incolti è saldamente ancorata al potere anche
oggi, e non solo a Locri, spinta ed incitata proprio da una borghesia avvilente e poco selettiva, di sostegno a questi signori dai colli taurini, affogati in cravatte griffate.
 Oggi c’è una borghesia di don Abbondi che sosta nelle piazze e nei bar della notte, avida di spavalde frequentazioni, a cui interessa,al contrario del giudice, vedere la patente di mafioso data dai tribunali,prima di condannare, e che si nasconde nella cortina della presunta innocenza.
Una borghesia che continua ad essere poco sensibile al fenomeno criminale, che preferisce smaterializzarsi, attraverso i propri figli, nei metrò delle città, che si fa trombare dalla mafiosità dei gesti quotidiani.

La rassegnazione che spinge a sostenere l’inutilità del vivere onestamente è il sintomo dei

veleni che attraversano una società agonizzante, in cui i dettami della cultura assumono forme parassitarie e monocratiche, rafforzando chi fa un solo boccone di questo teatrino.

La presenza del Prefetto De Sena nel nostro territorio solletica e non poco la pancia dei Re mafiosi e dei loro vassalli, laddove il poliziotto viene invitato a premi letterari di scarso valore culturale, nella sostanza; sarebbe cosa buona e giusta che chi riveste cariche istituzionali di una certa rilevanza pratichi un metodo quotidiano distaccato dal nemico, nascosto nella stretta di mano e riconoscibile dall’alito che emana.

Il degrado della nostra regione è il linguaggio della politica.

Va inequivocabilmente oltre il tema della criminalità: è politica e borghesia allo stesso tempo.

Indica, anche ai ciechi e ai sordi, che lo sconforto di un pezzo d’Italia è la fortuna di bocche che ciarlano di innovazione, impresa, cultura, ma che consegnano le lor decisioni, le loro relazioni, a personaggi di dubbio valore umano.

Malandrini e borghesi si attraggono reciprocamente in un abbraccio mortale.

Quel diavolo di Gratteri continua a spaventare le coscienze della nostra Comunità. Vuoi vedere che si costituisce parte civile?