A Riace dove ha vinto l’integrazione

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A Riace dove ha vinto l'integrazione


Scritto da Filippo Veltri   

Martedì 31 Marzo 2009 02:00

 

"Riace, paese dei Bronzi", recita il cartello d'ingresso al paesino della locride che era noto solo perché nel mare jonio vennero ritrovate nel 1972 le due famose statue oggi esposte al Museo di Reggio Calabria. Ma Riace è diventato, in verità, molto più famoso in questi mesi soprattutto perché i suoi 400 abitanti guidati da un sindaco coraggioso, Mimmo Lucano, hanno messo in atto un avveniristico progetto di integrazione con gli immigrati che sta facendo gridare al miracolo. Arrivano curiosi e giornalisti da tutt'Europa.

Cosa hanno fatto a Riace (ma anche nei vicini paesi di Caulonia e Stignano)? Una cosa assai semplice: grazie all'aiuto concreto della Regione Calabria gli immigrati lavorano in laboratori artigianali assieme ai giovani del paese; nelle case cadenti del centro storico del paese, abbandonate dagli emigrati calabresi finiti in Germania o a Milano, sono stati ricavati alloggi che vengono destinati agli immigrati. Il dato finale di tutta questa semplice operazione è che a Riace gli immigrati non solo non vengono cacciati ma al contrario accolti. E quando non ce ne sono in numero sufficiente vengono addirittura richiesti, a Lampedusa o al centro di Crotone. Nei vicoli di Riace è così un fiorire di questi minuscoli laboratori dove si lavora il vetro, l'argilla,i tessuti. Issa è un afgano di 40 anni, che è stato sbarcato in un posto della costa ionica calabrese che lui nemmeno conosce quasi otto anni fa. In un villaggio vicino Kabul ha lasciato moglie e quattro figli.

Dopo lo sbarco è stato portato nel centro di Crotone e dopo alcuni mesi ha saputo di Riace e qui è cominciata la sua nuova vita. Lavora argilla e ceramica, fa anfore e altri prodotti tipici che poi vengono venduti in una bottega del commercio equo-solidale. Non è più tornato in patria, parla qualche volta al telefono con la moglie e i suoi bambini che non possono però raggiungerlo in Italia. A Riace ha imparato l'italiano ed ha imparato anche a nuotare. Il mare l'aveva visto per la prima volta nel viaggio dalla Turchia in Italia. Nei laboratori della tessitura e della lavorazione del vetro – dove concretamente funziona l'esperienza delle borse-lavoro finanziate dalla Regione – le ragazze eritree e somale hanno imparato a fare tappeti, cuscini, coperte apprendendo l'antichissima lavorazione della ginestra, e poi lampade, oggetti tipici.

Tutto nella più assoluta normalità, che coinvolge ormai un centinaio di persone, ed in cui il vecchio borgo di origini magnogreche ha accettato questa inedita forma interetnica. "Riace -dice il sindaco Lucano – è la dimostrazione di quanto le paure dell'altro siano soltanto propagande politiche, usate in maniera strumentale. E soprattutto sono basate sulla non conoscenza. Quando le persone si conoscono in maniera graduale, con attenzione ai numeri (gli ospiti sempre in proporzione al numero degli abitanti) il pregiudizio svanisce.

Anche in un territorio povero come il nostro. Anzi da noi i rifugiati sono diventati una vera e propria risorsa e i riacesi lo sanno bene. Molto più loro dei Bronzi che di fatto qui non li abbiamo mai visti. Con l'arrivo dei rifugiati si è creato un meccanismo virtuoso che ha rimesso in moto lo sviluppo locale. E ultimamente siamo anche diventati un modello esportabile, visto che la Regione Calabria sta lavorando ad una legge proprio sul modello Riace". Le volontarie dell'associazione Città futura aiutano l'inserimento e in un vecchio palazzo baronale del XVII secolo abbandonato, Palazzo Pinnarò, hanno anche aperto la scuola di alfabetizzazione per i bambini, molti dei quali nati in Italia, a Lampedusa o in altri centri di accoglienza. Nasce così, nel paese dove il mare restituì le statue simbolo della potenza e della cultura greca che sbarcava in Italia, questa nuova idea per un altro tipo di sbarchi, per l'integrazione e l'accoglienza. "E non finisce qui – dice il presidente della Regione, Agazio Loiero – perché abbiamo presentato una legge per l'accoglienza che coinvolge anche le popolazioni in un progetto di sviluppo".

filippo.veltri@ansa.it