Nero su bianco, il giuramento contro le cosche

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Nero su bianco, il giuramento contro le cosche  

Non è stato il giuramento della Pallacorda, ma la Convenzione che si è tenuta ieri nella sede del Consiglio regionale aveva un qualcosa di aulico; certo nelle motivazioni perché le modalità dell’evento sono apparse sobrie.


 L’auditorium  Calipari di Palazzo Campanella ha ospitato la cerimonia istituzionale del “Patto per la legalità e la democrazia calabrese”, uno scatto d’orgoglio per affermare doveri e diritti. Notare la sottigliezza: prima i doveri e poi i diritti come si conviene nelle società virtualmente mature. Il presidente dell’assemblea Giuseppe Bova aveva definito questo passaggio un “cimento”, parola che fa rima con “cemento” che si vuole demolire se è vero che l’immagine della manifestazione rimanda al concetto di abbattere e (ri)costruire come recita la foto della ruspa che mena la prima bennata sull’ecomostro di Copanello.
Questo appuntamento è arrivato dopo un periodo orribile per la massima istituzione calabrese: dal 16 ottobre 2005 in poi sono stati solo dolori in termini di credibilità politica e immagine istituzionale. Da qui l’esigenza del consesso elettivo di tentare di scrollarsi di dosso la polvere dei sospetti e la macerie delle maldicenze che nel tempo  si sono accumulate sul gracile corpo dell’Astronave.
Una teoria non infinita, per fortuna, ma neppure tanto circoscritta di episodi giudiziari e paragiudiziari, più o meno consistenti, che hanno coinvolto, a vario titolo, un numero imprecisato di eletti del popolo, aveva finito per riversare sull’istituzione una nomea non troppo allegra. A dire il vero l’istituzione medesima ha sempre respinto il clima di sospetti, il toto-indagati, l’algebra degli inquisiti e degli ex-inquisiti, ma era sembrato che la controffensiva degli assediati non fosse sufficiente per ristabilire un minimo di tranquillità.
Per uscire dal fortino descritto da Dino Buzzati nel Deserto dei Tartari, il Consiglio regionale ha deciso di reagire, assumendo un atteggiamento forte, formale, visibile, percepibile, concluso con la sottoscrizione di una bozza di protocollo di intesa che troverà una stesura definitiva in corso d’opera. Più in là, naturalmente, si verificheranno i risultati perché i comportamenti, alla fine, sono quelli che contano.
L’evento di ieri è stato preparato accuratamente, arando il terreno e predisponendolo alla semina attraverso il confronto e la condivisione con altri partner in modo da accogliere idee, visioni, proposte. Insomma, ci troviamo di fronte ad una vera svolta? Sono finiti i tempi in cui si auto-approvavano, di soppiatto, gli emolumenti degli “onorevoli” in ore antelucane? La pratica levantina, sedimentata nel tempo, da cui si sono progressivamente prese le distanze dopo l’approvazione della legge regionale antiparentopoli e dopo le misure lanciate ieri.
Sicché, le premesse contenute nel documento approvato ieri si delineano chiare giacché bisogna prendere atto che una prima cura dimagrante sarà fatta attraverso una riduzione consistente dei costi nelle partite di bilancio per così dire sovrastrutturate degli apparati consiliari; e anche le promesse non saranno da meno perché si pensa di
«inasprire ulteriormente il regolamento interno prevedendo la decadenza automatica degli incarichi anche per il semplice rinvio a giudizio per reati associativi di tipo mafioso»,
senza contare l’introduzione negli statuti del
«principio del ripudio della ‘ndrangheta e di tutte le mafie».
Altro punto qualificante del documento risiede nella volontà di
«costituzione in giudizio quale parte civile in tutti i processi mafia e sino al terzo grado di giurisdizione, senza la possibilità di pervenire ad accordi transattivi giudiziali o stragiudiziali».
Evidentemente le leggi e i regolamenti, lesionati in passato da talune eccessive autoreferenzialità, non sono bastati per governare la normalità, ed ora si cercano correttivi draconiani attraverso un’autoanalisi collettiva oltre che un decespugliamento delle leggi inutili.
La relazione introduttiva è toccata al presidente Bova che è stato franco, diretto, ed a tratti autocritico per la parte generale afferente le incongruenze largamente accumulate nel tempo.
«Un certo modo di procedere è ormai al capolinea»,
ha concluso il presidente del Consiglio facendo riferimento, fra l’altro, ai
«costi della politica» e al «familismo sfrenato nelle strutture dei consiglieri regionali».