| Dante ed il Canto I dell’Inferno |
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| Scritto da ucceo goretti | |
| Sunday 13 January 2008 | |
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Dante "il sommo poeta", o "il vate" (ovvero "il profeta") ed il Canto I dell’Inferno riproposto da ucceo goretti ![]() InfernoCanto INel mezzo del cammin di nostra vitami ritrovai per una selva oscura,ché la diritta via era smarrita.Ahi quanto a dir qual era è cosa duraesta selva selvaggia e aspra e forteche nel pensier rinova la paura!Tant’è amara che poco è più morte;ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,tant’era pien di sonno a quel puntoche la verace via abbandonai.Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,là dove terminava quella valleche m’avea di paura il cor compunto,guardai in alto, e vidi le sue spallevestite già de’ raggi del pianetache mena dritto altrui per ogne calle.Allor fu la paura un poco queta,che nel lago del cor m’era duratala notte ch’i’ passai con tanta pieta.E come quei che con lena affannata,uscito fuor del pelago a la riva,si volge a l’acqua perigliosa e guata,così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,si volse a retro a rimirar lo passoche non lasciò già mai persona viva.Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,ripresi via per la piaggia diserta,sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,una lonza leggera e presta molto,che di pel macolato era coverta;e non mi si partia d’inanzi al volto,anzi ’mpediva tanto il mio cammino,ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.Temp’era dal principio del mattino,e ’l sol montava ’n sù con quelle stellech’eran con lui quando l’amor divinomosse di prima quelle cose belle;sì ch’a bene sperar m’era cagionedi quella fiera a la gaetta pellel’ora del tempo e la dolce stagione;ma non sì che paura non mi dessela vista che m’apparve d’un leone.Questi parea che contra me venissecon la test’alta e con rabbiosa fame,sì che parea che l’aere ne tremesse.Ed una lupa, che di tutte bramesembiava carca ne la sua magrezza,e molte genti fé già viver grame,questa mi porse tanto di gravezzacon la paura ch’uscia di sua vista,ch’io perdei la speranza de l’altezza.E qual è quei che volontieri acquista,e giugne ’l tempo che perder lo face,che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;tal mi fece la bestia sanza pace,che, venendomi ’ncontro, a poco a pocomi ripigneva là dove ’l sol tace.Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,dinanzi a li occhi mi si fu offertochi per lungo silenzio parea fioco.Quando vidi costui nel gran diserto,"Miserere di me", gridai a lui,"qual che tu sii, od ombra od omo certo!".Inferno I Smarrita la via della giustizia e del bene, Dante si ritrova nella selva oscura del peccato. Dopo il turbamento iniziale, la prima luce dell’alba gli indica la cima di un colle che egli cerca di raggiungere per trovare scampo dalle tenebre, ma, mentre faticosamente ne sale le pendici, viene ostacolato da tre animali selvatici: prima una lonza e poi un leone gli sbarrano la strada, infine una lupa lo costringe a retrocedere verso la valle. All’improvviso appare l’ombra del poeta latino Virgilio, al quale Dante chiede aiuto contro la lupa che gli preclude la via alla sommità del colle. Virgilio depreca la natura e l’operato della lupa, simbolo della cupidigia che solo il veltro, emblema di un imperatore a venire, riuscirà a sconfiggere e a eliminare da ogni città d’Italia e dell’impero. Egli quindi assicura a Dante che gli sarà guida verso il colle della salvezza, ma lo condurrà per una via più difficile che attraversa l’Inferno e il Purgatorio; da qui Dante potrà proseguire il viaggio per il Paradiso fino all’Empireo con l’aiuto di un’anima più degna di lui (che, non avendo conosciuto in vita il cristianesimo, non può aspirare alla città divina). Dante lo segue. |
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| Ultimo aggiornamento ( Monday 14 January 2008 ) |
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