Un libro che parla al cuore

Print Friendly

Un libro che parla al cuore

Sabato, 12 novembre 2011 – 00:00:00


Un libro che parla al cuore

Tra le mura dell’anima mi parla al cuore, e di un mondo -quello carcerario – che ho sempre bazzicato. Quando ero bambina vivevo in un carcere, in cui mio padre era direttore;

un detenuto mi ha insegnato ad andare in bicicletta, i detenuti sono stati miei compagni di giochi. Dí carceri mi sono occupata come giornalista, ne ho viste tante, incontrando detenuti comuni e terroristi.


E trovo bellissimo il diario del progetto e delle persone che lo conducono. È emozionante il percorso, quello del gruppo dei volontari e quello delle persone coinvolte, vittime e carnefici per usare la terminologia di rito anche se qui i riti sono rimescolati. È felice l’impianto, il passaggio dall’io al noi, dall’interiorità all’oggettività, dalle cose che si immaginano a quelle che avvengono. Tra tanto dolore mi è parsa imperiosa la fiamma della speranza, la voglia di farcela, il sommerso che viene portato alla luce, l’impossibile che diventa possibile.

E mi è piaciuto il linguaggio, perché i suoi salti, la sua fluidità, anche le sue ripetizioni hanno l’intensità e il valore del parlato, del parlare col cuore e non con la logica esclusiva del raziocinio.

Con le emozioni e le sorprese dell’inizio. Con lo stupore per scoprire che si può riuscire a dire quello che è indicibile e a rendere partecipi di scene apocalittiche tutte sul filo dell’incognita chi sta davanti a un foglio scritto.
Il viaggio che fa fare a chi legge è davvero prezioso. Il diario/racconto solleva interrogativi su di sé, porta a guardare sé e gli altri con occhi più luminosi. Si sente che è scritto col cuore, che è frutto di un’esperienza in cui sono stati in gioco mente e corpo, cuore e cervello, la disperazione del vissuto e la fiammella del continuare a vivere, del cercare di vivere meglio, che anche nei momenti più bui non ci abbandona o almeno si può non spegnere.

Liliana Madeo
giornalista, scrittrice, inviato speciale de La Stampa

Quei futuri sepolti in fondo a un lago

«Un sasso, quando cade nello stagno, provoca delle onde circolari che si allargano sempre di più fino a creare delle piccole onde sulla riva. È il crimine, il suo impatto si allarga sulle vittime e sull’intera comunità». Decenni di studi sulla teoria retributiva della pena caduti così. Come un sasso nello stagno.

È Carlo il primo a prenderti per mano per farti entrare nelle sue intimità più profonde. I suoi dubbi diventano i tuoi dubbi. Le sue paure le tue paure, le sue domande le tue domande. La lettura è fluida, scorrevole. Di pancia, si direbbe in gergo. Ma in realtà sono continui pugni nello stomaco. Uno dietro l’altro, fino ad arrivare sulla riva di quel lago in una mattina limpida. Sulla riva Carlo passa il testimone a Marcella. Amorevole, dolce, certa della meta da raggiungere. Anche se continua a guardarsi le scarpe con la paura di non avere con sé gli strumenti adatti.

Il lago è fermo, loro si muovono con te sulla riva. Te lo fanno vedere da diverse angolature. Ti indicano i luoghi più segreti, quelli più conosciuti e frequentati, le insenature nascoste dove qualcuno ha abbandonato detriti. Non sai perché sei lì. Non sai perché ti hanno portato con loro. Non sai dove andranno, né se rimarrai. Eppure sei già parte del loro viaggio, della loro esperienza. Non ne hai preso subito consapevolezza, ma hai avuto questa sensazione da quando hai iniziato a leggere: fin dalle prime pagine hai avuto l’urgenza di andare avanti, di scoprire con loro, di sapere.

Non fai più domande, perché la domanda ce l’hai tra le mani. Sono parole che scorrono veloci, dubbi che si accavallano ai dubbi. Sono uno scrigno inaccessibile che ha preso la forma di un libro, e che contiene i sogni fermati, i futuri rubati, le speranze uccise delle tante anime imprigionate tra le pagine.

Anche se non sai cos’è Sicomoro, anche se non ti sei mai preoccupato di sapere che esistono organizzazioni internazionali che lavorano accaventiquattro per restituire un senso a vite spezzate, continui a leggere. Continui ad avvertire, davanti a te, la presenza di quel lago, fermo. Senti l’odore dei dubbi di Carlo, il profumo della fede di Marcella, che ti accarezzano mentre ti addentri sempre di più  nella loro storia, nella loro esperienza.

Al primo cambio di velocità, al primo cambio di scena, alzi gli occhi e ti accorgi che non sono piccole onde, a muovere la superficie del lago. Sono turbini concentrici. Scuri. Sono il riflesso della tempesta che è arrivata di colpo. Il cielo si incupisce, il rumore del vento diventa assordante. Guardi meglio. I sassi sono macigni. Sono storie orrende. Sono incubi che non vuoi vivere. Ma ti hanno già preso, sei già parte di loro.

Per un attimo arrivi a odiare la tua voglia di andare avanti, di camminare tra le mura dell’anima. Per un attimo vorresti non esserti mai fatto catturare da quella copertina di mattoni e movimento, che solo ora ti accorgi avere lo stesso colore del sangue.

Ti viene in mente che il sicomoro è un albero africano. Immenso, lo immagini. Lo vedi affiorare accanto a ciascun sasso. Ricordi che gli antichi egizi ne utilizzavano il legno per costruire i sarcofaghi a protezione delle mummie.
Vorresti scappare, ma ormai è tardi. Ormai Marcella e Carlo ti hanno preso, sono entrambi accanto a te, entrambi ti stringono una mano e ti fanno entrare in quel lago. Che ti toglie il fiato.

Non sai quando succede esattamente.

Non sai quando inizi a riconoscere i nomi e le caratteristiche dei sette detenuti ai quali è rivolto il primo progetto Sicomoro, all’interno del carcere di Opera. Non sai quando inizi a pensare che forse anche il loro punto di vista deve essere ascoltato e compreso. Se l’hai letto, ti viene in mente il romanzo di Yasmina Khadra, L’attentatrice. Destabilizzante nello scoprire i tuoi pregiudizi sul mondo islamico, sulle ragioni che possono portare a diventare un kamikaze. Nel vedere le cose da un altro punto di vista, che non è il tuo, ma esiste.

Sei destabilizzato come allora: ti stai affezionando a dei delinquenti, dei reietti, dei detenuti, proprio come si stanno affezionando i familiari delle vittime che costituiscono l’altro peso sulla bilancia del Sicomoro. Pensi ad Anubi, al bilancino per pesare il cuore dei defunti, per vedere se è leggero come la piuma di Maat, e dunque non diverrà pasto per il coccodrillo, mentre vedi Carlo e Marcella armeggiare con i sette passi e le otto sessioni del progetto. Con la stessa maestria. Con lo stesso bilancino di precisione. Con l’unanime volontà di alleggerire i cuori.

Quando arrivi alla fine del diario, alla fine dell’esperienza, alla fine della tua immersione in quel lago, vorresti riprendere dall’inizio. Vorresti dire “rifacciamolo”. Subito.

Esci da quel lago, che è tornato una tavola di cristallo, senza bisogno di aiuto. Marcella e Carlo sono stati i tuoi traghettatori, come Virgilio per Dante, dall’inferno al purgatorio. Il paradiso può attendere.

È impossibile rendere in una prefazione l’universo di emozioni, dolci e destabilizzanti, che aggrediscono ad ogni passo, ad ogni descrizione, ad ogni parola. Tra le mura dell’anima è un libro da leggere in apnea, senza domande. È un percorso unico nel suo genere, è la conferma che ciascuno di noi può caricarsi un po’ di peso degli altri, ed essere alleviato nei propri.

Non ci sono misure, in tra le mura dell’anima.

C’è amore, c’è dolore. Ma c’è anche gioia. C’è anche e soprattutto condivisione.

Mentre si sgretola, mattone dopo mattone, il muro dell’anima di ciascuno dei sette detenuti, mentre ti innamori ancora maggiormente, di un amore rabbioso, della dolcezza delle vittime, si sgretola qualcosa anche dentro di te. Cadono i muri, in quella mano tesa. Cadono i pregiudizi, i non detti, gli egoismi che costituiscono i tanti mattoni dietro i quali cerchiamo, miopi — se non, addirittura, ciechi — di nascondere le nostre paure.

E queste sono solo alcune delle infinite ragioni per le quali non smetterò mai di essere grata a Marcella e Carlo, al loro progetto, ai loro “sette nani”, ma soprattutto ai familiari delle vittime innocenti delle mafie.

Questo lavoro è arrivato nel momento giusto. E completa un mio personalissimo ciclo che mi ha permesso di conoscere la realtà /al ta di grigi che si chiama criminalità organizzata, che parte dalla ‘alabria per andare oltre confine, salire a Milano, Torino, arrivare oltreoceano. Soprattutto, questo libro dà un senso agli ultimi anni di domande in una terra che ti entra dentro e non ti lascia più.

Mario Congiusta e Nicoletta Inzitari, coprotagonisti del Progetto Sicomoro, sono due ricchezze della punta dello stivale itaI i ano, capaci di un amore smisurato in memoria di Gianluca e I ‘rancesco. Capaci, grazie a Marcella e Carlo, di dare un qualcosa  è ancora più prezioso dell’amore, perché è merce rara, rarissima: il perdono.

Ho camminato con loro in punta di piedi, mi sono scoperta sorella di due ragazzi incredibili cui è stato rubato il futuro. Due ra,>tizzi che, da sei e due anni, sono simbolo e monito dell’urgenza di abbandonare l’indifferenza e iniziare a indignarsi, nonostante l’impotenza assoluta di fronte ai troppi, continui, omicidi di ‘ndrangheta.

Li ho ritrovati sotto una nuova luce, dopo Sicomoro. Dopo
Opera. Dopo Marcella  e Carlo. Li ho trovati ancora più determinati ad andare avanti. Ancora più convinti che “cambiare si può”.

Tra le mura dell’anima è una terapia. Lo è stata anche per me: la terapia della condivisione e del ricongiungimento. Una terapia utile a chiunque, almeno una volta nella vita, si sia chiesto «cosa posso fare io, per cambiare le cose?».

A Marcella e Carlo, ma anche e soprattutto ad Alberto, Alessandro, Antonella, Chiara, Daniela, Eugenio, Fabio, Francesco, Giorgio, Mario, Nicoletta, Roberto, Rocco, Rosario, Salvatore, semplicemente, grazie.
Paola Bottero