Stretta finale nel processo di Siderno ai presunti affiliati del clan Costa

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L’inchiesta era scattata dopo l’omicidio di Gianluca Congiusta

Stretta finale nel processo di Siderno

ai presunti affiliati del clan Costa

di PINO LOMBARDO per il Quotidiano

 

 LOCRI – Giunto alle battute finali il procedimento penale denominato “LetteraMorta” che si sta svolgendo dinnanzi al Gip di Reggio Calabria Daniele Cappuccio. Ieri è stata la giornata delle difese.
I legali che hanno parlato ieri (Albanese, Grosso, Malara, Mammoliti e Staiano) dopo aver sostenuto l’estraneità dei loro assistiti dalle accuse mosse nei loro confronti (dall’associazione a delinquere di stampo mafioso, al traffico di droga
e estorsione) hanno chiuso le arringhe difensive chiedendo la loro assoluzione.

 

Pesanti,134 anni di carcere variamente distribuiti, sono state le richieste di condanna che il sostituto procuratore della direzione distrettuale di Reggio Calabria Antonio Di Bernardo, nell’udienza dello scorso 19 maggio aveva fatto nei confronti dei 12 gli imputati. Per gli altri due originari imputati, Tommaso Costa, ritenuto il capo e la “mente” del rinascente clan dei Costa ed accusato di essere stato il mandante e l’esecutore, insieme a persone in via di identificazione, del barbaro assassinio del giovane imprenditore sidernese Gianluca Congiusta, e Giuseppe Curciarello, ritenuto il braccio destro del boss che è accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso, stanno affrontando il processo col rito ordinario, presso la Corte d’Assise di Locri dove è fissata in calendario, per lunedì, una interessante udienza. 

Il procedimento odierno denominato “lettera morta”, che può essere considerato una appendice di quello in corso a Locri, scaturiva a seguito delle indagini che la Polizia di Siderno, allora guidata dal vice questore Rocco Romeo e dal suo braccio destro Francesco Giordano, condussero intorno all’assassinio del giovane imprenditore sidernese Gianluca Congiusta.

Il giovane veniva barbaramente trucidato a Siderno la sera del 24 maggio 2005 con un colpo di fucile caricato a pallettoni esplosogli contro mentre a bordo della sua autovettura stava rientrando a casa. 

Quell’indagine, denominata appunto “Lettera Morta”a seguito della circostanza che alla lettera estorsiva, che sarebbe la base del movente dell’assassinio, venne dato la giusta importanza soltanto dopo un lungo lasso di tempo. Fu infatti analizzando quella lettera ed altre che avevano come mittente o destinatario Tommaso Costa, all’epoca ristretto nelle carceri di Palmi, che le indagini, dopo un prima fase di “incertezza”, prendevano vigore.

 

Le mirate investigazioni, infatti, fecero venire alla luce non solo un quadro inedito della ‘ndrangheta sidernese ma anche l’attività delittuosa che il clan dei Costa, dietro le direttive che Tommaso Costa avrebbe impartito dal carcere di Palmi dove si trovava ristretto, avrebbe messo in atto nel tentativo di ricostituire il vecchio “casato”.  

Gli investigatori facevano emergere che l’obiettivo di Costa di riprendere a Siderno “il posto che spetta alla sua famiglia” si andava concretizzando anche attraverso “innovative” alleanze con alcuni gruppi ‘ndranghetistici sidernesi che durante la sanguinosa faida scoppiata tra le contrapposte “famiglie”dei Commisso e dei Costa, furono feroci e nemici del clan, primo fra tutti il gruppo guidato dai fratelli Salerno.

Ieri, dopo che nell’udienza scorsa avevano parlato le parti civili che si rifacevano alla richiesta di condanna del pm e solo tre difensori (Bartolo, Iaria e Lupoi) era la giornata dedicata ai difensori.Un sesto, Leone Fonte parlerà la prossima udienza fissata per il 24 giugno.