Le condanne rompono il silenzio

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Le condanne rompono il silenzio

Commossi i familiari di Gianluca si abbracciano:è un regalo molto atteso


«Non voglio pensare a niente. Aspetto. Ma sono certo che questo Natale riceverò un regalo molto atteso». Sul volto tesi di Mario non c’è aria di sfida, ne voglia di vendetta.

Dai suoi occhi traspare solo fiducia nella giustizia, mentre tutto intorno il silenzio è quasi irreale; una tensione strisciante che si fa largo tra volti tirati in attesa della sentenza emessa dal Presidente Bruno Muscolo. È pieno all’inverosimile lo stanzone della Corte d’Assise del tribunale di Locri. La guerra di Mario Congiusta contro i mafiosi che gli hanno portato via il figlio è giunta alla fine, e gli amici di questo padre coraggioso che da anni gira la Locride in lungo e in largo chiedendo giustizia per la fine orrenda toccata a Gianluca, l’imprenditore sidernese ammazzato la sera del 24 maggio del 2005 a Siderno, sono accorsi in massa per assistere alla fine di un processo interminabile. Nel palazzo di piazza Fortugno c’erano tutti, dalle associazioni antimafia come “Reggio non tace”, ai parlamentari come la Lo Moro; e poi la gente comune, tantissima, da Locri e da Siderno; così come da Roma, Bologna e Milano: alcuni di essi hanno viaggiato tutta la notte per raggiungere questo pezzettino di Calabria e ascoltare le parole che metteranno fine ad uno dei procedimenti di ‘ndrangheta più dolorosi che la storia ricordi. Stanno tutti in silenzio, mischiati ai parenti dei due imputati dietro le transenne che tagliano in due l’aula. Ed è nel silenzio più totale che Muscolo condanna Tommaso Costa e Curciarello per la morte di Gianluca. Un silenzio interrotto solo dalle lacrime sommesse dei famigliari del giovane caduto sotto i colpi della mafia. Nessuno di loro ha molta voglia di parlare, troppo amare sono state le udienze di questo dibattimento; troppe scorciatoie sono state cercate per infangare la memoria di Luca.
«Domani era il suo compleanno, avrebbe compiuto 37 anni» riesce a ricordare Roberta – la sorella cresciuta con il mito per il suo fratello maggiore – prima di sparire sommersa dall’abbraccio della sua famiglia.
Una sentenza attesa da tempo e che arriva dopo anni di testimonianze al limite della calunnia e della reticenza. Anni in cui la difesa di Tommaso Costa ha tentato di tutto pur di smentire le accuse precise formulate dal Pm antimafia Antonio De Bernardo, e in cui è emersa la realtà gretta, quasi da ultima spiaggia, in cui versa Siderno: la città in cui Gianluca era cresciuto e dove tutti lo consideravano un bravo ragazzo. La stessa città nella quale sono circolate voci impazzite da comari alvariane; la stessa Siderno che ammiccava alla tesi del delitto passionale, che ha strizzato entrambi gli occhi alla follia dell’usura, e che non ha saputo, ne voluto, prendersi cura della memoria di un suo figlio ammazzato come un boss e che anzi ha insozzato il ricordo del giovane imprenditore con la decisione di non costituirsi parte civile.


Vincenzo Imperitura

fonte: Calabria Ora