Reggio – Omicidio Simari, ecco le motivazioni che confermarono l’ergastolo al boss Costa –

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di Angela Panzera – «Tommaso Costa ha lanciato un messaggio quando, presentandosi a volto scoperto in una piazza gremita, con la freddezza del criminale consumato, ha dato luogo ad un’esecuzione dall’elevato contenuto simbolico, sopprimendo un soggetto che aveva osato allontanarsi dalla consorteria cui era stato vicino ,dominante in quel paese, addirittura disattendendo gli avvisi espliciti rivoltogli, accostandosi e porgendo ossequio, una volta che questi era deceduto, all’appartenente ad una cosca rivale».

A scrivere così sono stati i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria nelle motivazioni, depositate giovedì scorso, della sentenza con cui il 12 maggio del 2014 è stato confermato l’ergastolo per il boss Costa. Leggeri sconti di pena invece, furono disposti per gli altri due imputati ossia Cosimo Salvatore Panaia e Marcello Zavaglia che sono stati riconosciuti colpevoli del reato di associazione mafiosa. I giudici hanno inflitto 12 anni e 6 mesi di reclusione a Panaia e 11 anni a Zavaglia.

Il delitto. Pasquale Simari venne ucciso la sera del 26 luglio del 2005 a Gioiosa Jonica con nove colpi di calibro 6.35 in una gremitissima Piazza Vittorio Veneto. La vittima è ritenuta vicino alla cosca Ursino, nativa proprio di Gioiosa, ma con ramificazioni nel Nord Italia, in particolare in Piemonte. Il killer sarebbe proprio Tommaso Costa, capo dell’omonima famiglia alleata degli Ursino. Tommaso Costa avrebbe ucciso Simari poiché egli avrebbe tentato in tutti i modi di mettersi in proprio negli affari. Si sarebbe dunque avvicinato ai Cordì di Locri che, in quel periodo erano impegnati nella faida contro i Cataldo, alleati ai Costa-Curciarello di Siderno, a sua volta federati agli Ursino di Gioiosa. Simari inoltre, avrebbe apertamente sfidato la cosca Ursino recandosi al funerale del boss Salvatore Cordì, assassinato a Siderno il 31 maggio 2005. Un grave errore. Un affronto che solo il sangue poteva lavare. E lo dovevano vedere tutti.

L’omertà regna sovrana. «Così agendo l’imputato ha peraltro affrontato un rischio calcolato, ben sapendo che l’efferatezza del gesto compiuto, in un contesto contrassegnato da una palpabile clima di intimidazione ed omertà, avrebbe reso ben difficile il reperimento di testimoni disposti ad accusarlo, e che, in ogni caso, la sua identità poteva risultare nota a pochi, provenendo egli da un paese diverso ed avendo trascorso molti anni da carcerato ed in stato di latitanza. Inoltre-scrivono i giudici nella sentenza che ha confermato l’ergastolo per Costa- il fatto che ad agire sia stato un personaggio di spicco della consorteria, oltre che risultare circostanza per nulla inverosimile, altro non fa che enfatizzare la portata del gesto». Costa però si sbagliava; non tutti hanno mentito alla Dda. Sono stati due testimoni ad inchiodarlo. Si tratta di una ragazza, che all’epoca dei fatti aveva poco più di 15 anni, e un cittadino rumeno che si trovava a Gioiosa per motivi lavorativi. Entrambi sono stati sentiti durante le indagini e anche in incidente probatorio. «Le ricognizioni effettuate dai testimoni oculari del delitto- è scritto in sentenza- hanno portato ad un risultato univoco(…) La donna ha confermato in sede di incidente probatorio l’individuazione fotografica del Costa, ritenuto al 90% l’autore dell’omicidio. La visione della medesima fotografia ha indotto anche l’altro testimone a parlare di un’alta somiglianza, e peraltro, lo stesso ha riconosciuto il Costo, sia pure riguardo a corporatura e altezza, in sede di ricognizione, nonché addirittura, visionando altra fotografia che lo ritraeva con un aspetto affatto differente, avendo questi nell’occasione una folta capigliatura(…) i riconoscimenti, operati in varia forma, risultano tutti attendibili in quanto provenienti da soggetti che non avevano alcuna ragione di mentire(…) e perché riferibili a persone che avevano assistito all’evento omicidiario da una distanza di pochi metri, in ottime condizioni di visibilità. Guardando direttamente in viso, sia pure di profilo, il killer in azione». E quel killer anche per i giudici d’Appello è Tommaso Costa condannato, in questo grado di giudizio, al fine pena mai.

fonte: Strill

di Angela Panzera – «Tommaso Costa ha lanciato un messaggio quando, presentandosi a volto scoperto in una piazza gremita, con la freddezza del criminale consumato, ha dato luogo ad un’esecuzione dall’elevato contenuto simbolico, sopprimendo un soggetto che aveva osato allontanarsi dalla consorteria cui era stato vicino ,dominante in quel paese, addirittura disattendendo gli avvisi espliciti rivoltogli, accostandosi e porgendo ossequio, una volta che questi era deceduto, all’appartenente ad una cosca rivale». A scrivere così sono stati i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria nelle motivazioni, depositate giovedì scorso, della sentenza con cui il 12 maggio del 2014 è stato confermato l’ergastolo per il boss Costa. Leggeri sconti di pena invece, furono disposti per gli altri due imputati ossia Cosimo Salvatore Panaia e Marcello Zavaglia che sono stati riconosciuti colpevoli del reato di associazione mafiosa. I giudici hanno inflitto 12 anni e 6 mesi di reclusione a Panaia e 11 anni a Zavaglia.

Il delitto. Pasquale Simari venne ucciso la sera del 26 luglio del 2005 a Gioiosa Jonica con nove colpi di calibro 6.35 in una gremitissima Piazza Vittorio Veneto. La vittima è ritenuta vicino alla cosca Ursino, nativa proprio di Gioiosa, ma con ramificazioni nel Nord Italia, in particolare in Piemonte. Il killer sarebbe proprio Tommaso Costa, capo dell’omonima famiglia alleata degli Ursino. Tommaso Costa avrebbe ucciso Simari poiché egli avrebbe tentato in tutti i modi di mettersi in proprio negli affari. Si sarebbe dunque avvicinato ai Cordì di Locri che, in quel periodo erano impegnati nella faida contro i Cataldo, alleati ai Costa-Curciarello di Siderno, a sua volta federati agli Ursino di Gioiosa. Simari inoltre, avrebbe apertamente sfidato la cosca Ursino recandosi al funerale del boss Salvatore Cordì, assassinato a Siderno il 31 maggio 2005. Un grave errore. Un affronto che solo il sangue poteva lavare. E lo dovevano vedere tutti.

L’omertà regna sovrana. «Così agendo l’imputato ha peraltro affrontato un rischio calcolato, ben sapendo che l’efferatezza del gesto compiuto, in un contesto contrassegnato da una palpabile clima di intimidazione ed omertà, avrebbe reso ben difficile il reperimento di testimoni disposti ad accusarlo, e che, in ogni caso, la sua identità poteva risultare nota a pochi, provenendo egli da un paese diverso ed avendo trascorso molti anni da carcerato ed in stato di latitanza. Inoltre-scrivono i giudici nella sentenza che ha confermato l’ergastolo per Costa- il fatto che ad agire sia stato un personaggio di spicco della consorteria, oltre che risultare circostanza per nulla inverosimile, altro non fa che enfatizzare la portata del gesto». Costa però si sbagliava; non tutti hanno mentito alla Dda. Sono stati due testimoni ad inchiodarlo. Si tratta di una ragazza, che all’epoca dei fatti aveva poco più di 15 anni, e un cittadino rumeno che si trovava a Gioiosa per motivi lavorativi. Entrambi sono stati sentiti durante le indagini e anche in incidente probatorio. «Le ricognizioni effettuate dai testimoni oculari del delitto- è scritto in sentenza- hanno portato ad un risultato univoco(…) La donna ha confermato in sede di incidente probatorio l’individuazione fotografica del Costa, ritenuto al 90% l’autore dell’omicidio. La visione della medesima fotografia ha indotto anche l’altro testimone a parlare di un’alta somiglianza, e peraltro, lo stesso ha riconosciuto il Costo, sia pure riguardo a corporatura e altezza, in sede di ricognizione, nonché addirittura, visionando altra fotografia che lo ritraeva con un aspetto affatto differente, avendo questi nell’occasione una folta capigliatura(…) i riconoscimenti, operati in varia forma, risultano tutti attendibili in quanto provenienti da soggetti che non avevano alcuna ragione di mentire(…) e perché riferibili a persone che avevano assistito all’evento omicidiario da una distanza di pochi metri, in ottime condizioni di visibilità. Guardando direttamente in viso, sia pure di profilo, il killer in azione». E quel killer anche per i giudici d’Appello è Tommaso Costa condannato, in questo grado di giudizio, al fine pena mai.

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di Angela Panzera – «Tommaso Costa ha lanciato un messaggio quando, presentandosi a volto scoperto in una piazza gremita, con la freddezza del criminale consumato, ha dato luogo ad un’esecuzione dall’elevato contenuto simbolico, sopprimendo un soggetto che aveva osato allontanarsi dalla consorteria cui era stato vicino ,dominante in quel paese, addirittura disattendendo gli avvisi espliciti rivoltogli, accostandosi e porgendo ossequio, una volta che questi era deceduto, all’appartenente ad una cosca rivale». A scrivere così sono stati i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria nelle motivazioni, depositate giovedì scorso, della sentenza con cui il 12 maggio del 2014 è stato confermato l’ergastolo per il boss Costa. Leggeri sconti di pena invece, furono disposti per gli altri due imputati ossia Cosimo Salvatore Panaia e Marcello Zavaglia che sono stati riconosciuti colpevoli del reato di associazione mafiosa. I giudici hanno inflitto 12 anni e 6 mesi di reclusione a Panaia e 11 anni a Zavaglia.

Il delitto. Pasquale Simari venne ucciso la sera del 26 luglio del 2005 a Gioiosa Jonica con nove colpi di calibro 6.35 in una gremitissima Piazza Vittorio Veneto. La vittima è ritenuta vicino alla cosca Ursino, nativa proprio di Gioiosa, ma con ramificazioni nel Nord Italia, in particolare in Piemonte. Il killer sarebbe proprio Tommaso Costa, capo dell’omonima famiglia alleata degli Ursino. Tommaso Costa avrebbe ucciso Simari poiché egli avrebbe tentato in tutti i modi di mettersi in proprio negli affari. Si sarebbe dunque avvicinato ai Cordì di Locri che, in quel periodo erano impegnati nella faida contro i Cataldo, alleati ai Costa-Curciarello di Siderno, a sua volta federati agli Ursino di Gioiosa. Simari inoltre, avrebbe apertamente sfidato la cosca Ursino recandosi al funerale del boss Salvatore Cordì, assassinato a Siderno il 31 maggio 2005. Un grave errore. Un affronto che solo il sangue poteva lavare. E lo dovevano vedere tutti.

L’omertà regna sovrana. «Così agendo l’imputato ha peraltro affrontato un rischio calcolato, ben sapendo che l’efferatezza del gesto compiuto, in un contesto contrassegnato da una palpabile clima di intimidazione ed omertà, avrebbe reso ben difficile il reperimento di testimoni disposti ad accusarlo, e che, in ogni caso, la sua identità poteva risultare nota a pochi, provenendo egli da un paese diverso ed avendo trascorso molti anni da carcerato ed in stato di latitanza. Inoltre-scrivono i giudici nella sentenza che ha confermato l’ergastolo per Costa- il fatto che ad agire sia stato un personaggio di spicco della consorteria, oltre che risultare circostanza per nulla inverosimile, altro non fa che enfatizzare la portata del gesto». Costa però si sbagliava; non tutti hanno mentito alla Dda. Sono stati due testimoni ad inchiodarlo. Si tratta di una ragazza, che all’epoca dei fatti aveva poco più di 15 anni, e un cittadino rumeno che si trovava a Gioiosa per motivi lavorativi. Entrambi sono stati sentiti durante le indagini e anche in incidente probatorio. «Le ricognizioni effettuate dai testimoni oculari del delitto- è scritto in sentenza- hanno portato ad un risultato univoco(…) La donna ha confermato in sede di incidente probatorio l’individuazione fotografica del Costa, ritenuto al 90% l’autore dell’omicidio. La visione della medesima fotografia ha indotto anche l’altro testimone a parlare di un’alta somiglianza, e peraltro, lo stesso ha riconosciuto il Costo, sia pure riguardo a corporatura e altezza, in sede di ricognizione, nonché addirittura, visionando altra fotografia che lo ritraeva con un aspetto affatto differente, avendo questi nell’occasione una folta capigliatura(…) i riconoscimenti, operati in varia forma, risultano tutti attendibili in quanto provenienti da soggetti che non avevano alcuna ragione di mentire(…) e perché riferibili a persone che avevano assistito all’evento omicidiario da una distanza di pochi metri, in ottime condizioni di visibilità. Guardando direttamente in viso, sia pure di profilo, il killer in azione». E quel killer anche per i giudici d’Appello è Tommaso Costa condannato, in questo grado di giudizio, al fine pena mai.

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Il delitto. Pasquale Simari venne ucciso la sera del 26 luglio del 2005 a Gioiosa Jonica con nove colpi di calibro 6.35 in una gremitissima Piazza Vittorio Veneto. La vittima è ritenuta vicino alla cosca Ursino, nativa proprio di Gioiosa, ma con ramificazioni nel Nord Italia, in particolare in Piemonte. Il killer sarebbe proprio Tommaso Costa, capo dell’omonima famiglia alleata degli Ursino. Tommaso Costa avrebbe ucciso Simari poiché egli avrebbe tentato in tutti i modi di mettersi in proprio negli affari. Si sarebbe dunque avvicinato ai Cordì di Locri che, in quel periodo erano impegnati nella faida contro i Cataldo, alleati ai Costa-Curciarello di Siderno, a sua volta federati agli Ursino di Gioiosa. Simari inoltre, avrebbe apertamente sfidato la cosca Ursino recandosi al funerale del boss Salvatore Cordì, assassinato a Siderno il 31 maggio 2005. Un grave errore. Un affronto che solo il sangue poteva lavare. E lo dovevano vedere tutti.

L’omertà regna sovrana. «Così agendo l’imputato ha peraltro affrontato un rischio calcolato, ben sapendo che l’efferatezza del gesto compiuto, in un contesto contrassegnato da una palpabile clima di intimidazione ed omertà, avrebbe reso ben difficile il reperimento di testimoni disposti ad accusarlo, e che, in ogni caso, la sua identità poteva risultare nota a pochi, provenendo egli da un paese diverso ed avendo trascorso molti anni da carcerato ed in stato di latitanza. Inoltre-scrivono i giudici nella sentenza che ha confermato l’ergastolo per Costa- il fatto che ad agire sia stato un personaggio di spicco della consorteria, oltre che risultare circostanza per nulla inverosimile, altro non fa che enfatizzare la portata del gesto». Costa però si sbagliava; non tutti hanno mentito alla Dda. Sono stati due testimoni ad inchiodarlo. Si tratta di una ragazza, che all’epoca dei fatti aveva poco più di 15 anni, e un cittadino rumeno che si trovava a Gioiosa per motivi lavorativi. Entrambi sono stati sentiti durante le indagini e anche in incidente probatorio. «Le ricognizioni effettuate dai testimoni oculari del delitto- è scritto in sentenza- hanno portato ad un risultato univoco(…) La donna ha confermato in sede di incidente probatorio l’individuazione fotografica del Costa, ritenuto al 90% l’autore dell’omicidio. La visione della medesima fotografia ha indotto anche l’altro testimone a parlare di un’alta somiglianza, e peraltro, lo stesso ha riconosciuto il Costo, sia pure riguardo a corporatura e altezza, in sede di ricognizione, nonché addirittura, visionando altra fotografia che lo ritraeva con un aspetto affatto differente, avendo questi nell’occasione una folta capigliatura(…) i riconoscimenti, operati in varia forma, risultano tutti attendibili in quanto provenienti da soggetti che non avevano alcuna ragione di mentire(…) e perché riferibili a persone che avevano assistito all’evento omicidiario da una distanza di pochi metri, in ottime condizioni di visibilità. Guardando direttamente in viso, sia pure di profilo, il killer in azione». E quel killer anche per i giudici d’Appello è Tommaso Costa condannato, in questo grado di giudizio, al fine pena mai.

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