LA COSCA COSTA DAL GUP

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La cosca
COSTA
 dal Gup

La richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla procura distrettuale antimafia di Reggio nei confronti dei componenti del clan Costa di Siderno e di quei gruppi che, pur non essendo da considerarsi geograficamente calabresi, hanno attivato sinergie con i sidernesi e i loro alleati, piccoli ma determinati a fare affari e a crescere, resta argomento di forte attualità.

L’udienza preliminare è stata fissata, come riferito nell’ampia cronaca di ieri, pubblicata sulle pagine regionali, per il prossimo 2 gennaio nell’aula bunker di Reggio Calabria davanti al gup Daniele Cappuccio.

Nella sua richiesta di processare le persone rimaste coinvolte nella sua indagine, il sostituto procuratore della repubblica, Antonio De Bernardo, evidenzia l’ormai raggiunto equilibrio dell’organizzazione allestita dal boss, Tommaso Costa.
Pronto a riprendere un ruolo, se non proprio di primo piano, certamente di rilievo nello scacchiere della criminalità della provincia reggina e del soveratese, dove i Costa hanno sempre avuto voce e un riconosciuto carisma.

L’indagine affronta e dispiega diverse situazioni nelle quali, a vario titolo, gli indagati sono accusati di avere agito e portato avanti gravi condotte criminose.

La più clamorosa e terribile riguarda la morte di Gianluca Congiusta, ucciso il 24 maggio del 2005.

 Di quest’omicidio risponde solo Tommaso Costa, il capo indiscusso dell’organizzazione, e accusato di avere ordito il piano omicidiario, perché Congiusta, cercando di proteggere il suocero, un imprenditore costantementemesso sotto pressione dai Costa, affinchè pagasse una quota di pizzo mensile, gli aveva creato problemi.Oggettivamente nella richiesta di processo l’omicidio Congiusta è riassunto in pochissime righe e non potrebbe essere diversamente, perché, l per ovvie ragioni di brevità decsrittiva, la parte più consistente del caso è ben definita nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Reggio Calabria dodici mesi fà.

Nell’istanza del pubblico ministero reggino, però, c’è un altro passaggio, collegato direttamente all’assassinio del giovane imprenditore sidernese.
Ed è quello nel quale si contesta al già citato Tommaso Costa e Giuseppe Curciarello e ad Adriana Muià, moglie del primo, tre danneggiamenti alla famiglia della fidanzata di Gianluca Congiusta.
Atti considerati inequivocabili circa la volontà del gruppo criminale di imporre la propria volontà su Scarfò, costringendolo a cedere alle richieste estorsive.

Naturalmente non solo questi addebiti. Contestazioni di diverso tipo benché gravi, riguardano altri soggetti e attengono a possesso di armi e a traffici di droga, in particolare cocaina.

Ed è da qui che si evince un dato, molto chiaro e preciso: il gruppo, all’apice del quale viene collocato Tommaso Costa, era in una fase di avanzato rodaggio, dopo un intensa attività di rilancio decisa, evidentemente, dalla famiglia Costadopo un lungo periodo di oblio, determinato dalle gravi perdite patite nella guerra di mafia contro i Commisso.
 
C’è una frase dell’istanza di De Bernardo in cui di Tommaso Costa si dice che ha diretto ed organizzato il gruppo criminale, stabilito le strategie da seguire, impartito disposizioni agli altri associati, sottoscritto alleanze con altri gruppi mafiosi di varie zone della Calabria e della Puglia, scelto i soggetti politici cui garantire l’appoggio della cosca. Un comportamento, che potrebbe essere confermativo di una leadership ritrovata.