ARRESTATO IL BOSS GIUSEPPE DE STEFANO

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Duro colpo alla ndrangheta

Arrestato il boss latitante Giuseppe De Stefano

Gli uomini della Squadra Mobile della Questura di Reggio Calabria hanno arrestato nella citta' dello Stretto il boss Giuseppe De Stefano, di 39 anni. Il suo nome era inserito nell'elenco dei 30 latitanti piu' pericolosi diramato dal Ministero dell'Interno.

L'uomo era ricercato dal 2003. Sul suo capo pendevano diverse condanne, tra cui una definitiva, irrogata dal Tribunale di Messina, a 18 anni di reclusione. Giuseppe De Stefano e' figlio di Paolo, il capo della ndrangheta reggina assassinato il 10 ottobre 1985. Quell'uccisione fu la causa scatenante della seconda guerra tra cosche che provoco' oltre mille morti ammazzati. De Stefano si nascondeva in un'abitazione del rione Eremo, nella zona collinare di Reggio Calabria.

Il boss arrestato dagli agenti della squadra mobile a Reggio Calabria, aveva perso, proprio per la sua condizione di latitante, la patria potestà sui suoi due figli.
La decisione era stata adottata dal Tribunale dei minori di Reggio Calabria che aveva motivato sostenendo che «il padre finora appare essere rimasto estraneo all'educazione dei figli, che è stata gestita totalmente dalla moglie. Il suo prolungato stato di latitanza ha privato i figli dell'ineliminabile figura paterna e del ruolo che essa è chiamata a svolgere nell'equilibrata formazione del carattere».
I giudici del Tribunale dei minori hanno sostenuto che la latitanza di De Stefano ha condotto ad una «pressochè sua totale assenza dalla vita dei figli e, quindi, in un atteggiamento che per i suoi gravi effetti sui figli medesimi, deve essere sanzionato con la perdita della potestà».
Giuseppe de Stefano è figlio di Paolo, già a capo della cosca, che venne ucciso in un agguato nel 1985.
 

10-12-2008 – Cattura De Stefano: la conferenza stampa

Latitante dal 2003, due condanne definitive per complessivi 28 anni di reclusione inflittegli dai tribunali di Messina e Reggio Calabria per traffico di sostanze stupefacenti ed associazione mafiosa; un'ulteriore condanna in primo grado a 30 anni di reclusione comminatagli dalla Corte d'assise di Reggio Calabria per omicidio, rappresentano il curriculum di Giuseppe (Peppe) De Stefano, figlio del defunto boss Paolo, che la sezione catturandi della squadra mobile di Reggio Calabria ha individuato e bloccato oggi poco prima delle 14 in un appartamento di un grande fabbricato ubicato nella zona Eramo, la zona alta della città.

"La sua fuga – ha detto il questore Santi Giuffré durante l'incontro con i giornalisti – durava da oltre cinque anni e si é conclusa nel primo pomeriggio di oggi grazie ad un grosso lavoro portato avanti dalla Squadra mobile. L'arresto di Giuseppe De Stefano, che era indicato tra i primi 30 latitanti più pericolosi d'Italia, è certamente un anello grosso della catena criminale di questa città".

Il capo della Squadra mobile Renato Cortese ha tratteggiato la figura dell'arrestato, "sulle cui spalle erano ricadute le responsabilità di comando del clan De Stefano che certamente possiamo definire uno dei casati storici della storia della 'ndrangheta calabrese''. Renato Cortese, inoltre, ha fornito alcuni particolari dell'operazione che hanno condotto alla cattura di Giuseppe De Stefano. "Abbiamo seguito per tanto tempo un sorvegliato speciale suo fiancheggiatore che abbiamo arrestato. Si tratta di Giovanni Tavella, uno dei fedelissimi del boss latitante. Egli stesso abitava nello stabile dove abbiamo catturato De Stefano, al quarto piano. De Stefano invece, in compagnia della moglie e dei due figli, lo abbiamo individuato al sesto piano quando siamo riusciti a capire che in quell'appartamento vi erano certamente dei bambini.

Giuseppe De Stefano infatti, nelle festività principali e durante i periodi estivi era solito ricongiungersi alla propria famiglia. Quando ha capito che lo avevamo raggiunto, ci ha aperto la porta, non ha fatto alcuna resistenza e ci ha riferito che non era in possesso di armi. Probabilmente – ha concluso Renato Cortese – Giuseppe De Stefano in queste ultime settimane aveva deciso di rimanere stabilmente nel suo territorio, forse a causa di alcune lotte intestine che si sarebbero verificate all'interno della sua cosca di appartenenza".

Il procuratore capo della Repubblica Giuseppe Pignatone, durante l'incontro con i giornalisti in Questura, ha manifestato la propria "soddisfazione per il prezioso lavoro perseguito dalla squadra mobile. Oggi è stato conseguito un risultato di particolare valore perché Giuseppe De Stefano – ha sottolineato il procuratore Pignatone – significa top della 'ndrangheta. Siamo riusciti a raggiungerlo anche grazie a molti indizi fornitici a suo tempo dal collaboratore di giustizia Fiume a suo tempo uno dei suoi piu' fidati collaboratori. Da oggi in poi – ha proseguito Pignatone – cominceremo alacremente a lavorare per ulteriori obiettivi. Nei prossimi giorni comunque, con il prosieguo delle indagini, cercheremo di capire quali ripercussioni avranno gli assetti di mafia in città con l'arresto di Giuseppe De Stefano.

Certamente andremo avanti, faticando anche per la limitatezza di risorse, poiché un punto é chiaro: i grandi latitanti preferiscono rimanere ancorati al territorio di origine. Quel legame è fondamentale per dirigere i traffici illeciti. Questa teoria trova conferma piena con quanto già avvenuto con la cattura di Pasquale Condello".