PROCESSO CONGIUSTA LA CORTE REVOCA GRATUITO PATROCINIO A TOMMASO COSTA

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Processo Congiusta,la corte revoca il gratuito patrocinio a Tommaso Costa 

Rocco Muscari  per Gazzetta del SudLocri

Svolta normativa nel processo per l’omicidio di Gianluca Congiusta. La Corte d’assise di Locri, presiedente Bruno Muscolo, a latere Piercarlo Frabotta, ha revocato d’ufficio il gratuito patrocinio a Tommaso Costa, accusato di associazione a delinquere e di aver organizzato l’azione criminosa.

 La Corte ha accolto la richiesta del pm Antonio De Bernardo, ritenendo fondato il principio della legge 125 del 24 luglio 2008 nella quale il legislatore poneva un limite al gratuito patrocinio, ovvero al pagamento da parte dello Stato delle parcelle dei legali degli imputati stabilendo l’esclusione, “a prescindere dai limiti del reddito”, di tutti gli ascritti che risultino condannati con sentenza definitiva per i reati di associazione a delinquere e per traffico di sostanze stupefacenti.

Nei confronti di Tommaso Costa la Corte, accogliendo quanto esposto dal pm nell’udienza del primo ottobre, ha rilevato la presenza dello status di applicazione della revoca in quanto l’imputato risulta essere stato condannato, con sentenza definitiva, per associazione a delinquere dalla Corte d’appello di Reggio Calabria in data 28 novembre 1997, e per traffico di droga dalla Corte d’assise di Bari nel 2003. La Corte ha anche disposto l’invio dell’ordinanza al Gip di Reggio Calabria, che il 21 febbraio 2007 aveva ammesso Costa al beneficio del gratuito patrocinio legale, per conoscenza e per pronunciarsi a sua volta sull’eventuale richiesta di recupero delle somme già corrisposte.
La Corte ha altresì rigettato la richiesta formulata dall’avvocato Maria Tripodi, legale di Costa, di acquisire la sentenza di primo grado emessa nei confronti di Domenico Chiefari, che avrebbe rivelato a servizi informativi una causale per l’omicidio Congiusta riferibile ad un presunto debito usuraio non corrisposto.
L’udienza è proseguita con la testimonianza di Girolama Raso, futura suocera di Gianluca Congiusta, chiamata a deporre dal pm in merito alle richieste estorsive ed ai danneggiamenti subiti tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004. Per Girolama Raso, moglie di Antonio Scarfò, si è trattato della prima volta in aula nonostante sia parte offesa nel procedimento in corso.La teste, rispondendo alle domande del sostituto procuratore della Dda, ha confermato di essere entrata in possesso, nei giorni precedenti il natale del 2003, di una lettera manoscritta indirizzata al marito che racchiudeva una richiesta estorsiva a nome di Tommaso Costa. Si tratta della stessa lettera in uscita dal carcere di Palmi inviata da Costa all’epoca sequestrata e fotocopiata dai carabinieri di Soverato.
Nonostante il contenuto minaccioso la missiva non fu oggetto di denuncia alle autorità giudiziarie, al contrario di altre minacce quali il rinvenimento in un’altra busta di tre bossoli calibro nove, o di danneggiamenti alle auto in uso alla famiglia Scarfò.
La teste ha confermato che, subito dopo aver letto il contenuto estorsivo, si è recata dal futuro genero: “Gianluca era fidanzato con mia figlia da nove anni e si era instaurato un rapporto confidenziale, mi sono rivolto a lui per questo motivo”. Di quei momenti la teste ricorda che “Gianluca ha fatto una copia della lettera e l’ha tenuta, mentre l’originale l’ho strappata in un secondo momento anche perché non volevo che mio marito, fuori sede per lavoro, venisse a conoscenza”.
Incalzata dalle domande del pm, nonostante le osservazioni dei difensori, Tripodi per Costa e Leone Fonte per Giuseppe Curciarello, imputato nel processo solo per associazione a delinquere, la teste ha riferito che del contenuto della lettera erano a conoscenza tutti i suoi figli, pare contraddicendosi in rapporto a quanto dichiarato nel corso dell’interrogatorio effettuato nel luglio 2006 al commissariato di polizia di Siderno. In quella circostanza avrebbe affermato che nessuno sapeva della missiva tranne Congiusta. Sulla circostanza la teste ha ribadito di essere stata fraintesa in quanto si riferiva a “Nessuno tranne che i miei figli”.
Altra contraddizione posta in evidenza dal pm sulla dichiarazione testimoniale riguarda il contenuto del messaggio inviato al marito, sempre a luglio 2006, mentre scendeva le scale del commissariato, dove Girolama Raso si premurava di avvisare il consorte del fatto che gli inquirenti erano a conoscenza della lettera.
La teste si è giustificata sottolineando la propria inesperienza nell’uso del cellulare, tanto da stravolgere il contenuto dell’sms, asserendo ancora una volta che il marito disconosceva la lettera.
Ancora sulla lettera la teste ha affermato che “Dopo l’omicidio ne parlai nella cucina della famiglia Congiusta con il cognato di Gianluca, e credo che anche gli altri familiari erano a conoscenza”.