Giustizia e perdono: una coesistenza possibile?

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Giustizia e perdono: una coesistenza possibile?

Pisa 19_02_2014

Rielaborazione e sintesi a cura di Emiliano Tognetti

 “Giustizia e perdono: dalla legge all’uomo, un passo oltre le sbarre”: un tema all’apparenza molto lontano dalla società civile e che invece riguarda ognuno di noi.

Di questo tema si è parlato lo scorso 18 febbraio nell’Aula magna del Polo Carmignani a Pisa. La serata, organizzata dal Gruppo Universitari San Frediano, ha visto la partecipazione di numerosi studenti e l’intervento di relatori d’eccezione.

Il moderatore della serata, il prof. Greco, docente di filosofia del diritto all’università di Pisa, ha introdotto la serata ponendo subito all’attenzione dei partecipanti un problema: la relazione fra giustizia e perdono, relazione che appare molto complicata. La possibilità che essa nasca è condizionata dal fatto di avere bene in mente quali dimensioni andiamo ad analizzare; bisogna definire che cos’è la giustizia, il diritto ed il perdono.

La direzione della giustizia è infatti quella di regolare le dimensioni sociali, arrivando ad usare anche la forza, se necessario. Il perdono, al contrario, non è una rinuncia, un arretramento della giustizia, ma un percorso che vuol mettersi in dialogo con il diritto.

Questo dialogo può essere compreso, solo se si capisce che si tratta di due cose completamente differenti: il diritto fa i conti, il perdono evita di fare il conto delle cose. Nel diritto si fanno i conti con il colpevole, il perdono chiede al colpevole di fare i conti con sé stesso; il diritto serve per spezzare le relazioni (nocive), il perdono costruisce relazioni (positive).

Per sua natura, il diritto guarda al passato della persona, il perdono al futuro; di parla di perdono anche nei grandi momenti “costituzionali”, quando si deve costruire qualcosa. Il diritto usa la forza, il perdono la supera.

La giustizia, argomenta il professore, ha a che fare con cose che possono essere misurate, mentre il perdono ha a che fare con “cose alte”; esso rifiuta la benda, la spada e la bilancia che sono i simboli classici della giustizia.

Da queste considerazioni, conclude il professor Greco, nascono due problemi:

  1. È possibile introdurre il perdono nel diritto, senza fargli perdere i connotati di severità, giustizia etc.?

Quando è possibile istituzionalizzare il perdono, senza fargli perdere i caratteri che gli sono propri?

Il secondo relatore, il professor De Francesco, docente di diritto penale a Pisa, ha iniziato il suo intervento sviscerando un altro profilo dell’argomento: la percezione della colpa.

“La giustizia è compagna della divinità che scrive pagine d’amore”, con questa citazione dai testi di Simone Weil il professore ha iniziato la sua riflessione.

Dove c’è il diritto non c’è l’amore, dove c’è l’amore manca il diritto; non è amorevole il modo in cui la comunità guarda alla colpa; la colpa è la via attraverso la quale la comunità guarda alla rottura (sociale) di una persona per ripristinare la sicurezza. Questi, in sintesi i concetti chiave del pensiero espresso da De Francesco.

Alla colpa, si fa seguire una pena ed il processo è l’espressione della colpa, prima ancora che della pena. Nella percezione comune, prosegue il professore, non interessa a volte neanche come il processo va a finire; dopo la condanna la persona sparisce dalla storia sociale: con la condanna questa storia non esiste più.

Il professore prosegue nella sua analisi, parlando di come questo “abito mentale” impedisca di riconoscere le responsabilità reali del soggetto. Ci si ferma a capire (superficialmente) chi ha osservato la legge e chi no. Questo meccanismo avviene a meno che la rappresentazione mediatica non suggerisca, non faccia vedere i sentimenti di pietà, vicende che dovrebbero far emergere più la pietà che la rivalsa. Qui però emerge il perdono, non come “scelta” maturata nel tempo, ma come atto disumano, teatrale, come un gesto indecifrabile. Il perdono viene presentato come un’immagine che fa audience.

Altro tema trattato da De Francesco è la disomogeneità fra reato e pena. Si chiede perché si nota una sproporzione sulla base della ragione che di fatto non è misurabile. E su questa disomogeneità spesso si esagera fino al parossismo, bisogna aumentare le pene anche se esse si sono dimostrate inefficaci. Da notare inoltre che, mentre la colpa altrui suscita un sentimento siffatto di rivalsa, quando si tratta della colpa propria, siamo tutti indulgenti. I reati non sono più quelli dell’Antico Testamento; esistono reati economici (es. l’evasione fiscale) per i quali ci auto indulgiamo, ci autoassolviamo.

Gli psicoanalisti ci dicono che questo è dovuto al fatto che indulgiamo sugli altri per poi farlo su noi stessi o affliggiamo gli altri per compensare noi stessi. La pena ancora oggi viene applicata in senso retributivo: al male deve corrispondere il male. Perché? Nell’A.T. si parla di “Legge del Taglione”, ma è ben strano che non consideri che il Nuovo Testamento abbracci il messaggio della Misericordia e del Perdono; lo stesso A.T. a ben vedere, è considerabile sotto molti punti di vista, come argomenta un libro di Don S. Dianich “La riconciliazione tradita”: “Dio è sottoposto ad una legge di giustizia? E chi ha dato a Dio la legge? Un altro dio?”.

La legge divina non è paragonabile a quella umana. La legge umana deve avere uno scopo sociale. I filosofi del diritto, fra cui lo stesso Kant, sono in difficoltà quando si parla di retribuzione della pena.

Il percorso della pena, secondo il professore, dovrebbe essere prevenito e riabilitativo, teso a recuperare i valori perduti. Questo principio (purtroppo) viene coltivato in un’ottica di isolamento sociale. È provato che la buona condotta (del carcerato) abbia ripristinato un attaccamento ai valori perduti?  Questo non è conosciuto, non viene apprezzato perché non è tangibile. La rieducazione in quest’ottica pragmatica e funzionalista, non basta. Per superarla è necessario superare un percorso diverso: la pena deve essere cista come quello che il colpevole fa in funzione della vittima.

La pena non deve essere intesa come passiva, ma come attiva, che risarcisce il danno, che assiste, che fa perno sulla vittima. Non più il penitenziario come loculo, ma l’agorà, la piazza dove si recuperano le relazioni sociali. La “riabilitazione conciliativa” è l’espressione di quell’insieme di esperienze (che vanno nel senso dell’agorà) sparse sul territorio nazionale, che andrebbero organizzate in un articolato legislativo di più ampio respiro.

Prima si cerca una giustizia di transizione, dove il colpevole cerca di risarcire la vittima; la parte afflittiva della pena nasce dove non scatta questa riconciliazione; la pena diventa allora il momento in cui nasce il riscatto della persona.

La terza relatrice, la dott.ssa Marcella Reni, è notaio e direttore del Movimento “Rinnovamento nello Spirito Santo” e presidente della “Prison followship Italia Onlus” e promotrice del progetto “Sicomoro”. In queste molteplici vesti ha potuto raccontare delle esperienze di vita concrete più che fare una semplice relazione sul tema. Marcella è partita dalla giusta osservazione del prof. De Francesco sul contrasto fra “luculo” ed “agorà”. Bisogna parlare prima che di una giustizia retributiva, che corrisponde all’immagine del “loculo”, di una giustizia riparativa, che ha la sua espressione nell’”agorà”, o “piazza”. Spesso pensiamo ai tribunali, alle carceri proprio come a dei loculi. (La “Prison followship Italia Onlus” e il progetto “Sicomoro” sono prima di tutto) esperienze di vita, percorsi che servono ad aprire le menti, ad aprire le porte. Si cerca di introdurli anche in Italia e qualcosa è stato fatto nel campo dei giudici di pace e della carcerazione minorile.

Marcella Reni, porta l’esempio in Palestina di Robi Damelin, che con il suo coraggio è stata esempio della giustizia del perdono, dell’accoglienza del dolore, del perdono . Le chiavi di questo dolore sono sia in chi ha commesso quel delitto, sia in chi lo ha ricevuto. Nel processo non è sempre possibile la riparazione del danno; ascoltare il dolore è cercare di capire cosa c’è dietro quel dolore. La giustizia riparativa, non è buonista, non produce impunità, è richiesto grande rispetto.

Nel progetto “Sicomoro”, la riconciliazione avviene non in maniera diretta (tra la vittima ed il carnefice,) ma in maniera indiretta: (vengono scelte persone che hanno subito quel torto, con le quali il carcerato può stabilire un contatto emotivo ed empatico simile, come se avesse di fronte la persona, o qualche parente, che ha subito il torto,) perché così si ha il coraggio di affrontare la vittima. Questo processo trova poi il suo sbocco legale nell’istituto della mediazione penale.

L’obiettivo del detenuto è quello di non ricadere nelle recidive, la vittima ottiene un risarcimento più grande di quello della pena. Anche la società che ritorni nel suo seno una persona pericolosa.

Questo progetto nasce negli anni 90 in Irlanda ed approda in Italia nel 2009. Nei paesi del Common Law, ormai questa è divenuta prassi: viene offerta come possibilità preliminare, se non viene accettata, scatta la pena afflittiva. Esiste anche una giustizia ingiusta, argomenta Marcella Reni, come ad esempio le leggi raziali.

Aristotele affermava che la più bella virtù è la giustizia. Esistono almeno tre tipi di giustizia: la giustizia epica, quella col “bilancino” ad un reato, corrisponde una pena, ma essa si è rivelata un fallimento. Esiste una giustizia tragica: si chiede di scegliere fra due beni. Un esempio è l’aborto: in punta di diritto si chiede di scegliere fra due beni: la madre ed il bambino.

La terza è la giustizia riparativa: una giustizia “profetica” che va verso l’amore. Un esempio evangelico di giustizia profetica è la parabola dei vignaioli, dove con l’accordo fra alcuni braccianti ed il padrone, che è libero di dare ad altre persone quanto vuole, anche la stessa cifra dei primi, non viene fatto torto a nessuno.

La giustizia profetica, per diventare amore esige anche un risarcimento da parte dell’offensore sulla vittima. La cosa principale fra le parti è il “sentirsi perdonati”, capire chi sta “dall’altra parte della barricata”. La più bella conclusione dell’intervento è stata affidata alle parole scritte da un detenuto che ha partecipato al progetto “Sicomoro”: se un uomo mi può perdonare nonostante quello che ho fatto, allora non ho dubbi che Dio può perdonare”.

Dopo Marcella Reni ha concluso la serata Mario, padre di un ragazzo rimasto vittima della ‘ndragheta. Ma questo intervento è talmente toccante che non può che essere ascoltato con attenzione. (dal sito 7gift.org del 19 febbraio 2014).

(Per leggere l’intero articolo http://www.sevengifts.org/?p=318)

La testimonianza di Mario Congiusta

di Daniela Di Domenico

«Non sono né un giurista né un filosofo, per cui tratterò questa tematica in modo del tutto diverso». Con queste parole, Mario Congiusta introduce la sua testimonianza, legata alla perdita di suo figlio Gianluca, morto nel 2005 per mano della ‘ndrangheta. Da allora, estenuante e infinita è la sua attesa di sentirsi chiedere “perdono” da parte di chi ha commesso questo omicidio. «Il perdono non può essere di certo istituzionalizzato ma può restare un fatto tra chi ha commesso il reato e i familiari della vittima di quel reato». Si parla spesso di “giustizia”, di “perdono”, ma troppo spesso ci si dimentica del “dolore” che prova chi ha perso un proprio caro, in un modo così drammatico: «il dolore ti paralizza, è una morsa che ti stringe il cuore e non accenna a mollare la presa…», sottolinea Congiusta. Quando si uccide una persona, si annienta l’intera famiglia, ha continuato poi il papà di Gianluca. «Ma io non chiedo vendetta e non provo odio, ma pretendo giustizia».

Congiusta ricorda poi la delicata questione dell’indulto che ha consentito la scarcerazione dell’assassino di suo figlio: «L’indulto, l’amnistia sono un perdono generalizzato da parte di chi il reato non lo ha subito».

Poi ha ricordato la figura di suo figlio Gianluca, un ragazzo sportivo, pieno di vita e brillante, e il suo indiretto coinvolgimento nel mancato pagamento di un pizzo che hanno indotto alla fine della sua giovane vita. Legislazione, prove non utilizzabili, processi in appello, conducono a ridurre notevolmente la pena da scontare ai colpevoli, causando un altro dolore ai familiari della vittima.

Nonostante il dolore, la rabbia e la delusione Mario Congiusta ha accettato di partecipare al “Progetto Sicomoro”. Perché? Così risponde il papà di Gianluca: «Perché vorrei che quello che è successo a me non succedesse ad altri, e per cercare di capire, andando nelle carceri, perché possa essere commesso un delitto così». Ma c’è anche un percorso di rieducazione del condannato, di recupero del colpevole: «Anche una sola persona “recuperata”, un solo bambino recuperato, che non andrà più ad uccidere, per me è una vittoria, perché non potrà apportare altro dolore».

La figlia di Mario, Roberta, scrive a questo proposito: «Il killer di mio fratello ha sparato il primo colpo, ma l’indifferenza della gente continua ad ucciderci». In questo modo, quella contro la ‘ndrangheta, è una battaglia che non finirà mai.