‘Ndrangheta, Gratteri: “Non stiamo vincendo la guerra. Bisogna cambiare le regole” –

Print Friendly

620x400xgratteri_633_x_421.jpg.pagespeed.ic.9vtLZV1BPp

Emergenza ‘ndrangheta: attentati, intimidazioni, omicidi. La Calabria vive un momento di forte recrudescenza in tutto il suo territorio. Gli episodi si susseguono giorno dopo giorno, a qualsiasi ora e in mezzo alla gente comune.

Solo a Reggio Calabria tre tentati omicidi e un omicidio, in pieno giorno nel quartiere Gallina, una bomba per fortuna inesplosa sul corso Garibaldi, intimidazioni al Presidente dell’Ente Parco dell’Aspromonte e al presidente di Confindustria Reggio. Senza dimenticare l’incendio di ben 14 pulman della ditta Federico a Locri. L’11 febbraio è arrivato a Reggio Calabria anche il ministro dell’Interno Angelino Alfano, per una riunione regionale in Prefettura sull’emergenza sicurezza. Per Alfano tutti questi eventi non sono altro che « la reazione della ‘ndrangheta alla pressione dello Stato», parole criticate da molti, soprattutto da chi in questa escalation criminale ci vive giornalmente, tra bombe e proiettili. Non è d’accordo con il Ministro neppure il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri, ( che presto passerà a dirigere la procura Dda di Catanzaro). In una intervista rilasciata a Lidia Baratta, per il giornale on line Linkiesta.it Gratteri ritiene « improbabile che i boss di ‘ndrangheta, visto che negli ultimi anni abbiamo arrestato 2mila di loro, si siano riuniti e abbiano deciso di bruciare un po’ di pullman lì, mettere bombe carta qui, gambizzare e uccidere da un’altra parte». Anche perché, dice Gratteri, «non tutto è ‘ndrangheta e i fatti vanno analizzati uno a uno, con le cause e le concause. Molte volte sono fatti singoli, in altri casi cinque o sei eventi hanno un unico disegno». Gratteri è sicuro quando afferma che “gli agguati e l’omicidio a Reggio Calabria sono eventi collegati tra loro e ricordano le guerre di ‘ndrangheta. Una ‘ndrangheta che uccide solo quando è necessario e che non ha alcun interesse a fare rumore e ad avere uno scontro con le istituzioni. La ‘ndrangheta che conosco io discute, parla, dà consigli, formalmente non minaccia ma intimidisce. La ‘ndrangheta che conosco io è quella che muove tonnellate di cocaina e poi con i soldi guadagnati condiziona l’economia e quindi la libertà della gente. È quella che controlla il voto, gli appalti, che dice non solo chi vince l’appalto, ma anche dove deve essere costruita un’opera pubblica e se deve essere costruita”.
Sugli amministratori locali nel mirino della criminalità dice: “la ‘ndrangheta vota e fa votare. Tutti i candidati dicono sempre che i voti della mafia non li vogliono, lo dicono pubblicamente, anzi lo urlano. Ma spesso nelle ultime 48 ore al candidato viene il panico di non essere eletto e quindi è nelle ultime 48 ore che fa i patti col diavolo. Ovviamente nel momento in cui una famiglia di ‘ndrangheta ti consegna un pacchetto di voti che è il 20% dell’elettorato attivo, determina chi sarà il sindaco. Il capomafia quindi vorrà quantomeno cogestire il comune. Come minimo indicando chi sarà il tecnico comunale o intervenendo sul piano regolatore. Può darsi anche però che la ‘ndrangheta sbagli il cavallo vincente, ma il capomafia non starà alla finestra a guardare, farà di tutto per entrare nella spartizione della torta. Non tutti gli attentati ai pubblici amministratori sono fatti dalla mafia perché l’amministrazione si è opposta alla mafia. Molti attentati vengono fatti perché l’amministratore non è stato al gioco della ‘ndrangheta. Alcuni attentati vengono fatti perché l’amministratore o il politico non è stato ai patti precedenti con ‘la ndrangheta. Altri attentati ancora possono non riguardare la ‘ndrangheta, ma essere problemi anche interni ai rapporti tra pubblici amministratori”.
Sulle parole di Angelino Alfano a Reggio Gratteri chiarisce il suo pensiero: “non stiamo vincendo, stiamo pareggiando la partita. Per vincere davvero bisogna cambiare le regole del gioco. Come dicono nei teatri di guerra, bisogna cambiare le regole di ingaggio: il codice penale, il codice di procedura penale, l’ordinamento penitenziario, sempre nel rispetto della Costituzione. È necessario fare tante di quelle modifiche finché delinquere non sarà più conveniente. Sono tutte proposte che abbiamo messo nero su bianco nella Commissione voluta dal governo, che ho presieduto a titolo gratuito chiamando i migliori esperti sul campo. Un esempio: se a Reggio Calabria si tiene un processo con 40 imputati detenuti che devono rispondere di concorso in associazione di stampo mafioso, bisogna impiegare gli uomini che scortino fino a Reggio i detenuti di massima sicurezza, che in genere stanno da Roma in su. Nel tribunale di Reggio questi detenuti stanno insieme sette-otto ore. Qui hanno il tempo di incontrarsi, parlare, fare affari, trasmettere attraverso gli avvocati messaggi di morte o richieste di mazzette, minacciare i testimoni. Per otto-nove mesi vengono tenuti nelle carceri tra Reggio, Palmi e Vibo Valentia. Poi torneranno a Reggio magari dopo sette-otto mesi per l’appello. Questo giochino in tutta Italia costa 70 milioni di euro. Quello che abbiamo proposto noi è che tutti i detenuti di alta sicurezza sentiti a qualsiasi titolo, come indagati, testimoni, o anche se si devono separare, non vengano trasferiti, ma restino dove sono sfruttando le videoconferenze. Con una sola modifica si eviterebbe che i detenuti possano continuare a nuocere e minacciare e si risparmierebbero 70 milioni di euro l’anno. Immaginiamo quanti uomini della polizia penitenziaria potremmo assumere con questi soldi”.
Ma non bastano le modifiche normative e più mezzi per sconfiggere la ‘ndrangheta, perché, secondo Gratteri “bisogna anche investire in istruzione e in cultura. Basta risparmiare i soldi spesi in convegni antimafia e assumere gli insegnanti calabresi che stanno andando in Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana. Avremmo bisogno di una scuola a tempo pieno. I giovani in Calabria sono sempre più ignoranti, così vengono affascinati dall’onnipotenza che può dar loro l’affiliazione alla ‘ndrangheta: è su di loro che bisogna lavorare”.

fonte: strill.it