Gratteri: «È vero mi ha bocciato Napolitano»

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La Calabria è una terra estrema. Genera il male «assoluto» della ‘ndrangheta ma anche gli uomini capaci di combatterla. Nicola Gratteri è uno di questi, forse l’unico che lo Stato può mettere in campo al momento, e lo fa dalla prima linea della Procura di Reggio Calabria.

Anziché procuratore aggiunto della Dda del capoluogo calabro, oggi avrebbe potuto essere ministro della Giustizia, ma pare che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano abbia sconsigliato. «C’è una regola non scritta per la quale un magistrato non può fare il ministro della Giustizia», avrebbe detto, ed è lo stesso Gratteri a rivelarlo con un commento: «Pensavo che l’unica legge che dovesse salvaguardare è la Costituzione». Ma tant’è, Gratteri è uno di quegli uomini per niente avvezzi alle mediazioni di palazzo. Ha le sue idee, e non ci rinuncia. Combatte mafia, camorra e ‘ndrangheta con la stessa determinazione con cui queste delinquono. Non ha paura della morte. Anzi, pare l’abbia già messa in conto: «Ho catturato latitanti da 15 anni dopo aver ascoltato intercettazioni in cui discutevano di come ammazzarmi».
AL SOTTOSEGRETARIO Delrio, quando nel febbraio scorso è andato a proporgli di fare il ministro, ha chiesto carta bianca. «Abbiamo discusso per quasi tre ore di modifiche normative – dice -, più parlavo e più il sottosegretario si eccitava. Quando hai la morte negli occhi, perdi del tutto il timore reverenziale del potere. La notte non ho dormito, sapevo che mettevo in gioco la mia vita, che un ministro dura poco e mi sarei dovuto cercare un altro mestiere. Ma l’avrei fatto». Il giorno dopo, Delrio sta un’ora a colloquio con Napolitano, che poi gli parla della «regola non scritta».
Cambiare le regole, invece, è il suo leitmotiv, anche sul fronte delle carceri. «Critico molto gli interventi dei ministri Severino, Alfano e Cancellieri sulla custodia cautelare – dichiara -, è grave mettere in testa alla gente che c’è uno sconto per tutti. Il problema del sovraffollamento si può risolvere con trattati bilaterali che permettano a detenuti stranieri di scontare la pena nel loro paese a spese dello Stato italiano». Riaprirebbe subito Pianosa e l’Asinara per i 400 del 41 bis, e il personale necessario lo prenderebbe dai 20mila esuberi dell’Esercito formati «mille al mese con corsi accelerati».
Sono frammenti di un lungo discorso che Gratteri ha fatto venerdì pomeriggio in un’affollata aula magna di Giurisprudenza nel primo giorno di Unibsdays. Discorso per niente rassicurante anche per i territori del Nord. «La ‘ndrangheta è entrata in Lombardia perchè gli imprenditori le hanno aperto le porte convinti di poter avere mano d’opera in nero e smaltimento di rifiuti a bassissimo costo – dice -. Ora si tende a rimuovere e se ne nega la presenza, pur sapendo che c’è da 40 anni». Il fenomeno è mondiale, e lui tutte le settimane è all’estero per coordinarsi con gli altri sistemi giudiziari e rendere non conveniente il delinquere.
Gratteri è uomo pragmatico e determinato. In 29 anni di magistratura dice di non aver fatto mai un giorno di malattia: «Sono andato in udienza a chiedere sei ergastoli con quattro costole rotte». Da 28 anni utilizza le ferie per andare nelle scuole a parlare con i ragazzi con lo stesso pragmatismo. Fa il consulente gratuito di qualsiasi istituzione o partito glielo chieda. A muoverlo è la speranza che «ancora ce la possiamo fare», ma non si fa grandi illusioni. «Siamo un popolo di commedianti, allenati non al rischio ma a essere furbi. Ai giovani possiamo dare poco perchè siamo falliti, consegniamo loro una società peggiore di come l’abbiamo ricevuta». Anche per questo agli universitari che lo ascoltano manda un avvertimento chiaro: «Quando vi dicono che siete il futuro vi stanno fregando, il futuro è di tutti noi, tutti dobbiamo prendere posizione».
È IL RIGORE FERREO di un figlio di contadini poveri di Gerace, che andava a scuola a Locri in autostop e più volte ha visto morti ammazzati per strada. «Il mio compagno di banco è morto di lupara e molti compagni di classe sono stati miei clienti, indagati». Nato in una famiglia onesta e dai sani valori, per questo «mal tolleravo il bullismo dei figli di capimafia davanti al liceo di Locri». Studia Legge a Catania, fa il concorso di magistrato e torna a Locri da Pm. Uno così sarebbe ministro, in un’altra Italia.

Mimmo Varone
fonte: bresciaoggi.it