Un gesuita contro la ‘ndrangheta

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di Nicola Andreoletti –
18 novembre 2015

Padre Giovanni Ladiana è superiore dei gesuiti a Reggio Calabria. Un «prete di strada», come si dice spesso. Un «prete che raccoglie lacrime», forse preferirebbe lui. Un gesuita che ha scelto di stare dalla parte della giustizia, contro la paura, fino a diventare tra gli animatori di «Reggio non tace», l’associazione di cittadini nata nel 2010 per lottare contro l’oppressione della ’ndrangheta, contro complicità e connivenze.

Lo intervistiamo a margine di un incontro con alcune classi dell’Istituto «Fantoni» di Clusone. Guai a dargli del lei. In risposta è subito pronto uno scappellotto per riportarti al tu. È proprio questa fisicità, questa immediatezza, che sorprendono. È il suo modo di voler bene, di far sentire il suo affetto. Una vitalità che si accompagna a un tono di voce basso, un ragionamento pacato, capaci però di concetti forti, mai scontati.

Gli chiediamo anzitutto del suo impegno nella lotta alla ’ndrangheta, com’è nato. «Anzitutto dal fatto di avere visto che qualcuno si è preso cura di me e non averlo dimenticato – risponde –. E poi dal fatto che tutta la mia vita la passo a raccogliere lacrime e quando raccogli lacrime non puoi più pensare soltanto a te stesso. Detto in soldoni questo è il motivo. Poi in concreto vedere che in Calabria, ma non soltanto in Calabria, questa è una realtà che sta uccidendo tutti. E sta soprattutto uccidendo la speranza. Però, continuo a dire sempre, soprattutto quando vengo qui al nord, che questa non è una realtà soltanto calabrese. Solo chi non vuole vedere non si sta accorgendo che la ’ndrangheta prende piede anche qui».

Viene spontaneo chiedere cosa possono fare tutte le persone che desiderano impegnarsi per la giustizia, per un mondo migliore, per evitare che le mafie estendano ulteriormente il loro potere. Padre Ladiana risponde con una metafora: «Se tu stai in un campo di concentramento, lottare per la giustizia non può essere immaginare che tu abbatterai il recinto, anche se però continui ad essere il responsabile delle tue scelte. Ma quando non sei in un campo di concentramento, tu devi domandarti cosa vuoi costruire perché non si crei un campo di concentramento. Uscendo dalla metafora, noi a Reggio Calabria stiamo in un sistema chiuso che io non mi immagino di poter sradicare, non lavoro con l’idea di vedere un risultato, lavoro perché devo e perché raccolgo lacrime. Voi qui, invece, avete ancora la possibilità di non farvi imprigionare, di non farvi circondare. Paradossalmente, voi potete circondare loro, perché ancora non sono così forti da impedire la vita. Allora credo sia necessario, quando non si è dentro al carcere, continuare a guardarsi in faccia persona per persona. Qui anche voi dovete decidere dove volete guardare per non farvi chiudere dentro la paura. E quando tu incontri una persona tu sai che se fai finta di non vedere, alla fine sei complice. Nessuno può dire: io che c’entro?».

Padre Ladiana è gesuita come papa Francesco. L’impegno per la giustizia sembra diventato una costante per l’ordine fondato da Ignazio di Loyola. «Gli ultimi papi, da Paolo VI in poi, hanno riconosciuto che dovunque nella storia c’è stata sofferenza, negli incroci della storia, ci sono stati i gesuiti – sottolinea padre Ladiana –. Si ricordano spesso i gesuiti che sono stati consigliori dei potenti, però si dimentica che la stragrande maggioranza di noi nella storia ha raccattato lacrime. Quando il Concilio Vaticano II ha chiesto a tutti gli ordini religiosi di recuperare le radici della nostra vocazione, il padre Arrupe (Superiore generale dei gesuiti dal 1965 al 1983, ndr) ha aiutato la Compagnia a fare una scelta che ora è la nostra scelta: non si può annunciare il Vangelo senza lottare per la giustizia nei luoghi dove c’è l’ingiustizia».

Originario di Bitonto, in provincia di Bari, cresciuto nella zona di Taranto, padre Ladiana dice di aver sempre lavorato manualmente prima di entrare in Compagnia. «Non sono entrato da pianista», osserva. E poi «prima a Scampia, poi a Catania, adesso a Reggio: i miei superiori m’hanno mandato sempre in questi luoghi perché sapevano come sono fatto»: uno concreto, uno che lotta e non teme di schierarsi.

fonte:My Vallei.it