Omicidio Congiusta, per Costa ergastolo anche in Appello

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Omicidio Congiusta, per Costa ergastolo anche in Appello

Il boss è stato condannato al carcere a vita per l’assassinio dell’imprenditore sidernese. A Curciarello inflitti 15 anni di reclusione. Il padre di Gianluca: giustizia è fatta

Gianluca Congiusta

REGGIO CALABRIA È Tommaso Costa il mandante dell’omicidio del giovane imprenditore sidernese Gianluca Congiusta e per questo – come disposto dai giudici di primo grado – è condannato a scontare la pena dell’ergastolo con isolamento diurno per diciotto mesi. Così hanno stabilito i giudici della Corte d’Appello di Reggio Calabria, al termine di una camera di consiglio durata oltre otto ore, tre in più di quanto annunciato in mattinata.

Sono le venti passate quando i togati fanno il loro ingresso in un’aula affollata di militanti e simpatizzanti delle associazioni, movimenti e comitati antimafia, giornalisti, ma anche qualche singolo cittadino che negli anni ha iniziato a seguire la tragedia di una famiglia spezzata da un omicidio brutale. Nessuno dei familiari dei due imputati – Tommaso Costa e il suo braccio destro, Giuseppe Curciarello, che dalla gabbia attende la sentenza – si è presentato in aula.
Quando la Corte entra, è proprio Curciarello ad alzare gli occhi, guardare il presidente Finocchiaro, poi – rapido – abbassare la testa. Guardano i giudici sfilare, poi li fissano dritti in volto i familiari di Congiusta – il padre, la madre, le sorelle di Gianluca – stretti a pugno, prostrati dalla lunga attesa, dal timore che l’omicidio che ha strappato loro un figlio e un fratello rimanga senza colpevole e senza perché. E in quegli ultimi minuti, interminabili, che precedono la sentenza, le donne dei Congiusta, si tengono per mano.
“Visto l’articolo 605 c.p.p., decidendo sull’appello proposto da Costa Tommaso e Curciarello Giuseppe, così provvede: assolve Costa Tommaso dai reati di cui ai capi C  e D della rubrica”, inizia a leggere – solenne – il presidente Finocchiaro, ma prima che riesca a concludere che al boss viene confermata la pena dell’ergastolo, perché ritenuto responsabile dell’omicidio, in aula cala il gelo e una delle sorelle di Gianluca crolla.
Troppa la tensione, l’attesa, il dolore, troppa la paura che suo fratello venga ucciso nuovamente da una sentenza che rimette in discussione le indagini che hanno dato un volto al suo assassino. Prima che la ragazza si rianimi, il presidente fa in tempo a finire di leggere il dispositivo che fa cadere le accuse nei confronti del boss solo per due reati minori – un danneggiamento e la detenzione delle armi utilizzate per farlo – ma conferma totalmente l’impianto accusatorio stabilito dalla sentenza di primo grado e passato indenne al vaglio del secondo.
Anche per i giudici di appello Tommaso Costa è il mandante dell’omicidio di Gianluca Congiusta, vittima innocente della strategia con cui il boss puntava a strappare ai rivali Commisso l’egemonia criminale, conquistata negli anni sanguinosi della faida di Siderno. Una guerra che aveva visto la famiglia Costa perdere uomini, territorio e ricchezze, ma non soccombere, e ripresentarsi anni dopo con il volto e la mente di Tommaso Costa, determinato a tessere una rete di alleanze con i clan emergenti destinata a mettere in difficoltà la consorteria rivale dei Commisso. Una strategia segreta, e che tale doveva restare, fino a quando il nuovo cartello non fosse stato pronto allo scontro. Per questo la determinazione di Gianluca a rivelare il contenuto della lettera estorsiva inviata dai clan dell’emergente cartello al suocero, andava fermata. Per questo Gianluca doveva essere eliminato. I Commisso non potevano e non dovevano capire cosa Costa stesse architettando, ma soprattutto nessuno, nel regime di terrore imposto dall’emergente boss, doveva permettersi di trasgredire al suo volere. Per questo, la sera del 24 maggio del 2005 Gianluca Congiusta è stato ucciso con un unico, devastante, colpo di pistola alla testa.
Questa la tesi della Dda di Reggio Calabria che ha convinto tanto i giudici di primo come di secondo grado, che si sono mostrati più magnanimi dei colleghi solo nei confronti dell’altro imputato, Giuseppe Curciarello. Per lui cadono le accuse per i reati minori – anche nel suo caso, il danneggiamento e le armi utilizzate per farlo – ma anche l’imputazione per traffico internazionale di stupefacenti, con una conseguente rideterminazione della condanna a 15 anni di reclusione, dieci in meno di quanti inflitti in primo grado. Una decisione che in nulla intacca il castello accusatorio che lo vuole braccio destro e fedele luogotenente del boss Costa nella riconquista di Siderno.
“Giustizia è fatta e la condivido con tutti quelli che ancora non l’hanno avuta” dice – pallido, la voce tremante e gli occhi lucidi – Mario Congiusta, il padre di Gianluca appena uscito dall’aula della Corte d’assise d’appello. Porta una cravatta verde, “come verde è la speranza che si finisca di sparare, che qualcuno metta fine a questa mattanza infinita che c’è nella nostra terra e dappertutto a opera della ‘ndrangheta” dice Mario Congiusta, che non dimentica quella “piccola parte della società civile, dei movimenti che in questi anni ci è stata vicina, l’altra società civile non c’è, non esiste”. L’ennesimo monito – dignitoso, inappellabile – all’indirizzo di una terra che deve ancora imparare a reagire al giogo che la tiene schiava e la vuole serva. (0050)

Alessia Candito

Fonte: Corriere della Calabria