8 marzo anti’ndrangheta: sfidiamo le cosche che odiano le donne

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8 marzo anti’ndrangheta: sfidiamo le cosche che odiano le donne

di Alessio Magro – Stopndrangheta.it


Stopndrangheta.it aderisce all’appello del direttore del Quotidiano della Calabria, Matteo Cosenza, perché il prossimo 8 marzo sia la festa delle donne che hanno sfidato la ‘ndrangheta, la festa di chi vuole sfidare le cosche che odiano le donne. Cetta Cacciola, insieme a Giuseppina Pesce e Lea Garofalo, insieme a Tita Buttafusca e alle altre donne che hanno detto basta alle cosche – ai loro padri, fratelli, mariti, figli, zii, cugini e nipoti – tutte loro sono un pugno nello stomaco della Calabria indifferente. Non eroine, si badi bene, ma un esempio da seguire per riacquistare la dignità perduta e il vero onore dei calabresi. Questa la nostra adesione pubblicata nell’edizione odierna de Il Quotidiano della Calabria.

 

LA CRONACA/1

Maria Concetta, testimone di giustizia e suicida in terra di ‘ndrangheta

 

di Francesca Chirico – Linkiesta (10/02/2012)

Rosarno, sono le sette di sera di un sabato di agosto e Maria Concetta si chiude in bagno, mandando giù a sorsate, come fosse acqua, l’acido muriatico. Madre di tre figli in terra di ‘ndrangheta, qualche mese prima aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Da un luogo protetto diceva: «Non me li hanno mandati i figli e non me li mandano perché loro hanno capito che se mi mandano i figli è finita non torno più». Tornata per rivederli, aveva anche ritrattato la collaborazione, prima di riprenderla. Ora è arrivato l’arresto del padre e della madre, accusati di averla spinta al suicidio.

 

 

 

LA CRONACA/2

La Cacciola suicidata dalla famiglia

Gli investigatori: la testimone s’è uccisa a causa delle inaudite pressioni del padre, della madre e del fratello. Arrestati i genitori di Maria Concetta, mentre Giuseppe Cacciola è ricercato. In cella anche dieci affiliati delle cosca Pesce, mentre è ancora caccia al nuovo reggente del clan Giuseppe Pesce, latitante dall’aprile 2010. Decisivo un pizzino sequestrato da un secondino “eroico” al boss Francesco “Testuni”.

LE INTERCETTAZIONI

“Ho paura di tornare: la mia vita poi dov’è?”. Nelle intercettazioni i tormenti di Cetta

 

Il 6 agosto 2011 Maria Concetta Cacciola telefona all’amica del cuore. E’ a Genova, inserita nel regime di protezione, ed è tormentata. I genitori le stanno insistentemente chiedendo di ritornare a casa, ma lei non si fida, teme che le loro rassicurazioni nascondano solo obiettivi pratici. Ha paura che, alla fine, l'”onore” si imporrà sull’amore. “Chi me lo fa fare a tornare, che so, se poi campo un anno, se campo un altro anno e mezzo”. La conversazione tra le due amiche durerà 36 minuti. E la tragica fine di Cetta sembra già aleggiare nelle sue parole.

 

 L’INTERVENTO
Su Maria Concetta la responsabilità morale è anche nostra

 

di Nadia Furnari – fondatrice associazione Rita Atria





“Sarebbe bello risalire la “filiera” delle responsabilità e non soffermarci solo su quei genitori che danno e tolgono la vita con una efferatezza che sembra avere poco a che fare con logiche umane. Assistenti sociali, medici, operatori sanitari, sacerdoti, suore, associazioni, etc. si sono mai accorti della violenza su Maria Concetta? Insomma, qualcuno ha mai sondato la felicità di Maria Concetta?”. Nadia Furnari (nella foto), fondatrice dell’associazione antimafia Rita Atria, interviene sulla vicenda della testimone di giustizia calabrese Maria Concetta Cacciola. Su stopndrangheta.it la sua riflessione.

 

 

LE CARTE/1

Caso Cacciola, l’ordinanza del gip

 

Dietro la morte di Maria Concetta Cacciola, giovane rosarnese testimone di giustizia, c’è un’incredibile storia di maltrattamenti, violenze fisiche e psicologighe, minacce, pressioni inaudite per farla rientrare a casa e ritrattare. Un clima che ha portato alla tragica conclusione del 20 agosto 2011. Nell’ordinanza del gip di Palmi, Fulvio Accurso, la ricostruzione della vicenda, le intercettazioni e le manovre dei genitori Michele Cacciola e Anna Lazzaro, arrestati, degli avvocati Vittorio Pisano e Gregorio Cacciola, indagati e perquisiti, e del fratello Giuseppe Cacciola, ricercato.

L’OPERAZIONE CALIFFO

“Fiore per mio fratello”.

In un pizzino le nuove gerarchie dei Pesce

 Non ci sono formule di saluto, ringraziamenti a Dio e benedizioni. Forse perché non c’è stato tempo, forse perché, più semplicemente, lo stile cerimonioso di Provenzano non è proprio nelle corde dei Pesce. La sera dell’11 agosto 2011 al 33enne Francesco Pesce “Testuni” interessa soltanto essere categorico e chiaro: l’hanno catturato il giorno prima e ora lo stanno per trasferire dal carcere di Palmi; è solo questione di tempo e arriverà pure il 41 bis. Quella è l’ultima occasione per comunicare al riparo dai controlli, per impartire direttive e indicare il cammino a chi, della cosca Pesce, è rimasto fuori.

“Rocco Messina, Pino Rospo, Muzzupappa Ninareddo, Franco Tocco, Danilo, Paolo Danilo fiore per mio fratello (…)”. Il biglietto che ha consegnato al compagno di cella prima di avviarsi verso un’incerta destinazione comincia così.

 


LE CARTE/2

Operazione Califfo, il decreto di fermo

Il latitante Giuseppe Pesce, fratello di Ciccio “Testuni”, è ritenuto il nuovo reggente della famiglia, su ordine dello stesso Francesco Pesce, arrestato nell’agosto del 2011. In cella sono finiti dieci presunti affiliati alla cosca, nell’ordine Giuseppe Alviano (’75), Giovanni Luca Berrica, Danilo D’Amico, Biagio Delmiro, Saverio Marafioti, Rocco Messina, Francescantonio Muzzupappa, Giuseppe Rao, Francesco Antonio Tocco, Domenico Fortugno. Le indagini hanno preso il via dall’arresto di Francesco Pesce, trovato in un bunker (dove è stato recuperato un bottino di decine di migliaia di euro, e dal successivo sequestro di un pizzino in carcere.

 

LE FOTO/1

Il nuovo reggente dei Pesce

Il latitante Giuseppe Pesce, fratello di Ciccio “Testuni”, è ritenuto il nuovo reggente della famiglia, su ordine dello stesso Francesco Pesce, arrestato nell’agosto del 2011. In cella sono finiti dieci presunti affiliati alla cosca, nell’ordine Giuseppe Alviano (’75), Giovanni Luca Berrica, Danilo D’Amico, Biagio Delmiro, Saverio Marafioti, Rocco Messina, Francescantonio Muzzupappa, Giuseppe Rao, Francesco Antonio Tocco. Le indagini hanno preso il via dall’arresto di Francesco Pesce, trovato in un bunker (dove è stato recuperato un bottino di decine di migliaia di euro, e dal successivo sequestro di un pizzino in carcere.

LE FOTO/2

Il bunker dei Pesce






Il 9 agosto 2011 viene catturato il reggente della cosca Francesco Pesce, rifigiato in un bunker a Rosarno, costruito all’interno della Demolsud di Antonio Pronestì.


IL VIDEO

La cattura di Ciccio Pesce “Testuni”: il video

Il 9 agosto 2011 i carabinieri hanno arrestato Francesco Pesce “Testuni”, considerato il reggente dell’omonima cosca di Rosarno e sfuggito all’operazione “All Inside” dell’aprile precedente. Lo hanno trovato in un bunker, costruito con tutti i confort, per la sua latitanza durata un anno e mezzo.

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IL RICORDO

Lo sguardo mite e ferito di mamma Caterina

 di Carmela Ferro

“La ricorderò sempre così: su ciocche di capelli candidi, il fazzoletto nero che non aveva più voluto togliere da quel soleggiato mattino di tarda primavera di 32 anni fa in cui ci eravamo conosciute; le mani intrecciate in grembo, inquiete, per pensieri troppo difficili da sostenere, per parole troppo inadeguate ad esprimere un dolore così grande. Lo sguardo mite ma irrimediabilmente ferito, mi seguiva con affetto ma anche con un rimpianto che niente avrebbe più cancellato”. Caterina Cimato, madre di Peppe Valarioti, rivive nel commovente ricordo di Carmela Ferro.

 

 

 

LE MAPPE

Il muratore Alviano, i 3 orfani e “u Zi Peppi”. Dalla strage di Genova all’ascesa di Pino “u Rospu”


di Francesca Chirico

Nel biglietto sequestrato a Francesco Pesce Testuni, alla base dell’operazione Califfo e del fermo di 11 presunti affiliati alla cosca, c’è il nome di Giuseppe Alviano, braccio destro del reggente della famiglia. La protezione dei Pesce: il padre muratore è morto mentre costruiva la casa del superboss “Zi Peppi” Pesce e da allora dei tre fratelli s’è fatta carico la famiglia ‘ndranghetista. Vincenzo Alviano è l’ex marito di Marina Pesce, sorella della pentita Giusy. E su Francesco Alviano pesano le recenti accuse del pentito Salvatore Facchinetti: ha ucciso l’amante della madre. Per l’omicidio di Francesco Arcuri nessuno ha pagato. Così come per la morte di Maria Teresa Gallucci in Alviano, uccisa negli anni ’90 a Genova insieme alla madre Nicolina Celano e alla giovane nipote Marilena Bragaglia. Per lungo tempo è circolata una storia sulla strage,mai confermata e dunque solamente verosimile: gli Arcuri avrebbero chiesto la testa di Ciccio Alviano, ritenuto l’assasino del loro parente, ottenendo un rifiuto dai Pesce. Ma per mettere le cose a posto, come si raccconta nel libro Dimenticati, a posto s’è dovuto lavare col sangue l’onore della famiglia.

 

 

IL LIBRO

Uccidere o morire

La storia degli Alviano e della strage di Genova sull’asse Rosarno-Liguria tratta dal libro Dimenticati – Vittime della ‘ndrangheta

Un triplice omicidio, quello di Maria Teresa Gallucci vedova Alviano, della madre Nicolina Celano e della nipote Marilena Bracaglia, consumato nel ’94 e legato alla morte di Francesco Arcuri, avvenuta poco prima in Calabria. La prima pista investigativa porta sulle tracce di Francesco Alviano, figlio della Gallucci: avrebbe ucciso l’amante della madre e poi i suoi familiari per lavare l’onore. Una pista finita in un nulla di fatto ma che, dopo vent’anni, trova conferma nelle parole del pentito Facchinetti e nelle indagini della Dda di Reggio sulla cosca Pesce: Pino Rospo, fratello di Francesco, è stato arrestato in quanto organico alla ‘ndrina retta da Francesco Pesce Testuni. Tra gli Alviano e i Pesce un vecchio patto di sangue: il capofamiglia è morto mentre lavorava alla costruzione della casa del patriarca “Zi Peppi” Pesce, e da allora i tre orfani sono cresciuti sotto la protezione della ‘ndrangheta.