Stati Generali Antimafia -Per un dovere di informazione

Print Friendly

di Lorenzo Baldo – 27 ottobre 2009
Dalla mafia invisibile al silenzio sulle mafie

E’ Roberto Morrione, ex direttore di RaiNews24, attualmente direttore di LiberaInformazione, il “tutor” di questo tavolo di lavoro. Alla sua determinazione di giornalista dalla schiena dritta si deve l’istituzione di questo fondamentale gruppo operativo.


Morrione introduce la prima parte della giornata illustrando gli obiettivi di questa edizione, non senza aver prima analizzato lo stato attuale nel quale versa la libertà di stampa in Italia.

L’annuale rapporto di Reporters sans frontieres ci ha confinato al 49° posto, come “Paese parzialmente libero”.

 

Secondo un’indagine del Censis nelle ultime elezioni europee due terzi degli elettori si sono informati attraverso i Tg, il 30% ha seguito i programmi giornalistici di approfondimento in Tv, il 25% si è affidato alla carta stampata. L’articolo 21 è ormai l’obiettivo fisso di un Premier accecato dalla fobia di venire attaccato da quegli stessi strumenti che lo hanno creato. “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione – recita la Costituzione – La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Giorno dopo giorno quella censura avanza implacabilmente. E mai come oggi quelle parole appaiono in via di estinzione.
Roberto Morrione, già direttore del Tg1, spiega come un telegiornale che rappresentava un punto di riferimento come quello del primo canale, sia ormai diventato l’ombra di se stesso, con una linea editoriale che “evita la contestualizzazione delle notizie”. Siamo di fronte ad un vero e proprio imbarbarimento del sistema televisivo che non accenna a diminuire. Al contrario.
Il confronto con la situazione di 3 anni fa è decisamente impietoso. “Se all’epoca, nelle regioni del Sud – spiega Morrione – esistevano gravi problemi e se c’era un isolamento di chi voleva illuminare le zone del potere, oggi tutto questo continua ad esistere e a persistere. Si è aggiunto inoltre questo attacco frontale alla libertà di stampa con il tentativo di mettere il bavaglio!”. Un bavaglio che sempre più si manifesta attraverso richieste milionarie sotto forma di indennizzi civili, così come accaduto per la richiesta di Berlusconi di 3 milioni di Euro all’Unità,  o come la causa da 1 milione di Euro intentata dal Premier a Repubblica. Tanto in “grande”, così in “piccolo”. L’esempio delle centinaia di querele all’emittente televisiva di Partinico (PA) Telejato sono solo la punta dell’Iceberg.
Il direttore di Liberainformazione evidenzia la gravità delle dichiarazioni di Berlusconi contro le procure che stanno indagando sulle stragi del ’92 e del ’93. Cita le ricostruzioni processuali del Pm Luca Tescaroli che si stava addentrando nelle indagini sui mandanti esterni prima che dal suo stesso capo, l’ex procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra, arrivasse uno stop. Il tema del ruolo fondamentale dell’informazione viene illustrato in tutti i suoi aspetti, soprattutto collegandolo al valore del giornalismo di inchiesta vissuto nelle retrovie.
Una significativa vittoria per Liberainformazione, Articolo21 e Step1 è rappresentata dall’essere riusciti a ottenere che la cronaca locale del quotidiano la Repubblica venga distribuita anche a Catania. In molti ricorderanno un’assurda vicenda che vedeva protagonisti la Repubblica e il quotidiano siciliano La Sicilia. Tutto ruotava attorno a un vecchio accordo stipulato tra il direttore de La Sicilia, Mario Ciancio, e Carlo Caracciolo, allora editore del quotidiano nazionale, per cui nelle tipografie catanesi veniva stampata l’edizione locale la Repubblica-Palermo a patto che non venisse distribuita nelle provincie di Catania, Ragusa e Siracusa. Ebbene dopo anni di proteste, raccolte di firme e iniziative pubbliche, la cronaca siciliana di Repubblica è arrivata finalmente nel regno di Mario Ciancio. Una piccola, ma non indifferente crepa, nel monopolio dell’imprenditore catanese.
Morrione illustra di seguito il Rapporto 2009 di “Ossigeno” l’osservatorio della FNSI e dell’Ordine dei Giornalisti sui cronisti sotto scorta e le notizie oscurate in Italia con la violenza. Cifre di una gravità assoluta, una statistica da frontiera sudamericana. Fra il 2006 e il 2008 oltre duecento giornalisti hanno ricevuto minacce e intimidazioni per la pubblicazione di notizie sulla mafia, sul terrorismo o su episodi di estremismo politico. Una decina di loro vive sotto scorta.
Sul punto specifico è lo stesso Alberto Spampinato, consigliere nazionale della Fnsi e responsabile di “Ossigeno” a intervenire successivamente per sottolinearne la gravità.
E’ la volta delle relazioni dei partecipanti. Lo storico Carlo Ruta, più volte attaccato per le sue inchieste “scomode” rompe il ghiaccio. Attraverso esempi sociologici passati e attuali Riccardo Orioles, tra i fondatori de I Siciliani, inquadra con grande lucidità il nodo della questione.
E’ un crocevia di testimonianze, analisi, progetti e proposte per salvare ciò che resta del giornalismo di inchiesta. Ed è quel “randello giudiziario messo in atto per far tacere le voci libere” descritto perfettamente dall’avv. D’Amati (legale della FNSI)  che incombe ora più che mai sulle teste dei giornalisti liberi e indipendenti.
Ciò non toglie che la “cultura del contrattacco” citata dal legale di Articolo21 è l’unica soluzione per difendere la libertà di stampa. Il caso dello scrittore palermitano Claudio Riolo, condannato per un articolo sull’ex presidente della provincia di Palermo Francesco Musotto, viene preso come esempio di riscatto dall’avv. D’Amati. Riolo era stato condannato a risarcire Musotto con 140 milioni di vecchie lire attraverso il pignoramento di un quinto dello stipendio fino alla pensione ed oltre. Successivamente era intervenuta la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che aveva condannato l’Italia a risarcire l’autore con oltre 70.000 Euro per violazione dell’art. 10 (libertà d’espressione) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ritenendo l’articolo su Musotto non diffamatorio ma fondato su fatti veri e legittima espressione della libertà d’opinione in una società democratica.
L’arma delle querele contro chi osa scrivere a schiena dritta non dà tregua, sfianca, “fa perdere tempo prezioso” come ricorda il direttore di Marsala.it, Giacomo Di Girolamo, stupito di ritrovare tra gli ospiti di Contromafie uno degli autori delle querele contro di lui.
Come è possibile continuare a fare inchieste quando i più importanti quotidiani non hanno più tempo e spazio da dedicarvi? E’ lo stesso ex inviato dell’Unità Enrico Fierro, ora al Fatto Quotidiano, a stimolare la riflessione. E quando nelle zone di trincea restano i giornalisti locali sottopagati a 5 Euro ad articolo, mentre l’inviato dopo il suo rapido reportage rientra alla base, il problema di fondo resta totalmente irrisolto.
Quella “tutela del giornalista” tanto citata nei dibattiti nella realtà quotidiana è solo una piccola fiammella in mezzo alla tempesta. E manca a cronisti di razza come Angelo Venti, che dalle tendopoli dell’Aquila è riuscito a fare vero giornalismo di inchiesta sulle infiltrazioni mafiose in Abruzzo (che hanno portato all’apertura di inchieste della magistratura), arrivando a fondare la biblioteca multimediale Biblipaganica.
Manca l’indignazione. Quella vera. Quella che non troppi anni fa ancora si leggeva sui titoli dei giornali che raccontavano gli scandali politici. Quella stessa che oggi non c’è di fronte a politici indagati per mafia che si candidano tranquillamente alla carica di governatore.
L’indignazione che prova Mario Congiusta, padre di Gianluca, un commerciante ucciso nel 2005 dalla ‘Ndrangheta a soli 40 anni perchè non si era voluto piegare alle richieste dell’organizzazione criminale, quando sente parlare di “esubero di orfani di mafia” nelle circolari ministeriali è invece tangibile.
Se poi le inchieste (in questo caso televisive) si riescono a fare ecco che entrano in gioco gli editori che le mandano in onda in orari assurdi, o che addirittura non le mandano in onda richiedendo al loro posto servizi più “carini” o più “croccanti”. La parola “servizio pubblico” perde quindi di tutto il suo significato. Perché è evidente che non è più “servizio pubblico” quando la mannaia della censura colpisce le inchieste che dimostrano come il denaro pubblico sia stato sperperato a discapito delle infrastrutture con rischi altissimi per l’incolumità dei cittadini.
Se in Italia il livello di consapevolezza sulla gravità della contiguità politico-mafiosa e sul bavaglio all’informazione è precipitato ai minimi storici, all’estero non va decisamente meglio. L’analisi di Petra Reski, corrispondente del settimanale tedesco Die Zeit, è alquanto disarmante.
Le pesanti minacce, a livello personale, ricevute per il suo libro Mafia. Von Paten, Pizzerien und falschen Priestern (uscito in Italia con il titolo Santa Mafia ed. Nuovi Mondi) si sono sommate alle pressioni subite dalla casa editrice da parte degli avvocati dei protagonisti del suo libro.
Gli editori italiani hanno deciso di pubblicare il testo lasciando le medesime strisce nere apposte nella versione tedesca del libro su interi passaggi, per dare dimostrazione della censura avvenuta in Germania.

In ambito internazionale troviamo l’impegno di Flare (Freedom legality and Rights in Europe). E da quel network di Organizzazioni Non Governative (con la sede italiana a Torino) un suo rappresentante, Lorenzo Bodrero, spiega l’importanza di “una lotta culturale” che dia “un taglio internazionale” all’impegno contro la mafia.
Dalla Germania alla Sicilia il viaggio prosegue attraverso l’esperienza del giornalismo di inchiesta. Quello di Pippo Fava, direttore de I Siciliani. Il giornalismo “etico” di cui Fava prima di essere ammazzato si era fatto promotore. Un giornalismo fatto di verità che, come ricordava il fondatore de I Siciliani: “impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”. Parole che a distanza di anni risuonano come una preghiera rivolta a chi intraprende questo mestiere. E se Graziella Proto, stretta collaboratrice di Pippo Fava, ricorda i sacrifici immensi vissuti per mantenere vivo il giornale, non manca l’amarezza di aver avuto (insieme a Claudio Fava e ad altri soci della cooperativa che editava I Siciliani) il pignoramento delle proprie case (compresa quella di Pippo Fava) per un vecchio debito che a distanza di anni era arrivato alla cifra di 90.000 Euro. Debito estinto grazie anche ad una sottoscrizione nazionale che ha visto però la Sicilia e soprattutto Catania agli ultimi posti.
Un paradigma che resta come monito a futura memoria, a dimostrazione che la scelta di fare libera informazione si paga fino alla fine. Ma dove erano le istituzioni che avevano promesso a Graziella Proto di fare pubblicità sul suo nuovo giornale di inchiesta Casablanca diretto insieme a Riccardo Orioles? Scomparse. Così come quei fondi necessari alla sopravvivenza della sua rivista che ne hanno così decretato la chiusura dopo appena due anni.
E’ un affondo mirato quello della Proto, senza sconti per nessuno, meno che mai nei confronti di quel “sostegno all’editoria” sbandierato sui siti istituzionali ma incapace poi di far sopravvivere le realtà editoriali indipendenti. L’appello di Graziella alla professionalità dei giornalisti, alla loro “credibilità” e “moralità”, nonché la richiesta di “un’etica” che sia alla base di una “alfabetizzazione del linguaggio” viene ripreso dallo stesso Morrione. Troppe sono le incongruenze di una legislazione capace di erogare milioni di euro per i giornali di partito ignorando volutamente la stampa alternativa.
Ma il silenzio che circonda la mafia parte da lontano, il professor Nicola Tranfaglia lo analizza dettagliatamente nella sua ricostruzione storica evidenziando le responsabilità “delle forze politiche e dei giornalisti”. E’ un viaggio nel tempo, dal suo primo articolo su mafia e politica scritto nel 1964, passando per l’anno 1994 che segna l’avvento del Premier e della sua sub-cultura, fino ad arrivare ai giorni nostri. Il mancato scioglimento di Fondi viene preso come emblema di un sistema politico che difende il suo status oltre ogni decenza.
La “trattativa” tra Stato e mafia, sulla quale diversi magistrati hanno investigato per oltre un decennio, si rafforza ora nelle testimonianze di nuovi collaboratori di giustizia. Ma “l’ignoranza” e il “semplicismo” che sovrastano la nostra società continuano a ostacolare pesantemente la ricerca della verità; e “se anche questa volta non si fa chiarezza sul punto”, allora si che “si chiude per sempre”. Un discorso analogo verrà ripreso anche dal giornalista di Rainews24 Maurizio Torrealta. E il ruolo dell’Ordine dei Giornalisti? Antonella Mascali, combattiva giornalista di Radiopopolare e  Il Fatto Quotidiano, prende spunto dal killeraggio mediatico di quotidiani come Il Giornale e punta l’indice sulla debolezza dell’Odg “nei confronti di chi il giornalismo lo usa per altri fini”. Il “manganello mediatico” è diventato ormai strumento di ricatto politico a livello trasversale.
Tutto questo mentre il clima di odio si espande sempre di più in un’Italia che, per dirla come Giorgio Bocca: “non si riconosce più”. Quello stesso Paese che ha visto nove giornalisti uccisi dalla mafia solo per aver fatto il proprio dovere. Nel ricordare uno di questi, Giovanni Spampinato, il fratello Alberto traccia uno spaccato impietoso della “mutazione genetica” dei giornali. Sottolineando la responsabilità del termine “servizio pubblico” che dovrebbe appartenere a tutti i quotidiani, auspica una sorta di emulazione del “codice etico” di Confindustria (che espelle gli imprenditori che non denunciano il pizzo) nell’ambito del giornalismo e di ogni forma di censura, ed autocensura, ad esso collegata.
Nel tirare le somme l’ex parlamentare Tana De Zulueta riporta l’attenzione sull’assistenza legale dei giornalisti querelati proponendo l’Open Society Institute* (l’organizzazione culturale e privata “per l’affermazione e difesa dei diritti civili e la tutela dell’ambiente nel mondo”, controllata dal “Soros Found Management”) come possibile strumento difensivo, a fronte della prossima apertura di una sede in Italia.
Nella conclusione di Roberto Morrione vengono gettate le basi della relazione stilata successivamente da Santo della Volpe ed enunciata dal palco di Contromafie*.
A nostro avviso la scelta dell’Obiezione di coscienza resta l’unica via. In vista dell’approvazione del Ddl sulle intercettazioni al tavolo di lavoro sull’informazione ANTIMAFIADuemila ha confermato l’adesione all’appello firmato tra gli altri da giornalisti come Barbacetto, Corrias, Gomez e Travaglio sull’obiezione di coscienza. Pubblicare gli atti giudiziari (intercettazioni, ma non solo) che non sono segreti, ma di cui la maggioranza di governo (ma anche pezzi dell’opposizione) vuole impedire la pubblicazione e la conoscenza, significherà fare informazione, fare “servizio pubblico”.
L’appello già rivolto agli editori, all’Ordine dei Giornalisti, alla Federazione della Stampa, agli organismi sindacali di tutte le testate (carta stampata, radio e televisione) affinchè aderiscano a questa forma di protesta civile è più che mai attuale. E urgente. E’ evidente che non si tratta di una scelta né facile né conveniente. L’alternativa però è l’autocensura.
Come operatori dell’informazione abbiamo il dovere e la grande responsabilità di dare il nostro contributo alla formazione delle coscienze di chi si affaccia su questo fronte e vuole sapere la verità dei fatti.
Come giornalisti abbiamo il dovere di fare un’analisi sociologica, unita ad una critica serrata nei confronti di un’intera classe politica che si è resa responsabile di veri e propri crimini.
Non è più ammissibile delegare unicamente alla magistratura il compito di fare luce su interi decenni di contiguità tra mafia e politica.
All’orizzonte si profilano nuovi attacchi politici (amplificati o suggeriti da quella stampa che rema contro la verità), attacchi mirati a destabilizzare il clima, e a riportare il tutto sotto la sabbia.
La posta in gioco è troppo alta. Sta a noi fare fronte comune per difenderla.
Ai rappresentati dell’opposizione al parlamento italiano e a quello europeo si richiede di non abbassare mai la guardia sul fronte di quello che accadrà in Italia nei prossimi tempi per quanto riguarda la libertà di stampa.

In vista dell’accelerazione della discussione sul Ddl sulle intercettazioni l’appello finale è rivolto al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affinchè valuti i profili di incostituzionalità di quella che è candidata a diventare una legge totalmente antidemocratica che riporterà in auge un oscurantismo mediatico. Contro il quale non resta che continuare nel solco della “cultura del contrattacco”, strenua difesa del principio sacrosanto del diritto di informazione.

 

 

Per gli approfondimenti:

“Speciale Contromafie” / *Basta ”papelli”, basta condoni

(la    relazione di Santo della Volpe)