OMICIDIO CONGIUSTA I troppi “non ricordo” della moglie dell’ex boss

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Annunziata Di Cosola, compagna del pentito Peppe Costa, non ha saputo dare spiegazioni sulla lettera che il cognato Tommaso avrebbe fatto scrivere alla figlia sotto minaccia di morte. Disposta l’audizione del collaboratore di giustizia e della giovane

gianluca congiusta

Di Angela Panzera

È stata tutta caratterizzata da “non ricordo” o “non lo so” la testimonianza di Annunziata Di Cosola, la moglie del pentito Peppe Costa, che ieri – dopo aver mancato per tre volte consecutive l’invito a comparire inviato dalla Corte d’Assise di Appello reggina – ha reso dichiarazioni nel processo bis sull’omicidio dell’imprenditore Gianluca Congiusta.

Alla sbarra c’è il cognato, Tommaso Costa, nei cui confronti la Cassazione ha annullato la condanna all’ergastolo e ha disposto un nuovo processo di secondo grado per far luce sulla morte del giovane. Per la Procura Generale, rappresentata dai magistrati Antonio De Bernardo e Domenico Galletta, la sua testimonianza era fondamentale. Doveva spiegare, infatti, perché aveva paura. Lei, moglie dell’ex boss di Siderno, ora collaboratore di giustizia, temeva che il cognato Tommaso potesse essere capace di fare qualsiasi cosa ed era in pena soprattutto per la vita di sua figlia Lucia. Tutto ciò emergeva a chiare lettere nella perizia depositata il 9 luglio scorso. Perizia in cui, appunto, viene messo nero su bianco tutto il timore della donna. Niente da fare. Nonostante i due pg abbiano impiegato oltre due ore a chiederle queste circostanze la Di Cosola si è trincerata dietro un continuo “non ricordo”, atteggiamento che ha infatti indotto via Cimino a riservarsi di chiedere la trasmissione degli atti per falsa testimonianza alla Procura. Le parole intercettate. 22 aprile, carcere di Prato. Dopo alcuni minuti di saluti e domande varie la Di Cosola non ce la fa più e dice a chiare lettere al marito di avere paura per la vita della figlia Lucia costretta a scrivere una lettera su costrizione dello zio Tommaso: «ho paura, Giuseppe, qualcosa a Lucia. Perché quello se la piglia con Lucia. Che cazzo c’entra Lucia? Allora, ti ricordi quando lui prese a Lucia e disse: “Tu ci devi dire a mio fratello, devi scrivere a mio fratello, sennò ti amma… io ti ammazzo e non ti faccio trovare più”, le ha detto a Lucia tuo fratello. Allora… tutto… tutto in ansia. Io quando… Finché campa mia ma… mia suocera io andavo… dovevo andare sempre, ma quando è morta mia suocera… Allora disse a Lucia, disse: “Tu devi scrivere così, così, così. No, non va bene(…) Era lui che disse: “Se tu non scrivi così a mio fratello, tra poco ti faccio trovare morta, non ti faccio trovare più. Tu e a una ragazza”. (…) Lui insieme a mia figlia… a nostra figlia insieme ha scritto… lui dettava e mia figlia ti scriveva a te. E tu la lettera ce l’hai. (…) Allora… ha scritto che lui sta perdendo il cervello, sta… che quando….chi me lo dice a me che sono di quelli… che quelli sono.. sono capaci di tutto, ammazzano pure persone che non c’entrano niente…tuo fratello, mio cognato, non sono…non troveranno mai pace. E l’hanno fatto. E l’hanno fatto. È una cosa bruttissima questa, Giuse’». La versione della Di Cosola. Per tutte queste frasi intercettate, la donna non ha saputo fornire una spiegazione o meglio una spiegazione dotata di logica. Questa lettera Costa l’ha sì scritta, ma – secondo quanto riferito ieri in aula – «mio cognato aveva chiesto a mio figlia Lucia di scrivere una lettera da dare a mio marito Peppe Costa in cui diceva che andavo a mare con un tale Paolo di Siderno. Non era vero che io andavo a mare con questa persona». Siamo più o meno nel 2005 e la Di Cosola però, stando sempre alle sue parole, in quel colloquio del 2013 nonostante siano trascorsi otto anni ancora teme per l’incolumità della figlia. Otto anni dopo per una lettera in cui si diceva che andava al mare. Lasciando stare, poi, il contenuto della missiva, la Di Cosola non ha saputo dare spiegazioni, anche queste dotate di senso compiuto, in ordine alla frase da lei stessa pronunciata ossia «quelli sono.. sono capaci di tutto, ammazzano pure persone che non c’entrano niente… tuo fratello, mio cognato, non sono… non troveranno mai pace. E l’hanno fatto». Non lo ricorda. Non ricorda di cosa stessero parlando, non ricorda cosa Costa ha fatto, chi sono le persone che «hanno ammazzato e non c’entrano niente». Adesso però la Corte ha disposto, per il 4 novembre, l’audizione non solo della figlia Lucia, ma anche quella del pentito Peppe Costa: chissà se lui si ricorderà il contenuto di questa lettera e soprattutto perché la moglie avesse paura per l’incolumità della figlia. Poco prima della chiusura dell’udienza di ieri, Tommaso Costa ha reso dichiarazioni spontanee. «Ci vuole fantasia a dire che io abbia mandato un lettera in cui si diceva che andava a mare. Sono uscito dal carcere a gennaio e sono stato latitante fino a marzo. Chi fa il bagno in inverno? Forse qualcuno che viene dalla Scandinavia. Ci vuole coraggio a dire queste cose», anche l’imputato lo ammette.