Utile a chi?

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Utile a chi?

La nostra Costituzione, pur disegnando dettagliatamente le regole della convivenza democratica, non contiene una esplicita indicazione relativa al sistema elettorale, che è pertanto oggetto di legge ordinaria

Non c’è però dubbio che il metodo scelto per individuare i membri del Parlamento (e più in generale quanti vengono delegati dai cittadini a rappresentarli nei vari organismi assembleari) è componente essenziale del sistema istituzionale, strettamente legato al modello sociale cui si deve ispirare la Repubblica.

Certo i Costituenti, senza esprimere una scelta rigida, nel testo della Carta forniscono numerose indicazioni sulle garanzie che le successive leggi elettorali avrebbero dovuto presentare: suffragio universale, uguaglianza e segretezza del voto, diritto per tutti all’elettorato sia attivo che passivo, proporzionalità nella composizione delle Camere; solo per citarne alcune, cui potremmo aggiungere che l’esercizio del voto è considerato un dovere e non solo un diritto.

L’attuale ‘porcellum’ contraddice ripetutamente queste indicazioni; le violazioni più clamorose sono la impossibilità per l’elettore di individuare la persona che lo rappresenterà e lo stravolgimento della volontà popolare mediante il ‘premio’ alla lista che prende comunque più voti, che di fatto può conferire la maggioranza dei seggi a chi rappresenta solo una minoranza dell’elettorato.

Inutile tornare su come e per volontà di chi (Casini, Berlusconi e la Lega, per evitare equivoci) è nata questa legge. Più interessante sarebbe chiedersi per quale motivo non si è realmente cercato di modificarla nemmeno quando gli equilibri parlamentari lo avrebbero consentito.

Perché l’attuale metodo elettorale in realtà stravolge dalle fondamenta il sistema democratico rappresentativo parlamentare, ma è coerente con un progetto presidenziale di accentramento del potere in un modello forzatamente bipolare, o meglio bipartitico, incompatibile con la nostra Costituzione repubblicana, che trova nell’assillante attuale appello al ‘voto utile’ una delle sue più esplicite espressioni.

Per ottenere il ‘premio’ che conferisce a una singola lista o coalizione la maggioranza (sul piano nazionale alla Camera e regionale per il Senato), si teorizza infatti la necessità di concentrare i voti solo sui due maggiori partiti, considerando ‘inutile’ il voto per gli altri. Praticamente si chiede all’elettore non di votare per chi esprime idee simili alle sue (e quindi potrà rappresentarle in Parlamento, anche in posizione di minoranza), ma contro chi presenta le idee più lontane, capovolgendo i fondamenti stessi del sistema rappresentativo.

La richiesta può non essere, con questa legge e in alcuni specifici casi, irragionevole, ma dimostra quanto grave sia stato l’errore di chi ci ha ancora una volta portato a votare con questo sistema; soprattutto la sua insistenza nasconde una visione inaccettabile del ruolo del Parlamento, che da sede in cui i rappresentanti dei cittadini assumono decisioni politiche dopo aver confrontato le loro diverse posizioni, diviene solo un passaggio formale di convalida delle decisioni dell’esecutivo (o forse solo del suo capo), in genere assunte in forma di decreti legge da convertire.

In questa visione le minoranze non hanno alcun ruolo, perché la dipendenza della maggioranza dal capo della coalizione, divenuto capo del governo ed eletto di fatto a suffragio universale, porta a quella che è stata definita ‘autosufficienza’ o addirittura ‘dittatura della maggioranza’ e cancella il pluralismo delle idee.

In questi anni solo la fermezza dimostrata in alcuni casi dalla Corte Costituzionale e il ricorso alla volontà popolare mediante i referendum (soprattutto quello che nel giugno 2006 ha impedito lo stravolgimento della Costituzione) hanno impedito l’instaurazione in Italia di un vero e proprio regime autoritario.

Recentemente, di fronte alla caduta della credibilità dei gruppi dirigenti, legata agli infiniti casi di corruzione, di nepotismo e di incapacità di cui sono quotidianamente protagonisti, e alla necessità di scelte epocali imposte dalla crisi finanziaria, dalle infiltrazioni della criminalità organizzata nel sistema economico e politico, dal dilagare della violenza internazionale, dall’urgenza dei problemi ambientali, si è progressivamente allargata un’area di dissenso responsabile che si oppone al tentativo di una ulteriore concentrazione del potere e a tutte le forme di corruzione; che pretende di essere ascoltata ed esige di esercitare il potere di indirizzo delle scelte politiche che la Costituzione attribuisce a tutti i cittadini.

Quest’area non ha sinora trovato rappresentanza a livello istituzionale proprio a causa dei meccanismi elettorali dietro i quali si sono arroccate le forze politiche già presenti in Parlamento, ma ha dimostrato nell’associazionismo, nel volontariato, nei comitati referendari e nei nuovi soggetti politici informali la propria dinamicità, competenza e responsabilità.

E’ proprio l’entrata sulla scena politica di questi nuovi soggetti, che la richiesta del ‘voto utile’ cerca di impedire, tentando di scaricare su di essi la responsabilità della incapacità dei partiti tradizionali di interpretare efficacemente i bisogni e le nuove esigenze di una società civile con cui hanno perso i contatti.

E’ invece indispensabile che il rifiuto del modello accentratore e presidenzialista, alternativo a quello democratico repubblicano, sia reso esplicito e la scelta di rilanciare gli ideali egualitari e solidaristici su cui è nata la nostra Repubblica divenga il metro su cui fondare la scelta elettorale che faremo fra qualche giorno.

L’unico ‘voto utile’ è quello che permette ai cittadini di esprimere liberamente la propria volontà.