i miei colori e la mia memoria

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r cuntraI miei colori e la mia memoria

Emozioni in parole e scatti dalla settimana riacese

di Paola Bottero

Meno di cinque minuti di tornanti in una terra brulla e affascinante. Si lasciano i profumi del mare e l’immensità delle distese di spiagge della costa jonica e si inizia a salire.

Destinazione Riace superiore.
Quarantadue gradi, dice il termometro esterno. Eppure abbassi il finestrino, e lasci che quel magma di aria calda vinca il fresco del condizionatore. L’afa si materializza e porta con sé profumi che avevi dimenticato. Inizia il tuo percorso della memoria.

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Alle prime curve cerchi di immaginare la storia che hai lasciato dietro di te. Cerchi di ricostruire il tempo e le cause che hanno affondato, a pochi metri dalla riva, quei bronzi contesi che ancora restituiscono il proprio mistero a chi ne ripercorre la metallica plasticità. Ma il paesaggio è cambiato completamente. Dossi e rocce, arbusti e pale di fichi d’india. Qualche ulivo. Tante ginestre. Il sole è accecante, e tinge d’oro i pascoli secchi, fa brillare le macchie verdi, rade come oasi in un deserto. Un altro tornante e lo stesso paesaggio apre verso il mare. Blu. Immenso. Molto più bello di quello che avevi amato costeggiandolo sulla statale 106. L’auto si inerpica ancora e dalla parte opposta sorride l’agglomerato di pietre del centro storico. Pulito. Semplice. Armonico. Incorniciato da palme e dal fucsia delle buganville.

Vorresti fermarti e dare soddisfazione al tuo obiettivo che freme dentro il marsupio. Ma la strada è troppo stretta, ti impone di proseguire. Poi, di colpo, ti costringe a fermarti. Le rocce e le pendici del’Aspromonte hanno ripreso il sopravvento, cancellando quelle due visioni di un attimo.
Il primo benvenuto al mio approccio estivo con Riace è di centinaia di pecore in attraversamento davanti al mio paraurti. Qualcuna più curiosa intorno alla macchina. Un momento sospeso e silenzioso, interrotto dal rumore dei campanacci e dall’incitamento del pastore ad attraversare lo stretto nastro di asfalto per cambiare location al pascolo.
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Infine, Riace superiore. La piazza principale, la terrazza aperta verso il mare animata da riacesi in siesta con sé stessi o con le carte da gioco. La barista migrante, il dialetto stretto mescolato all’arabo, al francese, alle melodie dell’integrazione. I saluti. I sorrisi. Le strette di mano. E i bambini. Tanti, bellissimi. Sospettosi per i primi cinque minuti, adorabili per tutti i giorni successivi. E per sempre.
Artisti in ogni angolo, di fronte a mille pareti. Vernici e gioia. Movimento e pause dall’afa e dai ritmi frenetici di pennelli e spray. Francesco e Nino in sintonia, ciascuno davanti ai murales dei ragazzi che hanno ridisegnato il centro storico. Maurizio e Maria ubiqui, a fermare con la telecamera ogni attimo.
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E poi loro, l’anima, la mente e le braccia de “i colori della memoria”. Mario onnipresente, alla continua ricerca di Sasà, incredibilmente più veloce di lui, sempre avanti di mezz’ora sulle assurde richieste che hanno scandito la sua settimana. Mimmo con la scopa, con i cavi elettrici, con la pompa dell’acqua. E con una fascia da sindaco mai indossata, perché tatuata sulla sua pelle e nei suoi occhi.
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Riace ti cattura e non ti lascia più.
Ti entra dentro come i suoi colori e la sua memoria, costruita nell’armonia di una settimana indescrivibile. Le fondamenta affondate nei dolori e nelle gioie dei migranti, dei riacesi, dei volontari, degli organizzatori, degli artisti, dei turisti e di chi ha animato questo incredibile borgo.

Ogni giorno una nuova meta, ogni giorno una nuova corsa. Le ore corrono veloci, eppure si fermano per sempre. Sono l’abbraccio notturno di un ragazzino afghano che non sa dove siano i suoi genitori. L’esuberanza di un bimbo rumeno che sta imparando in fretta l’integrazione. Il bacio di una splendida somala che ti accarezza prima con le treccine e poi con le sue labbra tremanti. Il sorriso di una giovane e splendida etiope che non smetterà mai di ringraziarti per gli scatti fotografici rubati. La gratitudine dei turisti che vivono il centro storico come un grande salotto colmo di emozioni da condividere.r window
Le prime giornate preparano il fine settimana di eventi. Quei tornanti che ti allontanano dal mare, per fartelo ritrovare appena sei di nuovo nella piazza di Riace superiore, diventano familiari. Li ripercorri più e più volte, e quando l’acre odore di bruciato e di bagnato ti preannuncia il nero di una parte di valli ti sembra che quel fuoco sia entrato dentro di te.r notturno

Poi arriva venerdì. Troppo presto.

Ma Riace sa accogliere ognuno nel migliore dei modi.
Anche i camion che trasportano teloni, impalcature e strumentazioni che serviranno a reggere luci e suoni delle tre notti di festa. E i momenti di colore e di memoria si amplificano all’infinito. Hanno il volto di Nik e di Luca, la dolce austerità di Hiske, la sapiente regia di Raffaella, il viola provocatorio e infinito di Matteo, l’istituzionalità paterna di Luigi e del suo entourage, gli odori e i sapori della cena multietnica, il grido di Mimmo ed i suoni dei Mattanza, l’impegno di Francesco, Francesca, Danilo, la forza di Ilario e Franco, la rappresentanza di Michele e Attilio, la denuncia di Luigi e Filippo.

Fino al gran finale nell’arena.
Fino ai filmati che ti ricordano perché sei lì. Che si mescolano ai suoni degli Invece e alla voce di Nino e Alberto per unirsi in un unico, grande abbraccio.
Quello di Riace.
Quello del paese dell’accoglienza e della memoria.
Quello di un sindaco che è riuscito a portare nel suo centro storico i volti, la rabbia e la speranza delle vittime di mafia e ‘ndrangheta. Da domenica scorsa vivi per sempre, forte e amaro monito a trasformare in voglia di condivisione e di denuncia l’impotenza di chi non sa come urlare contro il silenzio.

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Riace ti rimane dentro.


E tu sei là, tra le viuzze e le piazzette che sorridono appagate.


In attesa di nuovi colori, per restituire quella grande memoria che non potrà più essere cancellata.