Processo Congiusta bis, la versione di Costa

Print Friendly

Il processo è tornato in Appello per decisione della Cassazione, dopo che la Corte d’assise tanto in primo grado come in appello aveva identificato nel fratello del pentito il mandante dell’omicidio.

 

Gianluca-Congiusta-185x240

REGGIO CALABRIA Nuova udienza per il processo d’appello bis per l’omicidio di Gianluca Congiusta, il procedimento che aveva identificato nel boss Tommaso Costa il mandante dell’omicidio del giovane imprenditore sidernese, ma che la Cassazione ha rinviato all’esame di una nuova Corte d’assise d’appello.

Di fronte al nuovo collegio, presieduto dal giudice Roberto Lucisano – che nei mesi scorsi ha disposto la riapertura dell’istruttoria – è toccato oggi al pentito Giuseppe Costa, fratello del boss in passato ritenuto colpevole del delitto, rispondere alle domande del pg Francesco Scuderi e delle difese. Una testimonianza importante, non solo nell’economia del processo, ma anche per valutare l’attendibilità del pentito che proprio sul contributo, o meglio sul mancato contributo al chiarimento di importanti fatti di sangue, potrebbe giocarsi il rapporto di collaborazione con la magistratura. Sulla sua decisione di pentirsi, infatti, iniziano ad addensarsi ombre pesanti che hanno a che fare non solo su contraddizioni e reticenze, ma soprattutto con quanto rivelato dal collaboratore Vincenzo Curato, ascoltato come testimone alla precedente udienza, che ha affermato che Giuseppe Costa, detenuto assieme a lui presso il carcere di Prato, avrebbe aiutato il fratello – il boss Tommaso – a occultare il proprio coinvolgimento in un omicidio consumato nella Locride, mentendo di fronte a una Corte d’Assise. Una rivelazione precisa, che incrociando le testimonianze di Costa nei procedimenti in cui è stato chiamato a deporre sembra essere riferita proprio all’omicidio Congiusta e che stando al racconto di Curato Giuseppe Costa gli avrebbe fatto, confessandogli anche di aver deciso di collaborare dopo un lunghissimo periodo di detenzione, perché con le sue dichiarazioni “non avrebbe creato problemi” in quanto attinenti a vicende estremamente datate e in molti casi già definite. Una versione che Costa oggi in aula ha respinto al mittente, affermando di non aver mai avuto alcun rapporto con Curato, risentito con lui perché avrebbe detto no alla sua richiesta di dividere la cella. “È un tossicodipendente – ha detto, rispondendo alle domande del pg Scuderi – e a me i tossicodipendenti non piacciono”. I suoi rapporti con lui – ha continuato – si sarebbero limitati a un’unica occasione, una passeggiata durante l’ora d’aria nel carcere di Parma che non avrebbe lasciato spazio ad alcuna confidenza. Parole che non sembrano aver convinto fino in fondo né il pg, né gli avvocati di parte civile, che hanno ripetutamente incalzato il collaboratore, che più di una volta sembra essere caduto in palese contraddizione, ma soprattutto – forse – si è lasciato sfuggire elementi che potrebbero rivelarsi importanti. “Quando si è diffusa la notizia che mio fratello si fosse pentito, avevo paura di essere ucciso per questo ho deciso di collaborare” ha riferito Costa, rispondendo – come già in passato – alle domande delle parti, ma in più – ha aggiunto – “volevo evitare che si innescasse una nuova faida”. Un’affermazione che non ha convinto né la pubblica accusa, né gli avvocati di parte civile che più volte hanno chiesto a Costa come mai l’eventuale collaborazione del fratello avrebbe scatenato conflitti che il suo pentimento avrebbe invece evitato, ma senza ottenere risposta alcuna. E nessuna risposta è arrivata neanche sull’omicidio Congiusta, un fatto di sangue su cui almeno una volta ha cambiato versione. Se infatti nei centottanta giorni in cui il suo portato di collaboratore è stato valutato, Costa ha sempre affermato di non aver mai saputo nulla dell’omicidio del giovane imprenditore sidernese, al processo d’appello per l’omicidio Congiusta, rispondendo a una domanda dei legali, ha improvvisamente cambiato versione, affermando di aver saputo da Antonio Commisso detto “l’avvocato”, elemento di vertice dell’omonimo clan, che il fratello non avrebbe nulla a che fare con quel fatto di sangue. Circostanze di cui Costa non aveva in precedenza mai parlato agli inquirenti e che ha affermato di aver ricordato solo durante il processo, per poi metterle a verbale di fronte ai magistrati della Dda. Una giustificazione che non ha convinto per nulla il pg Scuderi, che sul punto ha più volte insistito, scontrandosi però solo con i “non lo ricordavo” del collaboratore. Dichiarazioni e atteggiamento che adesso toccherà alla Corte valutare al pari dei “non so nulla” del nipote dei Costa, Francesco, chiamato a testimoniare perché considerato il trait d’union fra Giuseppe Costa – all’epoca detenuto – e la famiglia d’origine. Rispondendo alle domande delle parti, il giovane Francesco – figlio di quel Pietro Costa, la cui assunzione è stata imposta al suocero di Congiusta e per la quale lo zio Tommaso è stato condannato in via definitiva per tentata estorsione – ha negato di sapere alcunchè della morte del giovane imprenditore sidernese – incluso per averne letto sui giornali – affermando inoltre di aver avuto un unico colloquio con lo zio Giuseppe detenuto. Affermazione che la Corte ha deciso di vagliare, disponendo accertamenti sui colloqui con i familiari intrattenuti da Giuseppe Costa a partire dal 24 maggio 2005. Tutto materiale che andrà ad aggiungersi agli innumerevoli faldoni di un procedimento delicato e complesso, che a quasi dieci anni di distanza, sta ancora tentando di dare un volto al mandante dell’omicidio di Gianluca Congiusta. Nel marzo 2013, i giudici della Corte d’appello di Reggio Calabria lo avevano identificato in Tommaso Costa, ambizioso boss di Siderno che avrebbe deciso di sacrificare il giovane imprenditore sull’altare della strategia con cui puntava a strappare ai rivali Commisso l’egemonia criminale, conquistata negli anni sanguinosi della faida del paese. Una guerra che aveva visto la famiglia Costa perdere uomini, territorio e ricchezze, ma non soccombere, e ripresentarsi anni dopo con il volto e la mente di Tommaso Costa, determinato a tessere una rete di alleanze con i clan emergenti, destinata a mettere in difficoltà la consorteria rivale dei Commisso. Una strategia segreta, e che tale doveva restare, fino a quando il nuovo cartello non fosse stato pronto allo scontro. Per questo la determinazione di Gianluca a rivelare il contenuto della lettera estorsiva, inviata dai clan dell’emergente cartello al suocero, andava fermata. Per questo Gianluca doveva essere eliminato. I Commisso non potevano e non dovevano capire cosa Costa stesse architettando, ma soprattutto nessuno, nel regime di terrore imposto dall’emergente boss, doveva permettersi di trasgredire al suo volere. Per questo, la sera del 24 maggio del 2005 Gianluca Congiusta è stato ucciso con un unico, devastante, colpo di fucile alla testa. Questa la tesi della Dda di Reggio Calabria che ha convinto tanto i giudici di primo come di secondo grado, ma che non ha superato lo scoglio della Cassazione.

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

fonte: Corriere della Calabria