Ricordare per andare avanti di Giovanna Arcolaci

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di Giovanna Arcolaci, Volontaria al Campo di lavoro “Gianluca Congiusta” di Libera-Don Milani

Ricordare per andare avanti.

Perchè è l’unico modo in cui è accettabile farlo.

Perchè dopo aver incontrato le storie di Gianluca, Lollò,Giuseppe, Celestino, Cecè e gli altri limitarsi ad andare avanti facendo passare le giornate è un assurda perdita di tempo.

Ricordare, lasciarsi attraversare da queste vite, lasciare che la morte di queste persone crei un vuoto anche dentro di noi, e poi per cercare di riempirlo quel vuoto, cambiare, in meglio.

Ecco il senso che ha avuto per me la marcia di oggi.

C’è stata una messa bellissima ai piedi di PietraCappa quando siamo arrivati. Abbiamo urlato forte tutti insieme che “l’aspromonte non è dell’andrangheta”. Lo abbiamo urlato con quanto più fiato possibile. Quella è la nostra montagna. Ci appartiene, come ci appartengono tutte le vittime che la mafia ci ha strappato. L’unica montagna che apprtiene alla mafia è quella citata da Peppino, la montagna di merda che la mafia è.

Il vangelo ha parlato dell’andarsene in disparte. Per vedere le cose con una luce diversa, per approfondire.

Mi sono goduta gli incontri fatti durante il cammino, e i pezzi di strada fatti con i miei compagni di viaggio, ma ho sentito il bisogno spesso di andarmene in disparte, di camminare da sola.

In mezzo a questa paradiso che è il parco dell’Aspromonte, con l’odore forte di mentuccia, il vento caldo, e il sentiero ripido, è con me che ho voluto avere a che fare oggi. Con i miei limiti, fisici e non, con le mie paure, con le mie debolezze.

E sono venuti, i miei limiti e le mie paure,a presentarmi il conto poco prima dell’ultima tappa, quella dedicata a Celestino Fava. Sono arrivate come non arrivavano da un pò, a buttare tutto allo scoperto,sotto un sole spietato che non concede nessuna ombra, a far battere il cuore a mille e a bruciare i polmoni, a far girare la testa.

E lo so bene perchè. 

IL dolore fisico lo so sopportare, poco mi importava delle gambe che cedevano o delle stecche del corsetto che mi si inficcavano nella schiena. E’ il dolore del cuore che non so mai bene come gestire. Sono i tanti vuoti che porto dentro. Sono le paure di perdere chi conta. E l’unico modo che ho per fargli fare meno male è piangere, che oggi poi si poteva fare senza farsi troppe domande sull’opportunità o meno di lasciarsi andare. Oggi l’emozione era così forte che era quasi inevitabile per tutti farlo. E allora che lacrime siano, poco importa se li dentro io ci ho messo tutto. Anche quello che non ho potuto spiegare ai miei compagni di viaggio, anche quello che non so spiegare nemmeno a me stessa.

E poi una pietra, che mi sono stretta forte tra le mani per tutto il cammino. Ci ho scritto un pensiero sopra, e ci ho messo dentro anche gli amici che oggi avrebbero tanto voluto esserci e non potevano. L’ho lasciata sulla tomba di Lollò. Hanno camminato insieme a me, tutti.

Rimane una sensazione un pò amara, di una giornata che è stata bellissima, ma questa volta tanto difficile.

Non vedo l’ora di lavorare domani, di riappropriarmi delle sensazioni buone che mi da l’essere qui, della voglia di esserci.

Questa sera vediamo di distrarre un pò i pensieri.

“Uno dei momenti più belli della marcia di oggi è stato quello in cui durante la lettura della lettera che ci ha scritto Mara, moglie di Giuseppe Tizian e mamma di Giovanni (due di quegli amici che ho messo dentro la pietra), mi sono girata e ho visto il viso di Gianluca che mi sorrideva da una maglia che indossava una bimba. Ha illuminato tutta la montagna. E mi ha scaldato il cuore”.