Il processo Congiusta e l’allarme (inascoltato) di Dominijanni

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Il magistrato, nel 2007, scrisse al procuratore nazionale antimafia e alla Commissione parlamentare chiedendo una modifica legislativa alle norme secondo cui sono inutilizzabili come prova le lettere scritte dai detenuti

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LAMEZIA TERME Una norma fragile, un vuoto legislativo che consente ai boss di comandare anche dal carcere. E che impedisce a un padre di avere giustizia. Mario Congiusta lo va ripetendo da mesi e, per provare a farsi ascoltare, ha anche restituito la sua tessera elettorale al ministro della Giustizia Orlando.

Le missive che i capiclan mandano dal carcere non possono essere usate come prove in tribunale: è anche per questo che il processo contro il boss sidernese Tommaso Costa, accusato di essere il responsabile dell’omicidio del figlio di Mario, Gianluca – ucciso con un colpo di pistola alla testa la sera del 24 maggio del 2005 –, dopo che nel secondo grado di giudizio era stato confermato l’ergastolo per Costa, è stato rinviato dalla Cassazione a un nuovo esame della Corte d’assise d’appello. Una circostanza, questa, che forse si sarebbe potuta evitare se non fosse rimasto inascoltato un allarme lanciato, nel lontano 2007, da Gerardo Dominijanni, all’epoca sostituto procuratore della Dda catanzarese.
Il magistrato, oggi in servizio alla Procura ordinaria del capoluogo, allora si rivolse al procuratore nazionale antimafia e alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali. Dominijanni riassume in un documento inviato agli organismi competenti la sua disamina sui provvedimenti che hanno portato a dichiarare inutilizzabile l’intercettazione della corrispondenza dei detenuti, sancita dalla sentenza 603/06 della Cassazione. Al di là delle considerazioni di carattere-tecnico giuridico, il magistrato, richiamando la giurisprudenza di merito, rileva «l’illogicità dell’attuale sistema processuale delle intercettazioni delle comunicazioni predisposto dal legislatore, il quale, da un verso […] consente di monitorare le forme orali quanto quelle scritte, dall’altro nega l’utilizzo di siffatta procedura relativamente alle comunicazioni contenute nella corrispondenza epistolare». Insomma: può essere controllata ogni forma di comunicazione utilizzata dai detenuti, ma ciò che eventualmente risulta dalla corrispondenza scritta non può essere usato come prova in un Tribunale. Alla luce di ciò Dominijanni, che all’epoca coordinava un’indagine che non riguardava il delitto Congiusta ma che portò proprio al sequestro della corrispondenza di Costa, invita i suoi interlocutori istituzionali ad apportare una «indispensabile» modifica alla legislazione corrente che consentisse di portare avanti le indagini in maniera adeguata.
Il suo allarme è di 7 anni fa. La lettera che per la Cassazione è inutilizzabile contiene, secondo le tesi dell’accusa – che hanno retto nei primi due gradi di giudizio –, alcuni riferimenti al possibile movente del delitto Congiusta. Tra le ipotesi, quella ritenuta più consistente dall’accusa e dai familiari del giovane ucciso riguarda l’estorsione – questa sì confermata anche dalla Cassazione – perpetrata dal boss a danno di Antonio Scarfò, suocero di Gianluca. Secondo la Dda reggina, Costa decise di uccidere Congiusta perché questi aveva saputo del tentativo di estorsione. Il boss, che a breve sarebbe uscito dal carcere, stava infatti tentando di riaffermare il ruolo del suo clan a Siderno, cercando però di agire sottotraccia, per non scatenare l’eventuale reazione dei Commisso. Nella cittadina della Locride, invece, presto si venne a sapere di una lettera dal contenuto estorsivo inviata proprio agli Scarfò, e per questo andava fermata la determinazione di Gianluca a rivelare il contenuto della lettera: i Commisso non potevano e non dovevano capire cosa Costa stesse architettando. E da quella corrispondenza sequestrata al boss, inutilizzabile nel processo, probabilmente potevano emergere elementi utili a definire il contesto in cui è maturato l’omicidio senza arrivare a dover rifare il processo d’appello.
«Non posso sapere come finirà il processo che mi riguarda – dichiara Mario Congiusta su liberainformazione.org – ma di un fatto sono certo, che a distanza di quasi dieci anni, corro il rischio di non avere quella giustizia che mi è dovuta per colpa grave di chi è preposto, e pagato, a legiferare e colmare vuoti segnalati».

Sergio Pelaia

s.pelaia@corrierecal.it

fonte: Corriere della Calabria