IL COLLABORATORE ANGELO CORTESE: “CARLO COSCO MI CHIESE DI UCCIDERE LEA GAROFALO”

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IL COLLABORATORE ANGELO CORTESE: “CARLO COSCO MI CHIESE DI UCCIDERE LEA GAROFALO”

di Marika Demaria

È stata una giornata densa di testimonianze quella che ieri, giovedì 27 ottobre, si è svolta nel Tribunale di Milano in merito al processo per l’omicidio di Lea Garofalo.

Il primo a salire virtualmente sul banco dei teste è stato il collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, collegato in videoconferenza. Cortese, affiliato alla ‘ndrangheta dal 1985, fu arrestato nell’ambito dell’operazione “Scacco matto” del 2000, che aveva anche fatto scattare le manette ai polsi di Pasquale Nicoscia, il capobastone dell’omonima cosca operante a Isola Capo Rizzuto.

Cortese era stato rinchiuso presso il carcere di Catanzaro dal 2001 al 2003, e dal 2 novembre al 21 dicembre 2001 era stato compagno di cella di Carlo Cosco, compagno di Lea Garofalo e imputato per omicidio e distruzione del cadavere tramite scioglimento nell’acido. «Fin da subito – ha dichiarato il teste rispondendo alle domande del pm Marcello Tatangelo – ho instaurato con Cosco un buon rapporto: chiacchieravamo, cucinavamo insieme all’interno della cella. Io lo conoscevo già, un mio compaesano mi aveva parlato di lui e mi aveva detto che aveva problemi con la moglie, che non lo andava più a trovare in carcere impedendogli di vedere anche la figlia e che aveva instaurato una relazione con un altro uomo. E questa cosa qui, signor giudice, per un uomo è un disonore, a maggior ragione per un uomo di ‘ndrangheta». Già, l’onta del tradimento che macchia l’onore e che può essere lavata via solo con il sangue. «Per questo motivo Carlo Cosco mi chiese di uccidere la moglie Lea Garofalo, ma questa è una decisione che io non potevo prendere se prima non parlavo con i miei capi, allora non gli avevo detto né sì né no. Lui si rivolse anche a Pasquale Nicoscia e Domenico Megna, padre di Luca Megna, ma in quel periodo c’erano questioni più importanti a cui pensare, per cui alla fine non gli avevamo dato una risposta e lui capì che non sarebbe dovuto tornare sull’argomento». Il periodo al quale fa riferimento Angelo Cortese è il 2003, anno in cui scoppiò una faida tra gli Arena e i Nicoscia per il controllo di Isola Capo Rizzuto, culminata nel 2004 e nel 2008 con gli omicidi rispettivamente di Carmine Arena e Luca Megna. Dalla deposizione è emerso che la cosca alla quale apparteneva Angelo Cortese – collaboratore di giustizia dal 17 febbraio 2008, periodo in cui la Cassazione aveva chiesto la revisione degli atti che in primo e secondo grado lo avevano assolto – era alleata di Floriano Garofalo «e voi capite signor Giudice che Lea Garofalo era quindi un elemento di spicco, era necessario chiedere ai vertici prima di fare qualcosa. L’idea era di farlo passare come delitto passionale: secondo le nostre leggi, la decisione di uccidere un’adultera spetta per prima cosa alla sua stessa famiglia, però se non si decide allora può intervenire la famiglia della persona tradita che può anche chiedere ad altri di ucciderla, come ha fatto Carlo Cosco. È una questione di onore e di rispetto».

Nel primo pomeriggio il dibattimento si è riaperto con la deposizione del carabiniere Carmine Cosco, chiamato a rispondere su un preciso fatto. Dalla sua postazione informatica presso la Caserma di Lissone (in provincia di Monza Brianza), è risultato un accesso alla banca dati del ministero dell’Interno alle 21.20 del 20 novembre 2004 per effettuare una ricerca inserendo il nome di Denise Cosco e la sua data di nascita. Carmine Cosco (non è stato specificato se vi siano rapporti di parentela con gli imputati, quindi dovrebbe trattarsi di omonimia) ha spiegato che «la password che permette l’accesso l’avevo appuntata su un’agenda che avevo messo in un cassetto, non chiuso a chiave. Quindi è accessibile a chiunque, non ricordo di aver fatto quella ricerca, non ricordo se qualcuno me l’ha chiesta, però chiunque da qualsiasi computer abilitato può entrare avendo username e password, anche da un’altra città». Il pm Tatangelo incalzando fa notare al teste che quel giorno lui era di pattuglia dalle 16 alle 22, quindi non era in caserma, e chiede se avesse mai sentito nominare Denise Cosco o Lea Garofalo. «Nessuna delle due, però il cognome Garofalo mi è noto perché avevo un collega che si chiamava così». Gennaro Garofalo, che prestò servizio di leva militare presso quella caserma nel 2003: è lui il teste successivo, che in maniera confusa spiega che con Lea «forse siamo parenti, mezzi cugini. A suo fratello Floriano lo chiamavo cugino, quindi forse anche lei mi era cugina». Dalle domande dell’accusa si comprenderà che suo nonno e il padre di Lea Garofalo erano effettivamente cugini, che l’ex carabiniere attualmente autotrasportatore è in rapporti di stima con Carlo Cosco e di amicizia con Vito Cosco e che Denise la vedeva quando lui rientrava a Pagliarelle per le festività natalizie o durante l’estate. In merito alla ricerca del suo nome nella banca dati ministeriale, Gennaro Garofalo ha spiegato che «mi ero congedato il 17 novembre 2004 , poi sono tornato tre giorni dopo per andare a trovare Carmine Cosco, volevo ordinare delle pizze e, aprendo il portafoglio, ho trovato un pezzo di carta con quel nome e quella data di nascita: me l’aveva dato Floriano Garofalo. Non ricordo a chi abbia chiesto di fare la ricerca, non ricordo se l’ho fatta io, ma mi ricordo che era saltato fuori la via Ruggia di Perugia, che a me ricordava la ruggine. Però io quell’informazione non l’ho detta a nessuno». Rispondendo invece alle domande dell’avvocato Daniele Sussman, difensore di Carlo Cosco, Garofalo spiega che «quando vedevo Denise con sua mamma mi faceva pena, la vedevo che mangiava tanto, piena di orecchini, vestita male. Invece quando era con suo padre era diversa, secondo me era perché con suo padre stava benissimo e con sua madre no».

Infine, con le dichiarazioni del comandante del nucleo operativo dei Carabinieri di Campobasso, Francesca Ferrucci, ci si è addentrati nella ricostruzione della post aggressione a Lea Garofalo, del 5 maggio 2009, quando, secondo l’accusa, Massimo Sabatino entrò in casa fingendosi il tecnico della lavatrice e tentando di uccidere la donna. Una posizione che è stata confermata anche da Denise Cosco, grazie alla quale si evitò il peggio, e dal carabiniere Marco Sorrentino che nella precedente udienza aveva attestato che le impronte digitali rilevate sul luogo dell’aggressione appartenevano a Sabatino, riconoscibile anche da un tatuaggio a forma di “A” sul collo. Il tenente Ferrucci non era ancora al comando del nucleo quando si verificò l’aggressione: un elemento rilevante secondo la difesa che, appellandosi all’articolo 195 del codice penale (“Testimonianza indiretta”), ha chiesto che fossero ascoltati anche i carabinieri ai quali la Ferrucci faceva riferimento riportando ciò che loro le avevano detto. Istanza rigettata. Nella casa di Campobasso erano stati ritrovati una corda di nylon bianca e arancione, lo scotch per i pacchi, del fil di ferro gommato, dei guanti in lattice da chirurgo ancora confezionati e una pallina morbida raffigurante Winnie The Pooh, «che abbiamo pensato potesse servire per far tacere la vittima, mettendogliela in bocca».

Nel corso della prossima udienza, che si svolgerà il 24 novembre, verranno anche esaminati i contenuti delle intercettazioni ambientali effettuati all’interno della cella di Sabatino – «facilmente distinguibile in quanto l’unico con accento partenopeo» – e nella sala colloqui del carcere di Catanzaro, sempre a carico dell’imputato, oltre alle intercettazioni telefoniche richieste dall’accusa e dalla difesa e attualmente oggetto di perizia.