Il boss pentito Antonio Iovine ai pm: «Il mio stipendio? 140mila euro al mese»

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di 29 maggio 2014

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«Ogni mese il clan aveva introiti per 350mila euro, al netto di quelli personali dei capi». I primi racconti del superboss pentito Antonio Iovine ai pm antimafia di Napoli sono una lezione di macro-economia criminale. Parla di appalti pilotati, spartizioni, affari con imprenditori collusi e burocrati infedeli.

Gli statini paga della cosca. Il pagamento degli stipendi agli affiliati in regime di carcere duro era in proporzione ai carati mafiosi. La quota era «variabile tra 2500 e 15mila euro». Per esempio, spiega l’ex capo dei Casalesi, «Francesco Schiavone Sandokan e Francesco Bidognetti» riscuotevano il massimo. I soldi venivano «dalla gestione del settore delle macchinette».

Il custode dei conti. Iovine si è occupato, per sua stessa ammissione, della gestione della cassa comune del gruppo alimentata dal racket e dagli innumerevoli business fuorilegge gestiti dalla holding mafiosa. Era un “quotista” insieme ad altri tre boss di primo piano: Michele Zagaria, Nicola Panaro e Giuseppe Caterino. «In qualità di responsabili, dovevamo versare 60mila euro ciascuno per ogni mese» per far fronte agli stipendi dei “soldati” semplici in galera o a piede libero.

I costi della latitanza. Non tutto il denaro finiva però nel “fondo” della camorra di Casal di Principe. Ai padrini più importanti era riconosciuto il diritto a trattenere quanto eventualmente guadagnato in surplus. «Tutti i mesi avevo l’onere di versare 60mila euro nella cassa del clan, soldi che prendevo dal complesso degli introiti che riuscivo a racimolare con tutti questi affari e che mediamente posso quantificare in almeno 130-140mila euro al mese, che mi servivano anche per sostenere le spese della mia latitanza e per remunerare le persone che mi aiutavano in questo… a cui garantivo uno stipendio di circa 1.500-2.000 euro al mese».

Le ecoballe d’oro. Iovine ai magistrati della Procura di Napoli sta raccontando dei suoi affari, ma conosce molto anche di quelli dei suoi ex soci. A cominciare da Michele Zagaria, l’altro super-boss della cosca che, racconta il pentito, incontrò per caso su una spiaggetta vicino Ajaccio, in Corsica mentre entrambi erano inseriti nell’elenco dei trenta latitanti più ricercati e pericolosi d’Italia. Zagaria si era ultimamente interessato alla gestione dei «lavori per la costruzione delle piazzole per le ecoballe». Assieme al fratello Pasquale, «aveva rapporti privilegiati con la struttura della regione che doveva assegnare» le opere e «decidere i luoghi dove costruire». Secondo Iovine, Zagaria aveva un contatto «diretto con un ingegnere che, in pratica, rispondeva ai suoi ordini nell’ambito di un rapporto di corruzione stabile nel tempo». Un aggancio fondamentale visti i volumi d’affari in gioco: il collaboratore di giustizia riferisce di «fitti molto remunerativi con contratti decennali… si trattava di somme di milioni di euro».

Il gioco delle buste. Da fenomeno criminale locale, dal 1995 in poi i Casalesi si trasformano in una mafia imprenditrice. Iniziano a dedicarsi agli affari più che alle pistole e coltivano rapporti con gli imprenditori da sottoporre ad estorsione (Iovine cita tre grandi business: la metanizzazione della provincia di Caserta, il polo calzaturiero di Carinaro e i lavori di rimboscimento dell’alto Casertano, e tanti altri sono ancora coperti dal segreto investigativo). Ma è nel rapporto con la burocrazia e la Pubblica amministrazione che il clan compie il salto di qualità. Parlando di una contesa tra due gruppi criminali per accaparrarsi un appalto bandito da un Comune dell’entroterra casertano, Iovine rivela che c’erano referenti dei Casalesi «presso la stazione appaltante». Dirigenti infedeli che si occupavano di «aprire preventivamente le buste e modificare le offerte» per agevolare questa o quella ditta indicata dalla cosca.
«I funzionari pubblici», ha messo a verbale l’ex primula rossa del clan, «sono stati costantemente corrotti e hanno assecondato le richieste che provenivano o direttamente da me e da altri capi del clan» e da «nostri affiliati» oppure dagli «imprenditori interni a questo sistema». Un sistema «malato» dove dove «spesso si confondono i ruoli fra il camorrista, l’imprenditore, il politico, il funzionario».

fonte: il sole 24 ore