Un governo per l’Economia

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Un governo per l’Economia

Non ci sono indagati. Non ci sono vecchi arnesi. Hanno competenze da difendere e un lavoro a cui tornare appena avranno finito. E tre ministeri importanti sono affidati a donne. Non resta che augurare Buon Lavoro al governo Monti.

di Arturo Meli

La suspense si è sciolta a fine mattinata. Il governo Monti è nato. Ma deve essere stato un parto laborioso se si pensa che il colloquio conclusivo, al Quirinale, tra Napolitano e il neo-premier, è durato più di due ore. Un tempo record. Il che ha alimentato dubbi e sospetti mentre, parallelamente, la Borsa, che aveva aperto fiduciosa, perdeva colpi, e lo spread tornava a correre. Nell’attesa, carica di tensioni, ipotesi contrastanti si alternavano. Si è pensato che potesse tornare d’attualità la questione di una “presenza politica” all’interno dell’esecutivo, che si era proposta col disegno, poi bocciato, di un’accoppiata Letta-Amato. Ma il colpo di teatro non c’è stato. Il nuovo governo è formato tutto di tecnici. E, anche questo, è senza precedenti. A testimonianza dell’”eccezionalità” della fase attraversata, come ha rilevato lo stesso presidente del Consiglio.

La lista dei ministri, che Monti ha letto all’uscita del colloquio con il capo dello Stato, ha nomi che, in maggioranza, saranno suonati sconosciuti al comune cittadino che stava in attesa davanti alla tv. Ma in generale sono persone che hanno competenze ed esperienze importanti. Politicamente, è significativa la decisione del premier di assumere la delega per l’Economia così come quella di concentrare in un solo ministero (affidato a Corrado Passera) lo Sviluppo, le infrastrutture e i trasporti. Chiara indicazione del proposito, come ha chiarito Monti,  di “voler mettere al centro le iniziative di coordinamento per la crescita economica”. Con cura è stata studiata l’assegnazione di due dicasteri chiave: gli Esteri per un diplomatico di vasta esperienza, Terzi di Sant’Agata, e gli Interni per Anna Maria Cancellieri, che ha dato una buona prova di sé quando ha retto come commissario la città di Bologna. Significativa vuole essere la scelta di altre due donne per ministeri inportanti, come la Giustizia e il Lavoro.

Si è detto, e si continua a ripetere, che per un governo che prende corpo tra dubbi e veti incrociati, è di grave danno l’assenza di qualsiasi presenza politica. Intendiamoci: in linea di principio, Monti avrebbe avuto probabilmente da guadagnare se il profilo tecnico del suo governo fosse stato incardinato su un impianto più spiccatamente politico. Ma l’accoppiata tra Letta e Amato, presentati entrambi come personaggi “al di sopra delle parti”, era una soluzione che aveva il veleno nella coda, e profumava d’inciucio. Si può fare ricorso a tutti i sofismi. Resta, però, il fatto che Letta è stato il principale collaboratore di Berlusconi e ne ha avallato tutte le leggi. Diverso il caso di Amato, personaggio della sinistra, ma da tempo fuori dalle controversie politiche e considerato una risorsa della Repubblica. La sua esperienza avrebbe potuto essere d’aiuto. Ma il Pdl non ha accettato il suo ingresso nel governo senza ricavarne un corrispettivo. E non è stato il solo colpo di coda del fronte berlusconiano nelle ultime fasi della formazione del governo.

Non è un male che l’ipocrisia delle “convenienze politiche” abbia trovato il suo limite. E si siano evitate vicinanze imbarazzanti. I modi per assicurare il necessario punto di raccordo tra un esecutivo tecnico e il Parlamento si possono trovare senza far ricorso ai soliti compromessi al ribasso. Non è con gli espedienti che si offre al governo un’assicurazione sulla vita. Del resto, la prima Repubblica presenta a sufficienza  esempi di governi “superblindati”, con un direttorio formato dai segretari di partito, che non hanno poi retto alla prova. Senza andare a questi precedenti, Monti ha messo giustamente in evidenza che la blindatura di un governo dipende dalla “capacità di agire incisivamente e di spiegare ai cittadini e al Parlamento la portata della sua azione”. Oggi, le drammatiche emergenze economico-sociali impongono a tutti un cambio di passo. Non si tratta di “abolire la politica”, come strillano i giornali berlusconiani. Ma di avviare un ciclo di politica diversa, libera dagli interessi clientelari. Del resto, come si fa a chiedere ai cittadini i sacrifici imposti dalla crisi se non si aboliscono i privilegi e l’arroganza di quella che comunemente viene ora definita come una casta?

La gravità dei problemi dovrebbe consigliare di abbandonare i vecchi schemi. Di uscire, finalmente, dal circolo vizioso dell’immobilismo.Giustamente, Pierferdinando Casini ha detto questo governo è una novità che ha del “miracolo”. Ma i miracoli non si ripetono all’infinito.