La logica della croce e la bellezza del perdono

Print Friendly

La logica della Croce e la bellezza del Perdono

Il Beato Giovanni Paolo II

di Ennio Stamile

L’INCIPIT della Fides et ratio del Beato Giovanni Paolo II ricorda: “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità”. L’invito ad usare la ragione non vale solo per i credenti ma, ovviamente, anche per quelli che non si professano tali. Insomma per tutti vale l’assioma di Montanelli che con una battuta rivolta all’allora Presidente della Repubblica diceva: «Pertini fa bene a dire quello che pensa, ma ogni tanto farebbe meglio a pensare di più a quello che dice».

L’art. 27 della Costituzione della Repubblica italiana recita: «La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato [cfr. art. 13 c. 4]. Non è ammessa la pena di morte». Una riflessione un poco più attenta di questo articolo, – saltato a piè pari anche dagli interventi di illustri magistrati – senza l’ausilio della fede ma con la sola ragione aiuterebbe a far comprendere che se la pena inflitta dagli organi dello Stato può e deve tendere alla rieducazione a maggior ragione – logicamente – deve farlo la Chiesa. Fatta salva la distinzione fra colpa e pena, contenute nel mio primo intervento nell’ambito di questo dibattito, anche quando si fa riferimento ad episodi come quello di Zaccheo lo si è fatto perché esso offre al confessore la possibilità di verificare la reale volontà del mafioso cristianamente pentito (magari ce ne fossero), fare molto di più di ciò che la legge impone, oltre a scontare la pena, fare del bene per tutta la vita – ovvio che nel caso di omicidio la persona cara uccisa nessuno la può restituire. Quando poi si utilizzano domande del tipo “perché ai divorziati no ed ai mafiosi sì, per evidenziare una sorta di palese contraddizione intrinseca al comportamento della Chiesa, anche in questo caso penso si faccia poco ricorso alla riflessione. Nel caso di divorzio volontario (diverso è per chi lo subisce che se non convivente può regolarmente accostarsi ai sacramenti), ci troviamo di fronte ad una rottura definitiva di un vincolo sacramentale che prende vita e forma dalla stessa Eucarestia. Ma anche in questo caso la Chiesa, che ricordiamolo è Madre e Maestra, offre la possibilità per coloro che lo desiderano di un inserimento in gruppi già esistenti (preghiera, revisione di vita, biblica, spiritualità, volontariato…) per vivere insieme un cammino di crescita. L’Esortazione Apostolica post sinodale di Benedetto XVI Sacramentum caritatis ricorda: «Anche quando non è possibile accostarsi alla comunione sacramentale, la partecipazione alla santa Messa rimane necessaria, valida, significativa e fruttuosa. È bene in queste circostanze coltivare il desiderio della piena unione con Cristo con la pratica, ad esempio, della comunione spirituale, ricordata da Giovanni Paolo II e raccomandata da Santi maestri di vita spirituale» (55).
Anche da qui si evince che, grazie a Dio, il tempo delle scomuniche è finito. Colui che appartiene alle organizzazioni criminali si autoesclude dalla comunione ecclesiale, inserendosi in ciò che i Vescovi italiani ricordano essere «strutture di peccato» come le aveva già definite Giovanni Paolo II (Per un Paese solidale: Chiesa italiana e Mezzogiorno, 9, febbraio 2010). Che, tra l’altro, nello stesso numero ribadiscono: «torniamo, perciò, a condannare con forza una delle sue piaghe più profonde e durature – un vero e proprio «cancro», come lo definivamo già nel 1989, una «tessitura malefica che avvolge e schiavizza la dignità della persona» -, ossia la criminalità organizzata, rappresentata soprattutto dalle mafie che avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud».
Un sacerdote che non tiene conto di questi orientamenti e pur conoscendo che quella determinata persona appartiene alla ‘ndrangheta non solo gli consente di fare da padrino ai battesimi o alle cresime, ma addirittura gli concede di accostarsi ai sacramenti, si assume una grave responsabilità, non solo davanti a Dio ma anche davanti agli uomini, suscitando grave disorientamento.
I fratelli e sorelle laiche non credenti dico semplicemente continuiamo a dialogare ma, vi prego, non toglieteci il gusto e la bellezza di credere (in molti dopo Cristo a partire da Stefano protomartire fino ad oggi lo hanno fatto e lo continueranno a fare) alla bellezza del perdono fondamento, accanto alla fede nel Risorto, del cristianesimo. Tutte quelle volte che nella storia bimillenaria della Chiesa ci siamo dimenticati di questa verità volendo eliminare il male, ne abbiamo commesso di più grande, eliminandolo addirittura in nome di Dio. La logica della Croce (sapienza di Dio e potenza di Dio come la definisce Paolo in1Cor.) è assai diversa. Gesù ci ha insegnato che il male non si elimina. Altrimenti il male che subiamo o quello subiscono i nostri cari che può produrre in noi rancore, odio, vendetta avvince anche noi. Il perdono ci riguarda personalmente, è il male o sofferenza che noi subiamo che siamo chiamati a perdonare non quello che subiscono o provano gli altri. Se il male non si può eliminare si può però vincere con la forza disarmata e disarmante dell’amore.

fonte: il Quotidiano della Calabria