LA LOTTA DI ANGELA CONTRO L’OMERTA’

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mercoledì 2 settembre 2009

La lotta di Angela contro l’omertà

Da giovane fu lei stessa compagna di due boss della ‘Ndrangheta. A 63 anni, si batte per far condannare gli assassini di suo figlio, giustiziato per aver sedotto la moglie di un altro capo-clan.

Per due anni lunghi come una vita ha visto suo figlio camminare verso la morte. Lentamente l’ha visto allontanarsi in balia del destino sotto il suo sguardo disperato di madre che sapeva che non si infrange la legge della malavita. Lei che, in questa terra di Calabria segnata dal sangue, a 20 anni, ha imaparato tutto delle regole della ‘Ndrangheta amando un boss: “Di fronte a quello che vedrai, chiuderai gli occhi; tutto quello che sentirai, lo dimenticherai; tutto quello che saprai, non lo dirai”, ripete, nascondendosi il viso con un gesto.

In questo mattino di luglio, l’aria è soffocante nei dintorni di Lamezia Terme. Nella sua casetta di cemento, isolata in fondo ad una strada, Angela Donato, 63 anni, resta immobile, seduta al tavolo della sua piccola cucina, pallida e vestita di nero, imprigionata nel suo incubo. La pioggia che, furiosa, picchia sui tetti nasconde i suoi singhiozzi: “Santo era innamorato… Ogni giorno, lo supplicavo:”Non farlo.Ti ritroveremo in mezzo al cemento!” Mi rispondeva: “Non ti preoccupare, mamma”… Non si combatte contro i sentimenti. Soltanto che, quella volta, Santo era innamorato della moglie del boss Rocco Anello.

La tempesta è arrivata. Oscura l’orizzonte. Angela la Calabrese, nata per un compito ingrato, l’amante promessa alla ‘Ndrangheta, la madre uccisa, si immerge di nuovo nella sua storia… Aveva sempre sognato di riscattarsi dalla sua infanzia trascorsa al paese, di diventare infermiera, di curare il mondo. Adolescente, fugge dalla casa del padre, che non poteva pagarle gli studi, per seguire un ragazzo, Tonino, a Nicastro, il paese vicino. L’apertura, davanti a lei, di un universo inatteso.

Lavorando sodo, si è voluta costruire un altro destino

Ma il principe azzurro era un boss. “Eppure non ero partita da casa per fare del male” sbuffa. Tonino le insegna a vivere, a trafficare. E a stare zitta. E’ stimata: fatto rarissimo per una donna, il padrino del clan le propone addirittura il “battesimo” attraverso la puntura di iniziazione e il sangue. Angela rifiuta. Vuole restare libera, ma non lo sarà mai.

Lascia Tonino. Cade fra le braccia di Sebastiano, un malavitoso dello stesso calibro. Quando le chiediamo di che cosa lei sia a conoscenza esattamente, lei taglia, laconica: “Non ho mai fatto niente di male, io! E se sapessi delle cose, non avrei il diritto di parlare, nemmeno fra quarant’anni.” Il silenzio eterno come precetto di sopravvivenza e come camicia di forza.

In una seconda occasione Angela ha pensato di potersi creare un altro destino: a forza di studiare, ottiene il diploma di infermiera, poi fonda in breve tempo un’autoscuola dove accoglie le donne, a cui allora i mariti negavano il volante. Allontana i suoi figli dal loro padre, Sebastiano, ormai in prigione. Manda anche suo figlio in un collegio di Assisi, il suo Santo, che ha sempre pensato che papà fosse al lavoro, in viaggio…

Quando il bambino adorato torna, a 19 anni, sogna l’università. Ma sua madre è tornata ad essere una casalinga senza soldi. Ben presto, la malavita lo incastra. Con i fratelli Fruci, affiliati al clan Anello, Santo fa da autista mentre gli altri continuano con le estorsioni alle aziende. Fino al giorno in cui Angela lo vede in un’auto con una ragazza. Questa volta è sconvolta: “Ho riconosciuto la donna del boss. Sono rientrata piangendo: sapevo che mio figlio era perduto”.

Durante due anni di relazione, d’inferno, lei li seguirà, urlando a Santo che deve rompere, supplicando l’amante per un appuntamento nel mezzo del bosco, dove il sole non c’è mai. “Le ho raccontato tutta la mia vita, per dimostrarle che conoscevo anch’io le regole, le ho chiesto di risparmiare mio figlio”. La moglie del boss – incaricata di gestire il racket durante la “temporanea assenza” del marito – le promette di lasciare Santo. Poco tempo dopo, Angela li sorprende mentre si stanno scattando una foto sulle rive di un lago… Si alza, furiosa, e va a cercare per noi lo scatto nel suo armadio: due innamarati abbracciati; lei con gli occhi che brillano, lui il viso fresco, felice.

Nel maggio del 2002, il marito tradito esce di prigione. Angela descrive, in un ticchettio infernale, il conto alla rovescia fino al 10 luglio. Quel giorno, torna dal lavoro alle 14 e tenta di chiamare suo figlio: telefono spento. Le ore passano, fino alla notte. Angela ha capito. E’ finita. Ci tiene a prendere l’auto per ricostruire il giorno fatale. La posta dove lui ha ritirato la corrispondenza. L’incrocio dove ha visto i fratelli Fruci – la trappola. Il primo colpo di pistola. Santo gettato nel baule della macchina, ancora vivo, che urla. E Santo ucciso, gettato nel torrente.

Di suo figlio i poliziotti trovano soltanto una clavicola

Per quaranta giorni e quaranta notti, sua madre setaccia i boschi, i nascondigli della banda. Ci trova dei documenti, un cucchiaio d’argento che suo figlio teneva nell’auto. Ma l’inchiesta procede lentamente. Ostinata, Angela si presenta alla sede della squadra mobile di Catanzaro per vuotare il sacco. Parla, in questa terra dove i morti non si ritrovano mai. “Come me, molte madri piangono i loro figli scomparsi nel nulla, sapendo chi li ha uccisi, e non dicendo nulla”.

Alla fine i poliziotti trovano una clavicola. Un segno di speranza. Il processo ha luogo il 3 luglio 2009. Un complice viene condannato a 10 mesi di prigione; due dei presunti assassini, Tommaso Anello e Vincenzo Fruci, vengono assolti – un terzo verrà processato a settembre. Per la seconda volta, Angela crede di morire. Si inarca sulla sedia: “Non c’è giustizia in Calabria! Bisogna farsi giustizia da soli! Sono stremata…”

I cani abbaiano. Bussano alla finestra: un carabiniere. “Tutto bene?” Angela annuisce, debolmente. Succede così ogni ora, su richiesta del procuratore, per assicurarsi che tutto vada bene e che lei è in vita… Potrebbe pagare cara la sua libertà di espressione.

“Qui non si sfugge dal proprio destino” si arrende, lo sguardo vuoto. Anche se ho incontrato persone malvage, ho tentato di vivere onestamente, mi sono sempre battuta. Ho a mio carico mia figlia e quattro nipotini, con 1 000 euro al mese”.

Angela non chiede la felicità, esilio inaccessibile. Vuole soltanto un po’ di pace nella sua solitudine. Non l’avrà mai.

SCHEDE

Matrimoni di interesse

Come i matrimoni lontani di un tempo che suggellavano imperi o sancivano la pace, la ‘Ndrangheta ha la sua politica matrimoniale, dove la donna è una bella moneta di scambio. “Le unioni sono strumenti per accrescere il potere di una famiglia o far cessare una faida” sottolinea lo storico Enzo Ciconte. Così un matrimonio fra i Condello e gli Imerti ha permesso di fondare un’alleanza contro i potenti De Stefano, a Reggio. Così il boss della ‘ndrina Pelle, a San Luca, ha sposato i suoi tre figli con dei rappresentanti di San Luca, di Plati e di D’Africo, il triangolo della droga. Anche uno dei suoi nipoti è stato invitato a convolare a nozze con una giovane Pizzata, in Australia, la cui famiglia è coinvolta nel traffico di stupefacenti…

E quando l’amore arriva, è spesso sconfitto. A testimonianza di questo la lettera, piena di dolore, spedita ad un’amica nel 2003 da Maria Morabito, moglie di Pasquale Condello, uno dei più importanti capi della ‘Ndrangheta: “Cara Anna […] mia figlia ha dovuto lasciare un bel ragazzo solamente perchè, nel passato, alcuni suoi parenti erano nemici di mio marito […] Non c’è stato niente da fare, hanno dovuto smettere […] Avevo sperato in un futuro migliore per mia figlia, che sarebbero stati bene insieme. […] Ma dobbiamo portare la nostra croce…”

Il colonnello Valeria Giardina, che lo ha arrestato nel 2008, racconta che Condello organizzava persino dei matrimoni fra membri della propria famiglia, per rinforzare la “purezza” della sua “dinastia”.

Ombre e vestali

Il loro ruolo è stato a lungo sottovalutato. Se le donne, nella ‘Ndrangheta, non sono mai boss, hanno nell’ombra un potere molto importante. “Assicurano la logistica quando gli uomini si nascondono o sono in prigione” spiega il colonnello Valerio Giardina, del corpo dei carabinieri di Reggio Calabria. Trasmettono pizzini, ricevono delle direttive in codice dai loro mariti in prigione”. Improvvisamente, sono sempre più perseguite. Così, nell’operazione Marina, nel 2003, su 125 persone arrestate, 13 erano donne. “Nel corso di una grande operazione nel 2008, a Gioia Tauro, abbiamo arrestato le donne della ‘ndrina Molé per associazione mafiosa” rilancia il capo della Squadra Mobile di Reggio, Renato Cortese. “Abbiamo scoperto questo ruolo nascosto delle donne soltanto verso la fine degli anni 80′ spiega Ombretta Ingrasci, autrice del libro “Donne d’onore”. “Si è anche evoluto con la condizione femminile e le attività della mafia: l’espansione del traffico di droga ha spinto ad utilizzarle per i trasporti, la gestione dei traffici, ruoli dove passavano più inosservate…”

Essendo la ‘Ndrangheta l’unica organizzazione fondata sui legami di sangue, è alle donne che spetta la trasmissione dei valori: il rispetto e l’onore della famiglia sopra a ogni cosa. Per lo storico Antonio Nicaso, “sono le vestali della cultura mafiosa, le guardiane della memoria, della dinamica delle faide, incitando a riparare il torto subito. Spesso impediscono ai loro uomini di pentirsi”. Il colonnello Giardina si ricorda di quel “pesce grosso” che aveva ritrattato dopo aver visto sua moglie:”Non parlo più. Non posso perdere mia moglie ed i miei bambini.”

Ecco perché, conclude il magistrato Nicola Gratteri, “bisogna combattere il male alla radice: i valori mafiosi. I boss latitanti, come le loro mogli, dovrebbero essere privati della patria podestà e i loro figli affidati ai servizi sociali”. Il tribunale dei minori di Reggio ha appena emesso in questo senso una sentenza ai danni di un capo latitante, Giuseppe De Stefano.

[Articolo originale “Le combat d’Angela contre l’omerta” di Delphine Saubaber]

Pubblicato da Anna a 10:28 PM

Dal Blog “Un Paese che ancora non c’è”